Gestire meglio i pascoli: il pascolamento può “filtrare” gli effetti del clima?
Lo studio mostra che la risposta della vegetazione al clima cambia a seconda di come un’area viene gestita: pascolo, sfalcio e abbandono non reagiscono nello stesso modo.
Questo articolo nasce nell’ambito delle attività di Terza Missione promosse da Stroncature in collaborazione con l’Università di Camerino. Il testo rielabora in forma divulgativa lo studio “How the interplay between management and interannual climatic variability influences the NDVI variation in a sub-Mediterranean pastoral system” di Andrea Catorci e coautori, dedicato a come clima e gestione interagiscono nel determinare la produttività dei pascoli dell’Appennino centrale.
Riferimento originale: Catorci A. et al., “How the interplay between management and interannual climatic variability influences the NDVI variation in a sub-Mediterranean pastoral system”, Agriculture, Ecosystems & Environment, 314 (2021) 107372.
Quando si parla di cambiamento climatico, è facile ragionare come se tutti i pascoli rispondessero nello stesso modo. Questo studio, invece, parte da una domanda più concreta: a parità di clima, quanto conta “come” un pascolo viene usato e mantenuto nel tempo? La gestione non è solo un dettaglio operativo: cambia l’altezza del cotico, la struttura della vegetazione, la presenza di specie competitive e, quindi, può rendere una prateria più sensibile o più resistente agli stress climatici.
Per affrontare il problema su scala di paesaggio, gli autori usano l’NDVI (Normalized Difference Vegetation Index, cioè “indice di vegetazione della differenza normalizzata”), un indicatore ricavato da immagini satellitari che descrive quanto la vegetazione appare “verde” e attiva. Nel paper l’NDVI è usato come proxy (stima indiretta) della produzione di biomassa erbacea sopra il suolo, cioè del potenziale foraggero al picco stagionale (Aboveground Net Primary Production, ANPP: produzione netta di biomassa sopra il suolo).
La parte davvero “nuova”, rispetto alle letture solo climatiche, è che qui la gestione viene classificata in modo operativo, non generico. Lo studio distingue quattro condizioni: assenza di pascolamento (assenza di disturbo, con tendenza alla diffusione di graminacee alte e competitive), pascolamento a bassa intensità (cotico non completamente consumato a fine stagione), pascolamento “ottimale” (cotico completamente consumato a fine stagione,) e sfalcio seguito da pascolamento (il prato viene falciato una volta l’anno, il foraggio rimosso e poi l’area viene pascolata da bovini). È un passaggio importante perché permette di confrontare non solo “pascolo sì/no”, ma livelli e pratiche diverse.
Che cosa emerge dai dati? In media, la gestione spiega una quota non enorme ma significativa della variabilità dell’NDVI (circa il 5% sull’intero dataset), con differenze da anno a anno: in certi anni pesa di più, in altri meno. Il punto, però, non è solo “quanto” pesa la gestione da sola, ma come cambia la risposta al clima in ciascun tipo di gestione: gli stessi segnali climatici possono essere amplificati, attenuati o quasi “smorzati” a seconda che un’area sia pascolata intensamente, poco, sfalciata e poi pascolata, o lasciata senza pascolo.
Lo studio descrive differenze molto nette tra i quattro casi. Nelle praterie a pascolamento “ottimale”, per esempio, gli effetti di alcuni stress stagionali risultano più marcati: è come se questi sistemi rispondessero peggio degli altri agli stimoli negativi e mostrassero una risposta più attenuata a quelli positivi. Al contrario, pascoli a bassa intensità e pascoli non utilizzati mostrano una mitigazione degli impatti negativi di alcuni stress (in particolare rispetto all’aridità primaverile e al freddo dell’inverno precedente), ma risultano più favoriti dall’aumento delle piogge di marzo. I prati falciati e poi pascolati, invece, emergono come i più resistenti a specifici stress (in particolare al freddo invernale e ad alcuni stress idrici), e al tempo stesso i meno sensibili ai benefici di piogge precoci: un profilo che suggerisce maggiore stabilità, ma anche minore “reattività” verso alcuni segnali favorevoli.
Un risultato interessante riguarda anche i valori medi di “verde”: nel dataset, l’NDVI medio risulta più alto nei pascoli non utilizzati e in quelli pascolati in modo ottimale rispetto alle altre condizioni. Nel caso dei pascoli abbandonati, gli autori propongono una lettura prudente ma concreta: un NDVI alto può dipendere dall’invasione di graminacee alte e competitive che infittiscono e “chiudono” il cotico, aumentando il segnale di verde visto dal satellite, senza che questo coincida automaticamente con una qualità foraggera migliore nel lungo periodo.
La conclusione pratica è che la gestione può davvero funzionare come un “filtro” dei driver climatici: non elimina gli effetti del clima, ma può modificarne l’intensità e la direzione in termini di produttività osservata. Per questo lo studio suggerisce che conoscere prima dell’avvio della stagione alcuni indicatori di stress, in particolare lo stress da freddo dell’inverno precedente e lo stress d’aridità dell’anno precedente, può aiutare a prendere decisioni gestionali tempestive anno per anno. Che cosa significa? Che adattare intensità e tempi delle pratiche può essere una parte della risposta alla variabilità climatica. Che cosa non significa? Non esiste una “gestione perfetta” valida sempre: l’esito dipende dall’interazione tra clima, territorio e tipo di pascolo, e va letto con approccio adattivo, non come ricetta.


