Per molto tempo l’analisi delle reti complesse ha associato la vulnerabilità soprattutto ai nodi più connessi: se una grande parte dei flussi passa attraverso pochi hub, colpirli sembra il modo più efficace per compromettere il sistema. Ma questa intuizione vale soltanto per alcuni tipi di attacco. Un nuovo studio pubblicato su Nature Communications mostra che, quando la perturbazione non rimuove un nodo ma altera dinamicamente le sue relazioni con il resto della rete, possono diventare più vulnerabili proprio i nodi che ricevono meno connessioni. La questione non è quindi stabilire se siano più importanti il centro o la periferia. È capire se una componente possa essere definita “critica” indipendentemente dal modo in cui il sistema viene perturbato.
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