Età biologica: cosa misura davvero (e cosa no)
Che cos’è l’età biologica stimata dall’epigenetica e perché se ne parla quando si studiano dieta e salute.
Questo articolo nasce nell’ambito delle attività di Terza Missione promosse da Stroncature in collaborazione con l’Università di Camerino, nel Macro-tema 1 “Nutrizione, nutraceutica e salute”. Il testo rielabora in forma divulgativa lo studio di Laura Bordoni, Ph.D. (Unità di Biologia Molecolare e Nutrigenomica, Scuola di Farmacia, Università di Camerino) e coautori, dedicato al rapporto tra qualità della dieta, apporto di alcuni specifici nutrienti ed età epigenetica.
Riferimento originale: Bordoni L. et al., “Evaluating the connection between diet quality, EpiNutrient intake and epigenetic age: an observational study”, The American Journal of Clinical Nutrition, 120 (2024), 1143–1155.
Quando pensiamo all’invecchiamento, di solito pensiamo agli anni che passano. Eppure, sappiamo anche che due persone della stessa età possono vivere condizioni molto diverse: una può sentirsi piena di energia e in forma, l’altra più affaticata o più fragile. È per questo che oggi la ricerca non si limita più semplicemente a contare gli anni, ma sta cercando di delineare strategie per descrivere come il corpo sta realmente invecchiando. L’idea di età biologica nasce qui: non è un’etichetta definitiva e non è un verdetto sulla salute, ma un modo per osservare alcuni segnali del corpo che, nel tempo, possono collegarsi al rischio di malattie e alla qualità dell’invecchiamento.
Lo studio in questione usa a questo scopo un indicatore molto particolare: la metilazione del DNA. Si tratta di piccoli “segni chimici” che non cambiano i geni ma influenzano come questi vengono usati in ciascuna delle cellule del nostro corpo. Questi segni vengono stabiliti all’inizio della nostra vita, ma si è visto che tendono a cambiare con l’età e possono riflettere in parte anche le esposizioni all’ambiente che ci circonda e le nostre abitudini. Da queste osservazioni i ricercatori hanno creato gli “orologi epigenetici”: modelli statistici che, leggendo quel profilo, stimano un’età epigenetica. La differenza tra età epigenetica stimata con queste analisi molecolari e l’età anagrafica di uno specifico individuo ci permette di capire se questo sta invecchiando più o meno velocemente: : se la stima dell’età epigenetica è più alta dei tuoi anni, l’età epigenetica appare “più avanti”, o accelerata; se, al contrario, la tua età epigenetica è più bassa, o “più indietro”, rispetto a quella cronologica, sarà decelerata.
I dati utilizzati in questo studio arrivano dalla biobanca LifeLines, una grande popolazione campione proveniente dai Paesi Bassi. Dopo le selezioni dei partecipanti descritte dagli autori, l’analisi finale si concentra su 760 persone. L’alimentazione dei soggetti inclusi nello studio viene ricostruita attraverso l’uso di un questionario che chiede con che frequenza sono stati consumativari alimenti nell’ultimo mese. Da queste risposte lo studio ricava: un punteggio di qualità complessiva della dieta, una misura del livello di trasformazione degli alimenti (inclusi gli ultraprocessati), il carico glicemico della dieta (un indicatore che riassume l’impatto complessivo dei carboidrati sul metabolismo) e l’adeguatezza dei livelli di assunzione di alcune vitamine particolarmente importanti per stabilire e mantenere i livelli di metilazione del nostro DNA.
Il risultato principale può dirsi così, senza tecnicismi: nel campione studiato, chi segue una dieta valutata complessivamente come “di migliore qualità” tende ad avere un’età epigenetica meno “accelerata”, cioè più vicina all’età anagrafica (o in alcuni casi anche più bassa!). Questo non significa “ringiovanire”, e non significa che l’età biologica di una persona si possa ridurre a un numero. Significa che, guardando la dieta nel suo insieme, emerge un’associazione coerente con questi indicatori epigenetici. Gli autori affiancano inoltre a questi risultati anche quelli provenienti da un secondo segnale legato all’invecchiamento: la stima della lunghezza dei telomeri ricavata dagli stessi dati di metilazione (quindi non una misurazione diretta), utile per confrontare più indicatori nella stessa analisi.
Osservando più nel dettaglio la composizione della dieta, due aspetti risultano particolarmente informativi nello studio. Il primo è il carico glicemico: quando questo è più alto, si osserva un’associazione con una maggiore accelerazione dell’età epigenetica e, insieme, con una stima della lunghezza telomerica più “sfavorevole” (telomeri più corti). Il secondo dato di intersse riguarda il livello di trasformazione dei cibi: diete caratterizzate dall’assunzione di una quota maggiore di alimenti non o minimamente processati sono associate a minore accelerazione dell’età epigenetica, mentre l’assunzione di una elevata quantità di alimenti ultraprocessati tende ad associarsi a età epigenetiche accelerate. Il paper considera anche l’assunzione di alcune specifiche vitamine (tra cui folati, B12, B2, B6 e vitamina C), in quanto nutrienti che possono essere rilevanti per processi collegati all’epigenetica. I risultati dello studio hanno mostrato che un apporto inadeguato di vitamina B12 e vitamina C è associato, in alcune misure, a maggiore accelerazione dell’età epigenetica.
Il gruppo di ricerca di Laura Bordoni ha cercato inoltre di rendere il quadro più solido tenendo conto di vari fattori che potrebbero influenzare la misurazione dell’età epigenetica, come differenze tra uomini e donne, la composizione corporea e altri aspetti della dieta. Allo stesso tempo, gli autori pongono limiti molto chiari allo studio. Si tratta infatti di una ricerca osservazionale: individua associazioni, ma non dimostra che una certa dieta “causa” direttamente un rallentamento o un’accelerazione dell’età epigenetica. Inoltre, l’alimentazione è stimata da un questionario (non misurata al grammo), e che gli orologi epigenetici non sono tutti uguali (possono esisterne di più o meno sensibili alla dieta e allo stile di vita). Infine, resta una domanda aperta: quanto questi indicatori siano in grado di cambiare a seguito di piccoli aggiustamenti dello stile di vita, o con cambiamenti di breve periodo.
Che cosa significa, allora, questo lavoro? Significa che esistono strumenti che permettono di collegare, in modo più fine, profili alimentari e marcatori biologici legati all’invecchiamento, con risultati coerenti su più indicatori. Che cosa non significa? Non si tratta di un test “per scoprire la tua vera età”, né è una diagnosi o una scorciatoia per promettere ringiovanimento. È un tassello di ricerca che aiuta a capire quali caratteristiche della dieta, considerate nel loro insieme, meritano ulteriori studi per chiarire meglio il rapporto tra alimentazione, salute e invecchiamento. Ulteriori studi potranno condurre a future applicazioni pratiche di queste ricerche. Una di queste, ad esempio, è lo sviluppo di test basati su questi marcatori, che possano essere utilizzati per capire se interventi dietetici o cambiamenti dello stile di vita adottati da gruppi di persone stanno effettivamente dando i loro frutti!


