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Trascrizione

“Erba e clima: perché la primavera decide la produttività dei pascoli”

Lo scorso 1° aprile, Stroncature ha ospitato un incontro dal titolo “Erba e clima: perché la primavera decide la produttività dei pascoli”. L’appuntamento si inserisce nelle attività di Terza Missione promosse da Stroncature in collaborazione con l’Università di Camerino e prende le mosse dalla ricerca del prof. Andrea Catorci, “How the interplay between management and interannual climatic variability influences the NDVI variation in a sub-Mediterranean pastoral system: Insight into sustainable grassland use under climate change”. Al centro del webinar c’era una questione molto concreta: capire in che modo il cambiamento climatico stia modificando la quantità e la qualità del foraggio nei sistemi pastorali dell’Appennino. Il tema è stato affrontato in chiave multidisciplinare, intrecciando botanica, ecologia, anatomia animale ed economia. Il punto di partenza è semplice ma decisivo: per un’azienda zootecnica di montagna l’erba non è soltanto vegetazione spontanea, ma rappresenta il capitale produttivo di base, da cui dipendono gli animali, i prodotti e la tenuta economica dell’intero sistema.

Nel suo intervento, il prof. Catorci ha collocato il problema dentro un quadro più ampio. I sistemi pastorali appenninici, ha ricordato, sono da secoli un elemento centrale della vita economica, sociale e culturale della montagna, ma oggi si trovano esposti a due pressioni forti: da un lato il calo demografico delle aree interne, dall’altro gli effetti del cambiamento climatico. Nel Mediterraneo questi effetti si manifestano soprattutto con l’aumento dell’aridità estiva, la riduzione delle precipitazioni nevose invernali e una maggiore variabilità tra un anno e l’altro. Tutto questo incide direttamente sui cicli delle praterie. Cambiano i tempi di crescita delle piante, cambiano le fioriture, si alterano gli equilibri tra specie vegetali e insetti impollinatori. Ma soprattutto cambia la capacità dei pascoli di produrre foraggio in modo regolare. La primavera, in questo quadro, diventa una fase decisiva, perché da ciò che accade in quei mesi dipende gran parte della produttività dell’intera stagione.

Su questo punto si è soffermato il prof. Federico Maria Tardella, illustrando i risultati dello studio svolto in un’area montana dell’Appennino centrale intorno alla riserva di Torricchio. La ricerca ha mostrato che la produttività delle praterie varia non solo nel corso dell’anno, ma anche in modo marcato tra anni diversi, e che circa metà di questa variabilità dipende da fattori climatici. Tra i più importanti ci sono le precipitazioni primaverili, soprattutto quelle di marzo, l’aridità di aprile e maggio, e anche gli effetti lasciati dall’anno precedente. Un’annata negativa, infatti, può indebolire le piante e ridurre la loro capacità di ripresa nell’anno successivo. Inoltre, gli effetti del clima non sono uguali dappertutto: contano l’altitudine, l’esposizione dei versanti e la forma del terreno. Paradossalmente, proprio le aree normalmente più produttive risultano oggi tra le più esposte agli stress climatici, mentre le zone naturalmente più aride reagiscono meglio perché ospitano specie già adattate a condizioni difficili. Da qui emerge anche un’indicazione gestionale importante: il carico di bestiame considerato ottimale fino a oggi potrebbe non esserlo più in futuro.

Il confronto si è poi spostato dalla quantità alla qualità del foraggio. Il prof. Tardella ha richiamato uno studio che ha confrontato anni molto umidi e anni molto aridi, mostrando che nei periodi secchi il foraggio contiene più fibre e più lignina, cioè componenti meno favorevoli all’alimentazione animale, mentre diminuiscono proteine e altri nutrienti utili. Su questi effetti è intervenuta la prof.ssa Paola Scocco, spiegando che una qualità peggiore del foraggio si riflette sul funzionamento del rumine e quindi sulla capacità degli animali di assorbire bene le sostanze nutritive. Quando questo equilibrio si altera, peggiora lo stato corporeo degli animali, si riducono la produzione di latte e la qualità del latte stesso, e possono comparire effetti negativi anche sulla riproduzione. Tutto questo ha conseguenze dirette anche sulla produzione di formaggio e sul reddito aziendale. La discussione ha però indicato anche alcune possibili forme di adattamento: un uso più attento del body condition score per seguire lo stato degli animali, piccole integrazioni alimentari nei momenti critici, una gestione più flessibile del pascolo e una migliore valorizzazione commerciale dei prodotti, anche attraverso un’informazione più chiara sulla loro qualità.

Nella parte finale del webinar è emerso un punto di fondo condiviso da tutti gli interventi. I sistemi pastorali sono sistemi complessi e non possono essere governati con schemi rigidi o ripetendo semplicemente pratiche del passato. La gestione dovrà diventare più attenta, più mobile e più capace di adattarsi a condizioni che cambiano di anno in anno. Ma il valore di questi sistemi non riguarda soltanto l’economia delle aziende. Il prof. Catorci ha insistito sul fatto che la pastorizia semi-estensiva è essenziale anche per la conservazione della biodiversità e per la vita culturale dell’Appennino. Le praterie montane, ha ricordato, concentrano una ricchezza vegetale straordinaria, e questa ricchezza si mantiene solo se il pascolo continua a essere gestito in modo corretto. Per questo il tema non riguarda soltanto la produzione di foraggio o la tenuta di singole imprese: riguarda il futuro di un paesaggio, di una cultura e di una parte importante dell’economia delle aree interne.

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Assolutamente, procediamo.