"Erba e clima: perché la primavera decide la produttività dei pascoli" di Andrea Catorci
Lo studio mostra che pioggia e stress idrico in primavera guidano gran parte delle variazioni di “verde” osservate da satellite nelle praterie appenniniche
Questo articolo nasce nell’ambito delle attività di Terza Missione promosse da Stroncature in collaborazione con l’Università di Camerino. Il testo rielabora in forma divulgativa lo studio “How the interplay between management and interannual climatic variability influences the NDVI variation in a sub-Mediterranean pastoral system” di Andrea Catorci e coautori, dedicato a come clima, territorio e gestione influenzano di anno in anno la produttività dei pascoli nell’Appennino centrale.
Riferimento originale: Catorci A. et al., “How the interplay between management and interannual climatic variability influences the NDVI variation in a sub-Mediterranean pastoral system”, Agriculture, Ecosystems & Environment, 314 (2021) 107372.
In montagna la produttività dei pascoli cambia di anno in anno. A volte l’erba cresce in modo abbondante e regolare; altre volte arriva tardi, resta bassa o si secca presto. Chi lavora con l’allevamento o con la fienagione lo sa bene: basta una stagione storta per cambiare quantità e qualità del foraggio disponibile. Per capire perché succede, però, non basta dire “ha piovuto poco” o “ha fatto caldo”: conta quando arriva la pioggia, quando parte la crescita, quanto dura la siccità e come reagisce la vegetazione nelle settimane decisive.
Lo studio usa un indicatore chiamato NDVI (Normalized Difference Vegetation Index, cioè “indice di vegetazione delladifferenza normalizzata”), ricavato da immagini satellitari, che misura quanto una superficie appare “verde” e attiva dal punto di vista vegetativo. Più l’NDVI è alto, più la copertura vegetale è densa; più è basso, più la vegetazione è scarsa o stressata. Nel lavoro questo indice viene usato come proxy (cioè come stima indiretta) delle variazioni nella produzione di biomassa erbacea sopra il suolo: in parole semplici, di quanta “massa verde” può tradursi in foraggio nella fase più produttiva della stagione.
Il caso di studio è un sistema pastorale dell’Appennino centrale lungo la dorsale umbro-marchigiana, su circa 3000 ettari tra 760 e 1570 metri di quota. È un territorio vario: valli, versanti ripidi, zone sommitali più dolci e fondovalle relativamente pianeggianti. Il clima è definito temperato sub-mediterraneo, con un’alternanza tipica: stress da freddo in inverno e stress da siccità in estate. Per intercettare il momento chiave per pascolo e fieno, gli autori osservano l’NDVI al picco di crescita dell’erba, tra fine giugno e inizio luglio, quando i pascoli entrano nel vivo e i prati da fieno vengono falciati.
Il punto centrale, per il tema di questo articolo, è che la primavera “pesa” moltissimo su ciò che si vedrà al picco estivo. Nel periodo considerato lo studio osserva un aumento delle temperature medie annuali e, soprattutto, una forte variabilità nella distribuzione stagionale delle piogge, con oscillazioni particolarmente marcate in primavera. Ma non è una questione di “pioggia in generale”: emergono finestre temporali precise. In particolare, la pioggia di marzo e i segnali di stress idrico tra aprile e maggio risultano tra i fattori che spiegano meglio le variazioni di NDVI al picco di fine giugno-inizio luglio. In altre parole: una parte importante della produttività estiva viene “impostata” tra fine inverno e primavera.
Questo aiuta a capire perché le medie annuali spesso non bastano. La stessa quantità totale di pioggia può avere effetti diversi se cade tutta insieme o se arriva nei momenti più utili alla crescita. Marzo può essere decisivo perché prepara l’avvio della stagione; aprile e maggio possono diventare critici se la siccità si manifesta proprio mentre l’erba accelera. Il messaggio pratico è semplice: per capire la produttività dei pascoli bisogna leggere l’anno come una sequenza di fasi, non come un unico numero “totale” di precipitazione o temperatura.
C’è poi un secondo livello, meno intuitivo ma importante: l’effetto di trascinamento degli stress precedenti. Nel lavoro risultano rilevanti anche lo stress da siccità dell’anno prima, lo stress da freddo dell’anno precedente e lo stress da freddo dell’inverno immediatamente prima della crescita primaverile. Questo suggerisce che i pascoli non “ripartono da zero”: condizioni dure lasciate in eredità dal passato possono influenzare come la vegetazione entra nella stagione successiva, e quindi quanto sarà vigorosa al momento del picco.
Infine, lo studio mostra che questi effetti non sono uguali dappertutto. La forma del territorio interagisce con il clima: le oscillazioni più ampie di NDVI si osservano su sommità montane semi-pianeggianti e nei fondovalle pianeggianti, mentre risultano più contenute sui versanti esposti a sud. Inoltre, l’effetto delle variabili climatiche cambia a seconda del tipo di gestione, suggerendo che la gestione può “filtrare” in parte i driver climatici (cioè i fattori climatici determinanti) della produzione di foraggio. In concreto, il quadro che emerge è questo: monitorare bene la primavera (piogge di marzo e segnali di siccità tra aprile e maggio), insieme alla traccia degli stress dell’anno precedente, aiuta a capire perché la produttività oscilla e perché, in un contesto di cambiamento climatico, la sostenibilità delle attività pastorali può diventare più fragile proprio nelle aree più produttive.


