“Elites and Democracy” Hugo Drochon (Princeton University Press, 2026)
Elites and Democracy di Hugo Drochon, pubblicato da Princeton University Press nel 2026, affronta una questione centrale per comprendere la politica contemporanea: che cosa resta della democrazia se si ammette che, in ogni società complessa, non è mai il popolo nel suo insieme a governare direttamente, ma sempre una minoranza organizzata. Il libro nasce da un problema che non riguarda soltanto la storia delle idee politiche, ma la struttura stessa delle democrazie moderne. Negli ultimi anni il linguaggio pubblico è stato attraversato da una critica costante alle élite: leader populisti, movimenti anti-establishment, campagne contro esperti, tecnocrati, burocrati, classi dirigenti nazionali o sovranazionali. Tuttavia Drochon mostra subito il paradosso di questa ribellione: spesso chi denuncia le élite appartiene a sua volta a un’élite politica, economica, mediatica o sociale. La sostituzione di una classe dirigente con un’altra non elimina quindi il problema dell’élite; lo rende più visibile. Il libro merita attenzione perché non si accontenta di contrapporre democrazia ed elitismo come se fossero due principi incompatibili. Al contrario, parte dall’ipotesi più scomoda: la democrazia moderna deve essere pensata dentro la permanenza del dominio di minoranze organizzate. La domanda decisiva diventa allora non se le élite esistano, ma come circolino, come vengano contestate, con quali strumenti possano essere limitate, e in che modo il conflitto tra élite, masse, istituzioni e movimenti sociali possa produrre esiti più o meno democratici. La prospettiva dell’autore è storica, teorica e insieme realistica: non cerca una definizione ideale e consolatoria della democrazia, ma una teoria capace di spiegare come essa funzioni quando si prende sul serio la presenza stabile del potere organizzato.
Il punto di partenza del libro è la tradizione della cosiddetta teoria delle élite, sviluppata tra Otto e Novecento da Gaetano Mosca, Vilfredo Pareto e Robert Michels. Drochon non li considera come un blocco indistinto, ma ricostruisce le differenze tra le loro impostazioni. Mosca elabora una teoria storico-politica della classe dirigente: in ogni società, sostiene, vi è una minoranza organizzata che governa e una maggioranza disorganizzata che viene governata. La forza della minoranza dipende dall’organizzazione, dalla capacità di coordinarsi, dalla possibilità di trasformare una posizione sociale in potere politico. Pareto, invece, parte da una sensibilità economica e sociologica più ampia: introduce il concetto di élite come insieme dei soggetti che eccellono in un determinato ambito e sviluppa l’idea della circolazione delle élite, cioè del ricambio continuo tra gruppi dirigenti in ascesa e gruppi dirigenti in declino. Michels applica questo problema al partito politico moderno, mostrando che anche le organizzazioni nate con finalità democratiche e socialiste tendono a produrre oligarchie interne. Per Drochon, questi tre autori sono importanti perché individuano il divario strutturale tra l’ideale democratico del governo del popolo e la realtà moderna della mediazione organizzativa. Suffragio universale, partiti di massa, burocrazie, apparati parlamentari e organizzazioni sociali non eliminano il problema del dominio minoritario; anzi, spesso lo riorganizzano in forme nuove. La democrazia, letta attraverso questi autori, non appare più come il semplice rovesciamento dell’oligarchia, ma come una forma politica nella quale l’oligarchia viene continuamente limitata, contrastata, rinnovata o resa più aperta. Questo è il nucleo concettuale da cui Drochon costruisce la sua proposta teorica.
La nozione centrale del libro è quella di democrazia dinamica. Con questa espressione Drochon non intende una democrazia definita solo da istituzioni stabili, procedure elettorali o principi astratti, ma un processo continuo di contestazione del potere elitario. Se le élite governano sempre, allora la democrazia non può consistere nel fatto che il popolo governi direttamente in senso pieno. Deve piuttosto consistere nella possibilità che il dominio delle élite venga sfidato, limitato, aperto, riorganizzato. L’autore riprende da Michels l’immagine della democrazia come un tesoro che non viene mai trovato, ma la cui ricerca produce comunque effetti benefici: chi cerca il tesoro lavora il terreno e lo rende più fertile. Allo stesso modo, la democrazia perfetta può non essere raggiungibile, ma la lotta per avvicinarsi a essa può generare partecipazione, controllo, educazione politica, redistribuzione del potere e ricambio delle classi dirigenti. Drochon insiste sul fatto che la democrazia deve essere pensata come movimento, non come stato finale. Le elezioni sono importanti, ma non bastano: possono sostituire un’élite con un’altra senza modificare davvero gli equilibri profondi del potere. Anche le norme democratiche, da sole, non garantiscono il carattere democratico di un regime. Il luogo della democrazia va cercato nel rapporto tra movimenti sociali, élite emergenti, élite consolidate e istituzioni di mediazione, in particolare i partiti. Il cambiamento politico avviene quando una forza sociale nuova riesce a organizzarsi, quando una parte dell’élite esistente rompe con l’ordine stabilito, e quando questa alleanza produce pressione sufficiente per modificare il sistema. La democrazia dinamica è quindi una teoria del conflitto regolato, del ricambio e della pressione dal basso, ma senza illudersi che il dominio delle minoranze possa scomparire.
Il primo grande caso analizzato è Gaetano Mosca. Drochon ricostruisce Mosca non soltanto come teorico della classe politica, ma come pensatore formatosi dentro la crisi dello Stato liberale italiano dopo l’Unità. Mosca nasce a Palermo, in un contesto segnato dal passaggio dalla Sicilia borbonica al Regno d’Italia, dalla questione meridionale, dalla debolezza dello Stato e dalla difficoltà di “fare gli italiani” dopo aver fatto l’Italia. Questo sfondo è decisivo perché Mosca osserva concretamente il divario tra paese legale e paese reale, tra istituzioni rappresentative e reti locali di potere, tra parlamentarismo formale e pratiche clientelari. La sua riflessione sulla mafia, sulla corruzione, sul trasformismo e sulla fragilità del liberalismo italiano alimenta una teoria realistica del potere: non governa mai la maggioranza indistinta, ma una minoranza capace di organizzarsi e di presentarsi come legittima. Tuttavia Drochon evita di ridurre Mosca a un semplice nemico della democrazia. Mosca critica il parlamentarismo, il suffragio universale e l’idea rousseauiana di una volontà popolare diretta, ma difende anche la rappresentanza, il costituzionalismo, la divisione dei poteri e lo Stato di diritto contro il rischio di un potere unico e assorbente. Il suo concetto di “difesa giuridica” indica proprio questo: un sistema di garanzie, contrappesi, legalità e pluralità capace di impedire che una sola forza sociale domini tutte le altre. Mosca teme tanto il collettivismo socialista quanto il fascismo, perché in entrambi vede il pericolo dell’assorbimento della società da parte di un principio unico. Per Drochon, dunque, Mosca fornisce alla democrazia dinamica un elemento essenziale: l’idea che la libertà dipenda non dall’assenza di élite, ma dal bilanciamento tra forze sociali diverse e dal continuo rinnovamento della classe dirigente.
In Mosca, il concetto di classe dirigente non è solo una constatazione sociologica, ma anche una chiave per capire la qualità dei regimi politici. La classe dirigente può essere chiusa, ereditaria, incapace di rinnovarsi; oppure può essere più aperta, capace di assorbire elementi nuovi provenienti dagli strati inferiori della società. Drochon valorizza proprio questa seconda dimensione. Mosca non pensa che tutte le minoranze dominanti siano equivalenti: alcune governano in modo più arbitrario, altre sono più attente alla legalità, più capaci di integrare competenze, interessi e forze sociali. Il concetto di “formula politica” serve a spiegare come ogni classe dirigente giustifichi il proprio potere: il diritto divino, la sovranità popolare, la dittatura del proletariato o altre credenze collettive possono funzionare come principi di legittimazione. Queste formule non sono semplici menzogne; sono strumenti simbolici attraverso cui il potere si rende accettabile, organizza il consenso e collega il comando a un ordine morale. Ma quando una formula politica perde forza, quando non corrisponde più ai sentimenti e alle condizioni della società, si apre una fase di trasformazione. Qui emerge il lato dinamico di Mosca: la storia politica è attraversata dal conflitto tra la tendenza delle élite a conservarsi e la pressione di nuove forze sociali che chiedono spazio. La “tendenza democratica” consiste proprio nel ricambio, nell’infiltrazione di elementi nuovi nella classe dirigente, nell’allargamento parziale della partecipazione. Mosca non auspica una democrazia pura, ma una forma mista in cui principio liberale, principio autocratico, tendenza aristocratica e tendenza democratica siano bilanciati. Per Drochon, questo modello è fondamentale perché permette di concepire la democrazia come grado, non come assoluto: un regime è più democratico quando la sua élite è meno chiusa, più controllata, più esposta alla concorrenza, più capace di assorbire forze sociali emergenti.
Il secondo autore decisivo è Vilfredo Pareto, al quale Drochon attribuisce un ruolo centrale nella formazione del vocabolario moderno dell’élite. Pareto parte da un retroterra diverso da quello di Mosca: è economista, ingegnere, teorico dell’equilibrio, osservatore dei cicli sociali e politici. La sua idea più nota è la circolazione delle élite. Ogni società contiene gruppi superiori per capacità, ricchezza, energia, influenza o posizione; ma nessuna élite dura per sempre. Le élite decadono, perdono vigore, diventano incapaci di usare la forza o di adattarsi, mentre nuovi gruppi emergono dal basso o dai margini e cercano di sostituirle. Pareto rappresenta questo processo come un movimento continuo: una élite in ascesa si allea con il popolo contro l’élite stabilita; se vince, diventa essa stessa nuova élite e sarà a sua volta sfidata. Il popolo, in questa dinamica, non governa mai stabilmente come soggetto unitario, ma è decisivo come forza di sostegno, pressione e legittimazione. Drochon insiste anche sulla distinzione paretiana tra “leoni” e “volpi”. I leoni governano attraverso forza, coesione, fede, disciplina, centralizzazione; le volpi attraverso combinazione, astuzia, negoziazione, manipolazione, flessibilità, compromesso. La storia politica oscilla tra questi due tipi di élite. Quando dominano troppo a lungo le volpi, il sistema può diventare scettico, disgregato, plutocratico, incapace di decisione e di forza; quando emergono i leoni, può affermarsi una politica più dura, accentrata e autoritaria. Pareto offre così a Drochon una grammatica del cambiamento: non basta dire che un’élite ne sostituisce un’altra; bisogna capire quale tipo di élite subentra, con quale rapporto tra forza e consenso, con quali effetti sul regime. La sua nozione di “plutocrazia demagogica” diventa inoltre uno strumento utile per leggere le democrazie in cui il linguaggio del popolo copre il dominio della ricchezza.
Con Robert Michels il problema dell’élite entra nel cuore dell’organizzazione democratica moderna: il partito. Drochon mostra che Michels non si limita a sostenere che le élite governano gli Stati, ma analizza il modo in cui anche le organizzazioni nate per emancipare le masse finiscono per produrre minoranze dirigenti interne. Il caso decisivo è il Partito socialdemocratico tedesco, il più grande e organizzato partito socialista del suo tempo. Proprio perché si trattava di un’organizzazione di massa, disciplinata, burocratica e formalmente orientata alla democrazia, essa permetteva a Michels di formulare la sua celebre “legge ferrea dell’oligarchia”: chi dice organizzazione dice oligarchia. Il punto non è che i dirigenti siano necessariamente corrotti o mossi da intenzioni malvagie; il punto è che ogni organizzazione complessa ha bisogno di funzionari, competenze, continuità, apparati, procedure, controllo dell’informazione e capacità tattica. Da questa necessità nasce una separazione tra base e vertice. I dirigenti diventano professionisti dell’organizzazione, sviluppano interessi propri, dipendono dal partito per la loro posizione e finiscono per privilegiare la conservazione dell’apparato rispetto agli scopi originari. Drochon sottolinea però che Michels non consegna semplicemente la democrazia alla disperazione. Nella sua riflessione compaiono due possibili correttivi: l’educazione politica delle masse, che aumenta la capacità di controllo sui dirigenti, e la concorrenza tra più élite organizzate, che impedisce a una sola oligarchia di occupare tutto lo spazio politico. Anche qui la democrazia non è assenza di oligarchia, ma pressione sull’oligarchia. La sua misura non è la purezza, ma la maggiore o minore capacità di rendere la legge oligarchica più flessibile, più contestabile, più aperta alla critica e al ricambio.
La seconda parte del libro mostra come le intuizioni di Mosca, Pareto e Michels siano state riprese, trasformate e in parte impoverite dalla teoria democratica del Novecento. Il primo autore di questa fase è Joseph Schumpeter. In Capitalism, Socialism and Democracy, Schumpeter definisce la democrazia non come governo del popolo, ma come metodo istituzionale attraverso cui alcuni individui acquistano il potere di decidere mediante una competizione per il voto. Drochon interpreta questa teoria come una domesticazione dell’elitismo. Schumpeter accetta l’idea che il popolo non governi direttamente e che la politica sia competizione tra leader, ma restringe il dinamismo della teoria delle élite al solo campo elettorale. La democrazia diventa competizione regolata tra politici, non più circolazione ampia di forze sociali, conflitti, movimenti e classi dirigenti in trasformazione. Questo passaggio è fondamentale: Schumpeter rende l’elitismo compatibile con la democrazia liberale, ma al prezzo di trasformare la democrazia in un meccanismo relativamente statico. Le elezioni consentono il ricambio dei governanti, ma non garantiscono necessariamente la trasformazione dei rapporti sociali, economici o istituzionali. Drochon collega questa impostazione anche alla teoria economica schumpeteriana: come l’imprenditore introduce innovazione nel capitalismo, così il leader politico compete per conquistare consenso; ma nel campo democratico l’innovazione viene contenuta entro procedure che devono evitare il disordine trasformativo. La democrazia minimalista nasce così anche come risposta alla paura di una democrazia socialista capace di investire l’economia, la burocrazia e l’intero assetto dello Stato. Per Drochon, Schumpeter è quindi decisivo ma insufficiente: chiarisce la dimensione competitiva della democrazia, ma riduce il movimento più ampio che Mosca, Pareto e Michels avevano intravisto.
Il confronto tra C. Wright Mills e Robert Dahl permette a Drochon di mostrare come il dibattito americano del dopoguerra sia anch’esso attraversato dalla questione delle élite. Mills, con The Power Elite, sostiene che negli Stati Uniti il potere effettivo tende a concentrarsi in una rete composta da élite politiche, economiche e militari. Non si tratta, nella sua ricostruzione, di una cospirazione segreta nel senso più semplice del termine, ma di una convergenza strutturale tra gruppi che occupano posizioni alte in istituzioni centrali: governo, grandi imprese, apparato militare. Le carriere si intrecciano, le reti sociali si sovrappongono, le decisioni fondamentali vengono prese in spazi lontani dalla partecipazione ordinaria dei cittadini. Dahl, al contrario, con la teoria della poliarchia e con lo studio su New Haven, rifiuta l’idea di una élite unificata e sostiene che nelle democrazie moderne esistono più minoranze in competizione. Nessun gruppo domina stabilmente tutto il sistema; il potere è disperso tra attori diversi, interessi diversi, arene diverse. Drochon mostra però che l’opposizione tra Mills elitista e Dahl pluralista è meno netta di quanto sembri. Entrambi partono dal fatto che governano minoranze, non il popolo come corpo unitario. La differenza riguarda il comportamento delle élite: per Mills tendono a coordinarsi, soprattutto nelle crisi; per Dahl tendono a competere. La “power elite” di Mills ricorda una classe dirigente compatta, forse vicina ai “leoni” paretiani per centralizzazione, forza e coesione; la poliarchia di Dahl ricorda invece una circolazione più frammentata e competitiva, più vicina al mondo delle “volpi”. In entrambi i casi, Drochon recupera la lezione di Michels: anche se i partiti sono oligarchici al loro interno, il sistema politico può essere più o meno democratico a seconda che quelle oligarchie competano, siano controllabili e non si fondano in un unico blocco dominante.
Raymond Aron rappresenta, nella ricostruzione di Drochon, il punto in cui la teoria delle élite viene riformulata come teoria liberale della libertà politica. Aron parte dal “fatto oligarchico”: in ogni regime governano pochi. Ma da questa constatazione non trae una conclusione autoritaria. Al contrario, la libertà moderna dipende dalla divisione delle élite. Una società libera non è una società senza minoranze dirigenti; è una società in cui le élite politiche, economiche, amministrative, intellettuali e sociali non sono fuse in un unico blocco. Il pluralismo costituzionale nasce dalla separazione dei poteri, dalla competizione tra centri decisionali e dall’esistenza di contropoteri. Drochon mostra come Aron rilegga Pareto e i “machiavelliani” attraverso James Burnham: non come teorici del cinismo politico, ma come pensatori realistici del potere, utili per difendere la libertà contro le illusioni totalizzanti. La distinzione aroniana tra regime costituzionale-pluralista e regime a partito monopolistico diventa qui decisiva. Nel primo, le élite sono divise, competono e si limitano reciprocamente; nel secondo, il partito unico assorbe Stato, società, ideologia e amministrazione, producendo una concentrazione incompatibile con la libertà. Aron introduce inoltre una distinzione utile tra personale politico e categorie dirigenti: non tutto il potere coincide con chi occupa formalmente il governo, perché esistono élite economiche, amministrative, culturali e sociali che influenzano il funzionamento complessivo del regime. Questa distinzione consente a Drochon di completare la sua teoria: la democrazia dinamica non guarda soltanto alle elezioni, ma alla struttura complessiva dei rapporti tra élite, istituzioni e società.
Nella conclusione, Drochon ricompone i diversi fili dell’opera attorno a una tesi precisa: se le élite governano sempre, la democrazia deve essere intesa come sfida permanente delle élite emergenti contro le élite stabilite. Questa sfida non è automaticamente buona. Può produrre maggiore apertura, più partecipazione, ricambio e controllo; ma può anche portare a forme di autoritarismo, populismo, chiusura o concentrazione del potere. La democrazia dinamica non è dunque una teoria ingenua del movimento: sa che il cambiamento può peggiorare le cose. Brexit, Trump e altri fenomeni populisti vengono letti in questa chiave: non come semplice rivolta del popolo contro le élite, ma come sostituzione o riorganizzazione di élite, spesso guidata da leader che appartengono già a posizioni privilegiate. Il populismo promette di chiudere lo scarto tra popolo e potere, ma in realtà tende a creare un rapporto diretto tra masse e leader, indebolendo partiti, corpi intermedi e mediazioni istituzionali. Qui torna il problema di Michels: senza organizzazione non c’è azione politica efficace, ma l’organizzazione produce oligarchia; senza mediazione partitica, però, la politica può scivolare nel rapporto carismatico e plebiscitario tra capo e folla. Drochon insiste anche sul problema della ricchezza. Le teorie classiche delle élite si concentravano su organizzazione, burocrazia, partiti, capacità e circolazione; oggi il peso della disuguaglianza economica e della concentrazione della ricchezza rende necessario tornare a Pareto e alla sua “plutocrazia demagogica”. Una democrazia può avere elezioni, partiti e competizione, ma restare attraversata da una struttura oligarchica se il denaro condiziona accesso, agenda e decisione politica. La democrazia dinamica deve quindi interrogarsi non solo su chi vince le elezioni, ma su quali forze sociali riescono davvero a incidere sul potere.
La visione complessiva dell’opera è realistica ma non rassegnata. Drochon non propone di abbandonare la democrazia perché il popolo non governa mai direttamente; propone di pensare la democrazia a partire da questa difficoltà. L’opera rifiuta sia l’idealizzazione del popolo sovrano sia il cinismo secondo cui ogni politica sarebbe soltanto dominio. Tra questi due estremi colloca una teoria liberale, conflittuale e progressiva della democrazia. Liberale, perché difende rappresentanza, pluralismo, partiti, Stato di diritto e divisione dei poteri. Conflittuale, perché vede nella lotta tra élite, masse, movimenti e istituzioni il motore del cambiamento. Progressiva, perché considera l’apertura delle élite, la moltiplicazione delle forze sociali, la capacità di controllo e il ricambio come condizioni per attenuare il dominio. Le implicazioni future sono rilevanti. In un tempo in cui i partiti si indeboliscono, i leader populisti si presentano come incarnazione diretta del popolo, la ricchezza pesa sulla decisione pubblica e la sfiducia verso le élite alimenta teorie cospirative, il libro invita a non confondere la critica delle élite con la democrazia. Una democrazia sana non elimina le élite, ma le divide, le espone alla concorrenza, le costringe a rendere conto, consente l’emersione di nuove forze e impedisce che una sola minoranza occupi tutto lo spazio politico. Il futuro della democrazia dipende quindi dalla qualità dei conflitti che riesce a organizzare. Se il conflitto passa attraverso istituzioni aperte, partiti vitali, movimenti capaci di alleanze e contropoteri effettivi, può produrre democratizzazione. Se invece si concentra in leadership plebiscitarie, blocchi plutocratici o apparati chiusi, può trasformarsi in nuova oligarchia. La democrazia, per Drochon, resta un compito incompiuto: non un possesso stabile, ma un processo di lotta, correzione e riapertura continua.
Sintesi finale
La tesi centrale di “Elites and Democracy” è che la democrazia moderna deve essere compresa a partire da un dato scomodo ma strutturale: in ogni società complessa il potere non è esercitato direttamente dal popolo nel suo insieme, ma da minoranze organizzate, capaci di dirigere istituzioni, partiti, apparati, risorse economiche e strumenti di legittimazione. Drochon non trae da questa constatazione una conclusione antidemocratica, ma la usa per ridefinire la democrazia come processo dinamico di contestazione, controllo e ricambio delle élite. Mosca mostra che ogni ordine politico è retto da una classe dirigente, ma anche che la qualità di un regime dipende dal grado di apertura di questa classe, dalla presenza di garanzie giuridiche e dal bilanciamento tra forze sociali diverse. Pareto aggiunge l’idea della circolazione delle élite, mostrando che i gruppi dominanti decadono, vengono sfidati da nuove minoranze e oscillano tra forme di governo fondate sulla forza, come i “leoni”, e forme fondate su combinazione, negoziazione e manipolazione, come le “volpi”. Michels porta il problema dentro le organizzazioni democratiche, dimostrando che anche i partiti di massa producono oligarchie interne, perché ogni organizzazione complessa richiede dirigenti, competenze, burocrazie e continuità. Schumpeter riduce la democrazia alla competizione elettorale tra leader, rendendo compatibile l’elitismo con la procedura democratica, ma restringendo il dinamismo più ampio individuato dagli autori precedenti. Dahl e Mills rappresentano due esiti opposti dello stesso problema: per Dahl la democrazia è possibile quando molte minoranze competono tra loro, mentre per Mills il pericolo nasce quando élite politiche, economiche e militari si fondono in un unico blocco di potere. Aron riformula la questione in termini liberali: la libertà non richiede l’assenza di élite, ma la loro divisione, la presenza di contropoteri e l’impossibilità che una sola forza occupi Stato e società. Il risultato analitico principale del libro è dunque una teoria della democrazia come movimento permanente, non come condizione compiuta. Le sue implicazioni sono pratiche e teoriche: occorre difendere partiti, pluralismo, Stato di diritto, movimenti sociali e istituzioni rappresentative non perché aboliscano l’oligarchia, ma perché possono renderla meno chiusa, meno arbitraria e più esposta alla critica, al ricambio e alla pressione democratica.
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Autore: Hugo Drochon
Titolo in originale: Elites and Democracy
Casa editrice: Princeton University Press
Anno di pubblicazione: 2026
Categoria: Società, politica e comunicazione


