Se un robot sociale può suscitare coinvolgimento, attaccamento e perfino l’impressione di una relazione, allora il problema non è più soltanto capire che cosa sia una macchina di questo tipo, ma come debba essere progettata. Nelle conclusioni della loro ricerca, Piercosma Bisconti e Antonio Carnevale spostano infatti l’attenzione su una domanda molto concreta: in che modo si possono costruire robot capaci di aiutare le persone senza favorire equivoci relazionali, dipendenze emotive o forme sottili di alienazione? La questione non riguarda solo l’efficienza tecnica del dispositivo, ma il rapporto tra ciò che il robot fa davvero e ciò che l’utente è portato a vedere in quel comportamento. Per questo il problema del design, nel testo, non è separato dalla riflessione filosofica: è il punto in cui l’analisi della relazione umano-robot diventa direttamente una questione etica.
Per questo, secondo gli autori, il vero problema non è semplicemente quanto il robot sia sofisticato. Una macchina molto avanzata non è, per ciò stesso, più adatta a entrare nello spazio delle relazioni umane. Il punto decisivo è un altro: quanto sia coerente il rapporto tra le capacità effettive del robot e l’interpretazione che l’utente costruisce nell’interazione. Un robot può essere tecnicamente raffinato e tuttavia generare un’esperienza ambigua, se induce la persona a vedervi una reciprocità che la macchina non può sostenere. Al contrario, un dispositivo anche meno complesso può risultare più accettabile se mantiene chiaro il legame tra ciò che fa e il significato che suscita. La questione etica, quindi, non si misura sulla sola potenza della tecnologia, ma sulla chiarezza della relazione che essa rende possibile. È qui che la ricerca individua il rischio più sottile: non l’errore meccanico, ma l’equivoco relazionale.
Il rischio cresce soprattutto quando il robot sembra offrire non solo un’interazione efficace, ma una vera relazione intersoggettiva, cioè una relazione tra soggetti. A questo livello la macchina non appare più soltanto come uno dispositivo ben costruito, ma come una presenza che sembra rispondere in maniera quasi-umana ai bisogni di comprensione, compagnia e supporto emotivo dell’utente. Eppure, come la ricerca ha mostrato, questa impressione può essere fuorviante. Il robot può simulare segnali sociali, mantenere continuità nei comportamenti, produrre attaccamento e persino suscitare l’idea di una confidenzialità emotiva, ma non per questo possiede una soggettività capace di reciprocità. Proprio qui nasce il problema etico centrale: quando la macchina sembra offrire più di quanto possa davvero sostenere, l’utente rischia di attribuirle una qualità relazionale che non appartiene al dispositivo, ma al modo in cui l’utente stesso interpreta ciò che sta vivendo. Il punto critico, quindi, non è la presenza di segnali sociali in sé, ma la distanza tra la loro efficacia apparente e il loro reale contenuto relazionale.
Questa analisi consente anche di spostare il problema da un terreno più ovvio a uno più sottile. La ricerca osserva infatti che il punto non è tanto l’inganno del robot, quanto l’auto-inganno dell’utente. Una macchina, da sola, non nasconde davvero la propria natura artificiale: non possiede una volontà segreta con cui fingere di essere altro da ciò che è. Il rischio reale nasce piuttosto quando la persona sospende la propria capacità di giudizio e comincia a investire il robot di aspettative che il dispositivo non può restituire. In questo senso, l’equivoco relazionale non è soltanto un difetto della macchina, ma il risultato dell’incontro tra un progetto tecnico molto efficace e una disponibilità umana a leggere in quel comportamento un legame più profondo. Per gli autori, è proprio questa dinamica a rendere il problema etico più serio: non basta chiedersi se il robot “inganni”, bisogna capire come evitare che l’interazione favorisca forme di auto-inganno che trasformano una simulazione coerente in una relazione creduta reciproca e riconoscitiva.
Un’altra conseguenza importante riguarda ciò che la ricerca descrive, in sostanza, come una forma di onnipotenza soggettiva. Il robot occupa infatti una posizione intermedia molto particolare: da un lato si comporta abbastanza da sembrare un soggetto, perché risponde, fa compagnia e mantiene una presenza relazionale; dall’altro resta disponibile come un oggetto, perché non ha un proprio interesse nella relazione e non può sottrarsi davvero alle aspettative dell’utente. Questa combinazione può produrre un effetto dalle conseguenze rilevanti: l’essere umano può abituarsi a una relazione in cui l’altro appare sempre accessibile, sempre confermante, sempre pronto a restituire attenzione senza mai opporre una vera resistenza. Secondo gli autori, è proprio qui che il rischio esce dal piano teorico e diventa psicologico e relazionale. Una simile esperienza può rafforzare l’aspettativa che anche i rapporti umani debbano funzionare secondo la logica della disponibilità totale, soprattutto nei gruppi più vulnerabili, come bambini e anziani, che sono tra i principali destinatari dei robot di compagnia.
Da qui nasce la conclusione normativa della ricerca. Gli autori sostengono che il robot socialmente ed eticamente più accettabile non è quello che sembra più umano in assoluto, ma quello che mantiene una corrispondenza chiara tra comportamento reale, funzione concreta e significato percepito dall’utente. Per chiarire questo punto, mostrano anche che l’alienazione raggiunge il suo massimo non quando il robot è del tutto inerte, ma quando è abbastanza convincente da far pensare a una vera relazione senza poterla però sostenere davvero: è il punto in cui l’interazione appare ricca, ma diventa psicologicamente più ambigua. Per questo la buona progettazione, che gli autori collegano a un design sensibile ai valori umani, non deve spingere la macchina verso una somiglianza sempre maggiore con l’essere umano, ma ridurre lo scarto tra ciò che il robot fa e ciò che l’utente gli attribuisce. In questo senso, il vero rischio dei robot sociali non è la loro semplice presenza nelle nostre vite, ma l’equivoco che nasce quando il progetto tecnico incoraggia a vedere reciprocità dove esiste soltanto una simulazione ben costruita.
Questo articolo nasce nell’ambito delle attività di Terza Missione promosse da Stroncature in collaborazione con l’Università degli Studi di Bari Aldo Moro, nel quadro delle iniziative di Public Engagement finanziate dal “Bando per Finanziamento di Iniziative di Public Engagement” a valere sul Progetto “Sistema Universitario Pugliese”, finanziato nell’ambito della misura “Patti Territoriali dell’Alta Formazione per le Imprese” (CUP F61B23000370006). Il testo rielabora in forma divulgativa il contributo scientifico “Alienation and Recognition: The Δ Phenomenology of the Human–Social Robot Interaction (HSRI)” di Piercosma Bisconti e Antonio Carnevale, pubblicato in Techné: Research in Philosophy and Technology, vol. 26, n. 1, 2022, pp. 147–171, DOI 10.5840/techne202259157, per renderne i contenuti più fruibili a un pubblico non specialista.


