“Josephus and Jesus: New Evidence for the One Called Christ”, T. C. Schmidt (Oxford University Press, 2025)
Nel volume “Josephus and Jesus: New Evidence for the One Called Christ” (Oxford University Press, 2025) T. C. Schmidt prende di petto una questione che, pur sembrando tecnica, incide su un nodo centrale della storia antica: quanto possiamo sapere di Gesù di Nazaret da fonti non cristiane e, soprattutto, che valore ha il celebre passaggio di Flavio Giuseppe nelle Antichità giudaiche noto come Testimonium Flavianum. Il punto di partenza è semplice e insieme dirompente: se autentico, quel breve paragrafo scritto attorno al 93–94 d.C. sarebbe la più antica descrizione di Gesù prodotta da un autore non cristiano; se invece è frutto di interpolazioni, o addirittura una falsificazione, la sua utilità storica crolla e con essa un tassello spesso invocato nei dibattiti sull’attendibilità esterna delle tradizioni evangeliche. Schmidt imposta il problema in modo volutamente “forense”: non cerca scorciatoie confessionali, ma ricostruisce come il testo è stato letto, trasmesso, tradotto e frainteso, mostrando che la posta in gioco non è solo stabilire se un copista cristiano abbia “abbellito” qualche riga, bensì capire che tipo di informazione Giuseppe intendeva davvero consegnare al lettore e quale distanza, emotiva e concettuale, separi la voce di uno storico ebreo del I secolo dalle formule della fede cristiana.


