“La guerre des mondes. Le retour de la géopolitique et le choc des empires” Bruno Tertrais (Éditions de l’Observatoire, 2023)
La guerre des mondes. Le retour de la géopolitique et le choc des empires, pubblicato da Bruno Tertrais nel 2023 per Éditions de l’Observatoire, è un libro che affronta una delle questioni centrali del presente: il ritorno della politica di potenza in un mondo che, per alcuni decenni, aveva creduto di poterne fare a meno. L’opera non nasce dall’idea che il sistema internazionale sia precipitato all’improvviso nel caos, né dalla convinzione che la guerra in Ucraina abbia creato da sola un’epoca nuova. Il suo punto di partenza è più sobrio e più inquietante: molte delle linee di frattura oggi visibili erano già presenti da tempo, ma sono diventate più nette, più dure e più difficili da ricomporre. Tertrais invita a guardare il mondo senza le illusioni dell’immediato dopoguerra fredda, quando globalizzazione, interdipendenza economica, sviluppo, democrazia e multilateralismo sembravano destinati a procedere insieme. Il libro merita attenzione perché non si limita a descrivere una crisi internazionale, ma cerca di capire quale tipo di ordine, o di disordine, stia emergendo. Le domande che lo attraversano sono decisive: siamo davanti a una nuova guerra fredda, a un ritorno degli imperi, a una competizione tra modelli politici, a una frammentazione della globalizzazione, oppure a una combinazione di tutti questi fenomeni? E soprattutto: le democrazie occidentali dispongono ancora degli strumenti politici, militari, economici e morali per reggere una lunga fase di confronto?
Il prologo colloca l’origine simbolica di molte tensioni contemporanee nella guerra del Kosovo del 1999. Tertrais ricostruisce l’episodio del volo di Evgueni Primakov, allora primo ministro russo, che mentre si dirigeva verso Washington ordinò all’aereo di tornare a Mosca dopo essere stato informato dell’avvio dei bombardamenti NATO contro la Jugoslavia. Quel gesto diventa, nel libro, molto più di una reazione diplomatica: rappresenta il momento in cui Mosca avverte di essere stata esclusa dalla gestione dell’ordine europeo post-sovietico. Poche settimane dopo, il bombardamento accidentale dell’ambasciata cinese a Belgrado produce un trauma parallelo a Pechino, alimentando l’idea che l’Occidente, e in particolare gli Stati Uniti, potessero agire militarmente senza autorizzazione dell’ONU e senza considerare gli interessi delle grandi potenze non occidentali. La guerra del Kosovo, dunque, non viene letta solo come un episodio balcanico, ma come un evento fondativo nella memoria politica russa e cinese. Per l’Occidente, secondo Tertrais, essa appartiene spesso a un passato chiuso; per Mosca e Pechino, invece, resta una ferita aperta. Da qui nasce una parte rilevante del risentimento contemporaneo: la convinzione che l’ordine liberale internazionale sia stato costruito non come sistema comune di regole, ma come strumento di dominio occidentale. Il libro mostra così come i traumi storici, anche quando deformati o strumentalizzati, possano diventare miti politici capaci di orientare strategie di lungo periodo.
Il primo grande asse concettuale dell’opera è il “grande tornante” degli anni Venti del XXI secolo. Tertrais rifiuta l’idea che ogni crisi debba essere interpretata come fine del mondo, ricordando che molte generazioni hanno creduto di vivere in un’epoca eccezionale. Tuttavia, sostiene che gli anni recenti presentano una concentrazione rara di trasformazioni: pandemia, crisi economica, crisi energetica, guerra in Ucraina, accelerazione della transizione climatica, crisi delle democrazie, indebolimento della globalizzazione sino-centrica, declino demografico cinese e spostamento del baricentro economico verso l’Asia. La guerra in Ucraina non inaugura da sola questo scenario, ma lo rende evidente. Secondo Tertrais, il vero cambiamento era già iniziato nel decennio precedente, quando si sono manifestati il picco della globalizzazione economica, la radicalizzazione di Russia e Cina, l’ascesa dei populismi, il declino relativo della democrazia liberale e la contestazione dell’ordine multilaterale nato nel 1945. Il libro insiste su un punto essenziale: l’ordine internazionale liberale non è più contestato soltanto ai margini, ma da potenze dotate di risorse militari, economiche, tecnologiche e narrative. Mosca e Pechino non si limitano a chiedere una riforma del sistema, ma ne sfidano le regole fondamentali: integrità territoriale, libertà di navigazione, non proliferazione, reciprocità commerciale, rispetto delle istituzioni internazionali. Il mondo descritto da Tertrais non è quindi semplicemente più instabile; è un mondo nel quale le regole comuni sono diventate esse stesse oggetto di competizione.
Un secondo nucleo dell’analisi riguarda il ritorno dei nazionalismi, interpretato come reazione triplice: contro la globalizzazione, contro l’occidentalizzazione e contro la modernizzazione. La globalizzazione, che dopo il 1989 sembrava sinonimo di apertura, crescita e pacificazione, viene oggi percepita da molti attori come fonte di vulnerabilità. Nei paesi occidentali è accusata di distruggere posti di lavoro, aumentare le disuguaglianze e creare dipendenze strategiche in settori cruciali come energia, semiconduttori, terre rare e sanità. Nei paesi autoritari o revisionisti, invece, l’interdipendenza è temuta perché espone a sanzioni, pressioni e controllo da parte dei sistemi finanziari e tecnologici occidentali. A questa reazione economica si aggiunge una reazione culturale. Tertrais riprende l’idea che la modernizzazione produca spesso un contraccolpo identitario: secolarizzazione, pluralismo, emancipazione individuale e mescolanza culturale possono generare, soprattutto nelle generazioni più anziane o nei gruppi sociali disorientati, il sentimento di essere diventati stranieri nel proprio paese. Il nazionalismo contemporaneo valorizza così il capo, l’ordine, la tradizione, la grandezza, la sovranità e la memoria selettiva del passato. Non è un fenomeno uniforme: Tertrais distingue un nazionalismo offensivo, revanchista e imperiale, visibile nella Russia o nella Cina assertiva, e un nazionalismo difensivo, protezionista e ripiegato su sé stesso, più frequente in Occidente. Entrambi, però, si alimentano della stessa logica: la promessa di “riprendere il controllo” contro forze percepite come esterne, cosmopolite o decadenti.
Il libro dedica grande attenzione al ruolo delle passioni politiche. Tertrais contesta una visione troppo razionalistica delle relazioni internazionali, secondo cui gli Stati agirebbero solo per massimizzare interessi materiali. Riprendendo una tradizione che va da Raymond Aron a Pierre Hassner, mostra che paura, onore, avidità e soprattutto risentimento sono elementi centrali della politica mondiale. Il risentimento è decisivo perché trasforma una perdita reale o immaginata in progetto politico. Le sconfitte, le umiliazioni, le amputazioni territoriali, le rivoluzioni fallite o subite, le memorie imperiali non elaborate diventano carburante per strategie aggressive. La Russia di Putin, la Cina di Xi Jinping, l’Iran post-rivoluzionario, la Turchia neo-ottomana e altri attori evocano continuamente ferite storiche che l’Occidente avrebbe inflitto o aggravato. Anche quando queste narrazioni sono esagerate, parziali o manipolate, esse funzionano come miti fondatori. In questo quadro, la religione e le identità civilizzazionali assumono una nuova funzione politica. Non si tratta necessariamente di un ritorno autentico della fede, ma dell’uso della religione come linguaggio di mobilitazione, inclusione ed esclusione. Terre, città, confini e luoghi sacri vengono caricati di significati assoluti: il Kosovo per i serbi e per la memoria russa, la Crimea per Mosca, Gerusalemme per il sionismo religioso, il Karabakh per armeni e azeri, Taiwan per la Cina. La geopolitica torna così a essere anche una politica delle passioni collettive.
Da questa analisi discende la critica delle illusioni del dopoguerra fredda. Tertrais ne individua diverse. La prima era l’idea che la globalizzazione fosse irreversibile perché vantaggiosa per tutti. Essa ha effettivamente contribuito a ridurre la povertà in vaste aree del mondo, ma ha anche creato dipendenze, asimmetrie e strumenti di coercizione. La seconda illusione era che lo sviluppo economico producesse automaticamente democrazia e occidentalizzazione. Cina, Turchia, paesi del Golfo, Rwanda, Marocco ed Etiopia mostrano invece che modernizzazione economica e liberalismo politico possono separarsi. La terza illusione era che la fine della guerra fredda avrebbe aperto una fase stabile di multilateralismo cooperativo. Al contrario, le istituzioni internazionali sono oggi terreno di blocco, revisione o competizione. La quarta era che lo Stato-nazione sarebbe stato progressivamente superato da mercati, organizzazioni internazionali, ONG e multinazionali; il ritorno dei confini, delle barriere, della spesa pubblica e della sicurezza nazionale dimostra il contrario. La quinta era che l’interdipendenza economica avrebbe reso la guerra irrazionale. Tertrais non nega che il commercio possa ridurre alcuni rischi, ma osserva che non ha impedito la guerra in Ucraina né la crescita delle tensioni in Asia orientale. La conclusione della prima parte del ragionamento è netta: il mondo non è precipitato in un Medioevo anarchico, ma è tornato “normale” nel senso più duro del termine, cioè dominato da rapporti di forza, territori, paure, memorie, potenza militare, competizione tecnologica e capacità degli Stati di usare le interdipendenze come armi.
Seconda tranche — paragrafi 7–12
Il concetto di “neo-impero” è uno degli strumenti interpretativi più importanti del libro. Tertrais lo usa per descrivere potenze che non hanno davvero elaborato la perdita della propria grandezza storica e che cercano di ricostruire, in forme nuove, sfere di influenza, gerarchie regionali e spazi di subordinazione. Russia, Cina, Turchia e Iran sono presentati come imperi feriti, diversi tra loro ma accomunati da un rapporto irrisolto con il passato. Non sono semplicemente Stati nazionali forti: sono potenze che pensano sé stesse come civiltà, depositarie di una missione storica, religiosa, culturale o ideologica. La Russia richiama l’eredità zarista, sovietica e ortodossa; la Cina si presenta come civiltà centrale destinata a ritrovare il proprio posto nel mondo; la Turchia riattiva memorie ottomane e ambizioni regionali; l’Iran continua a proiettare all’esterno la propria rivoluzione. Questi neo-imperi non vogliono necessariamente conquistare il mondo intero, come alcune ideologie universalistiche del Novecento, ma vogliono rendere il mondo sicuro per l’autocrazia. La loro azione si sviluppa su più piani: militare, economico, tecnologico, informativo, religioso e simbolico. Essi cercano di riscrivere le regole internazionali, aggirarle o svuotarle dall’interno. Usano il linguaggio della sovranità contro l’universalismo liberale, ma negano spesso la sovranità dei vicini. Parlano di rispetto delle civiltà, ma rivendicano sfere d’influenza. In questo senso, la loro politica è revanchista, conquistatrice e predatoria: revanchista perché nasce da un passato vissuto come umiliazione; conquistatrice perché tende a spostare confini materiali o politici; predatoria perché usa risorse, dipendenze, infrastrutture, dati, materie prime e popolazioni come strumenti di potenza. La globalizzazione, che avrebbe dovuto integrare gli Stati in un sistema cooperativo, diventa nelle loro mani un arsenale di pressione.
La parte dedicata alla Russia costituisce il nucleo più ampio e drammatico dell’opera. Tertrais interpreta il putinismo come una sintesi di tsarismo, stalinismo, kleptocrazia, apparati di sicurezza, cultura mafiosa, messianismo ortodosso e risentimento imperiale. La Russia non viene descritta come una semplice potenza insoddisfatta, ma come un sistema politico nel quale paranoia strategica, violenza interna, culto della grandezza e paura del contagio liberale si rafforzano reciprocamente. La sua visione del mondo nasce dall’idea che l’Occidente voglia accerchiarla, umiliarla e disgregarla; ma questa paura, reale o indotta, serve anche a giustificare l’autoritarismo interno e l’aggressione esterna. Per Tertrais, l’ossessione russa per l’Ucraina non deriva principalmente dall’allargamento della NATO, come spesso viene sostenuto, ma dal fatto che l’Ucraina rappresenta la possibilità di una nazione slava, post-sovietica, europea e democratica fuori dal controllo di Mosca. L’Unione Europea, più ancora della NATO, è il vero problema simbolico e politico per il Cremlino: una Ucraina riuscita, autonoma e integrata nell’Europa mostrerebbe ai russi che un altro destino è possibile. Per questo la guerra viene letta come una guerra imperiale, ma anche come guerra identitaria, demografica e storica. La perdita dell’Ucraina è percepita da Mosca come amputazione dell’impero e come minaccia alla propria identità eurasiatica. L’invasione del 2022, dunque, non nasce da una reazione improvvisa, ma da una lunga sequenza: trauma del 1991, annessione della Crimea, costruzione del mito dell’unità russo-ucraina, paura delle rivoluzioni di colore, controllo crescente della società russa, trasformazione della memoria storica in strumento di mobilitazione. L’Ucraina, dal canto suo, appare nel libro come una nazione che ha consolidato la propria identità proprio sotto la pressione russa. La guerra, pensata da Putin come restaurazione imperiale, ha accelerato il distacco definitivo di Kyiv da Mosca.
Da questa guerra Tertrais fa discendere un’ipotesi radicale: la seconda morte dell’Unione Sovietica. La prima fu il crollo del 1991; la seconda potrebbe essere il fallimento del progetto putiniano di ricostruire attorno alla Russia una sfera imperiale. La guerra in Ucraina ha già prodotto effetti opposti a quelli desiderati dal Cremlino: ha rafforzato la NATO, ha spinto Finlandia e Svezia verso l’Alleanza atlantica, ha reso l’Europa più consapevole della propria vulnerabilità, ha separato la Russia dall’Occidente e ha reso i suoi vicini più diffidenti. Tertrais osserva che il potere russo mostra tratti sempre più fascistizzanti: culto del capo, militarizzazione della società, ossessione della purezza, denuncia della decadenza occidentale, mobilitazione giovanile, uso politico della memoria della Seconda guerra mondiale, repressione interna e normalizzazione della violenza. Tuttavia, egli distingue questo scenario dal totalitarismo pieno: la Russia non controlla ancora integralmente la società, ma si muove verso una forma di autoritarismo sempre più chiuso, brutale e bellico. Il futuro russo viene presentato attraverso scenari cupi: una Russia-fortezza simile alla Corea del Nord, isolata e mobilitata in modo permanente; una Russia criminalizzata, dominata da milizie, reduci e reti mafiose; una Russia revanchista, ancora più aggressiva dopo la sconfitta; oppure una Russia in disgregazione, incapace di tenere insieme le sue molte componenti territoriali, etniche e regionali. L’ipotesi dell’implosione dell’impero russo non è presentata come certa, ma come abbastanza plausibile da dover essere presa sul serio. La Federazione Russa è un gigante territoriale fragile, attraversato da squilibri demografici, impoverimento, centralizzazione e tensioni tra centro e periferie. La sconfitta militare potrebbe non produrre democratizzazione, ma caos, frammentazione o un nuovo autoritarismo ancora più violento. Per questo Tertrais invita l’Occidente a prepararsi non solo a contenere la Russia, ma anche a gestire gli effetti di un eventuale collasso.
Il secondo grande polo dell’analisi è la Cina. Tertrais insiste sul fatto che Russia e Cina non sono equivalenti. La Russia è una potenza aggressiva, tattica, ferita e declinante; la Cina è una potenza più paziente, sistemica, strategica e di lungo periodo. Se la Russia è paragonata a un fenomeno meteorologico violento, la Cina è paragonata al cambiamento climatico: meno improvvisa, ma molto più determinante. Il regime cinese viene descritto come un quasi-totalitarismo fondato sul primato del Partito comunista, sul controllo sociale, sulla subordinazione dell’economia alla politica e sulla volontà di costruire un ordine mondiale più favorevole alla propria ascesa. L’idea che la Cina si stesse liberalizzando grazie allo sviluppo economico è, per Tertrais, una delle grandi illusioni occidentali. Con Xi Jinping, il Partito non si è indebolito, ma si è rafforzato; il marxismo-leninismo non è scomparso, ma è tornato come linguaggio di legittimazione; lo Stato non si è ritirato dall’economia, ma è tornato protagonista. La Cina non mira soltanto alla prosperità: vuole controllare il proprio spazio interno, assorbire Taiwan, dominare il proprio ambiente marittimo, ridurre la dipendenza dall’Occidente, acquisire tecnologie strategiche, modellare le istituzioni internazionali e proporre un’alternativa al modello liberale. La Nuova Via della Seta non è quindi solo un progetto infrastrutturale o commerciale, ma una rete di influenza economica, finanziaria, logistica, digitale e politica. La competizione con gli Stati Uniti è destinata, secondo Tertrais, a strutturare la prima parte del XXI secolo. Tuttavia, il libro non assume automaticamente il superamento cinese dell’America. Anzi, mette in evidenza i limiti di Pechino: crisi demografica, invecchiamento, debolezza del mercato immobiliare, debito, bassa fiducia delle giovani generazioni, immagine internazionale deteriorata, carenza di soft power, dipendenza da tecnologie avanzate occidentali. Gli Stati Uniti, pur divisi e indeboliti da fratture interne, conservano vantaggi strutturali: geografia favorevole, alleanze, dollaro, attrattività migratoria e universitaria, capacità d’innovazione, esperienza militare e adattabilità politica.
Il rapporto sino-russo è analizzato come una relazione solida ma asimmetrica. Tertrais respinge l’idea che si tratti di un semplice matrimonio di convenienza destinato a dissolversi rapidamente. Russia e Cina condividono interessi profondi: proteggere regimi autoritari, contrastare l’influenza occidentale, sostenersi nelle istituzioni internazionali, cooperare sul piano energetico, militare, tecnologico e informativo. Tuttavia, non sono veri alleati nel senso pieno del termine. Non esiste tra loro un impegno formale di difesa reciproca paragonabile alle alleanze occidentali, e le loro ambizioni possono entrare in tensione in Asia centrale, nell’Artico, nei Balcani, in India e nel Pacifico. La Russia teme la crescente dipendenza dalla Cina, soprattutto dopo le sanzioni occidentali. La Cina, a sua volta, guarda con prudenza alle avventure militari russe, che possono destabilizzare il sistema internazionale da cui Pechino trae ancora beneficio. Il rapporto è dunque destinato a diventare sempre più squilibrato: Mosca vende risorse, cerca mercati, usa lo yuan, dipende da tecnologie e sbocchi cinesi; Pechino ottiene energia, profondità strategica e un partner antioccidentale, ma senza legarsi completamente alle scelte del Cremlino. Tertrais arriva a suggerire che la Russia rischi di diventare una sorta di colonia mineraria della Cina, un fornitore subordinato di materie prime e spazio geopolitico. In parallelo, l’Occidente conosce un “ricoupling” strategico: l’invasione dell’Ucraina ha riavvicinato Europa e Stati Uniti, ridando forza al legame transatlantico. L’Europa, che per decenni aveva creduto nella pace attraverso l’interdipendenza, è costretta a riscoprire la geopolitica. Il modello tedesco fondato su sicurezza americana, gas russo e mercato cinese viene messo in crisi. L’Unione Europea resta debole militarmente e divisa politicamente, ma sta maturando una nuova consapevolezza: non può più pensarsi solo come spazio normativo, commerciale e regolatorio; deve imparare a proteggere dipendenze, infrastrutture, tecnologie, confini e capacità d’azione.
Nella parte conclusiva dell’opera, Tertrais propone la formula della “guerra tiepida”. Non siamo davanti a blocchi rigidi come nella guerra fredda classica, perché molti paesi non vogliono scegliere un campo unico e praticano strategie di equilibrio, opportunismo o multi-allineamento. India, Turchia, Arabia Saudita, Brasile, Sudafrica e altri attori mantengono margini di autonomia, negoziano con più poli e rifiutano di essere arruolati in una contrapposizione binaria. Tuttavia, due grandi famiglie geopolitiche si stanno delineando: una famiglia liberale, euro-atlantica e indo-pacifica, favorevole all’autodeterminazione e alla difesa delle regole; e una famiglia autoritaria, eurasiatica e revisionista, più incline alle sfere d’influenza, al controllo politico e al primato dello Stato-civiltà. La competizione non sarà sempre calda, ma non sarà neppure pacifica: si svolgerà nell’economia, nella tecnologia, nel controllo delle materie prime, nei mari, nello spazio, nel cyberspazio, nell’informazione, nei fondali marini, nelle catene del valore e nei paesi-pivot. L’Ucraina, Taiwan, l’Iran, la Turchia e l’India sono punti decisivi di questo nuovo assetto. Tertrais esamina due scenari estremi: una guerra per Taiwan e l’implosione della Russia. Il primo sarebbe molto più grave della guerra in Ucraina per l’economia mondiale, data la centralità di Taiwan nei semiconduttori e la possibilità di uno scontro diretto sino-americano. Il secondo aprirebbe un problema enorme di sicurezza, controllo nucleare, instabilità regionale e frammentazione imperiale. Nonostante ciò, il libro non indulge al catastrofismo. Le guerre mondiali restano possibili, ma poco probabili; una nuova guerra fredda, invece, è probabile. Le “corde di richiamo” che possono contenere l’escalation sono l’interdipendenza economica, le alleanze e soprattutto la deterrenza nucleare. La conclusione è che la fine delle illusioni non coincide con l’avvento inevitabile degli incubi. Le democrazie occidentali non dominano più il mondo, ma conservano risorse decisive: innovazione, alleanze, attrattività, adattabilità, legittimità politica, capacità di autocorrezione. La sfida sarà accettare una lunga prova di forza senza perdere lucidità, misura e fiducia nei principi liberali.
Sintesi finale
La tesi centrale di La guerre des mondes è che il sistema internazionale sia entrato in una fase di confronto prolungato tra democrazie liberali e potenze revisioniste. Questo confronto non coincide con una replica meccanica della guerra fredda, perché non esistono blocchi compatti e molti paesi praticano strategie di autonomia. Tuttavia, la divisione tra una famiglia liberale e una famiglia autoritaria è sempre più visibile. Il libro mostra che la guerra in Ucraina non ha creato questo scenario, ma ne ha rivelato la struttura profonda. Le sue radici affondano nel ritorno dei nazionalismi, nella crisi della globalizzazione, nella contestazione dell’ordine del 1945 e nel risentimento degli imperi feriti. Russia e Cina non sono uguali, ma rappresentano due forme diverse della sfida all’ordine liberale. La Russia è una potenza revanchista, violenta e declinante, che cerca nel passato imperiale la compensazione della propria debolezza presente. La Cina è una potenza sistemica, paziente e molto più rilevante, che vuole ridisegnare l’ordine mondiale secondo rapporti più favorevoli al proprio modello politico. L’errore dell’Occidente è stato credere che sviluppo, commercio e interdipendenza avrebbero prodotto automaticamente moderazione e democratizzazione. Tertrais sostiene invece che la politica, la memoria, la paura, l’onore e il risentimento restano forze decisive della storia. La geopolitica torna perché tornano il territorio, i confini, le risorse, le alleanze, le sfere d’influenza e la guerra come possibilità concreta. La globalizzazione non scompare, ma si frammenta in reti più regionali, selettive e securitarie. L’Europa è costretta a riscoprire la potenza dopo avere creduto a lungo nella sola forza delle regole. Gli Stati Uniti restano il principale perno dell’Occidente, pur con fragilità interne evidenti. La Russia rischia di uscire dalla guerra in Ucraina più isolata, più dipendente dalla Cina e forse più instabile. La Cina resta il vero concorrente strategico di lungo periodo, ma non è affatto certa di superare gli Stati Uniti. Taiwan rappresenta il punto più pericoloso della competizione sino-americana. L’implosione della Russia è uno scenario improbabile ma non trascurabile. La deterrenza nucleare e le alleanze rendono poco probabile una guerra mondiale, ma non eliminano crisi, guerre locali e conflitti indiretti. La fase che si apre è quindi una guerra tiepida, fatta di competizione permanente, scontri limitati e fratture economiche e tecnologiche. Le democrazie possono reggere questa prova solo se smettono di coltivare illusioni sulla benignità dell’interdipendenza. Devono difendere l’ordine liberale riformandolo, non limitandosi a conservarlo. Devono contenere la Russia, dissuadere la Cina su Taiwan e mantenere un legame lucido tra Europa e Stati Uniti. Il libro non annuncia la fine dell’Occidente, ma chiede all’Occidente di comprendere il mondo reale in cui è tornato a vivere.
Scheda metadati
Autore: Bruno Tertrais
Titolo in originale: La guerre des mondes. Le retour de la géopolitique et le choc des empires
Casa editrice: Éditions de l’Observatoire
Anno di pubblicazione: 2023
Categoria: Società, politica e comunicazione



Questo Tertrais si presenta con una bella faccia tosta. A fronte degli opportunismi "globalistici" della leadership cinese omette del tutto gli interventi unilaterali occidentali, a cominciare proprio dall'episodio del kosovo, lesivi del principio dell'integrità territoriale degli stati e fautori di pesanti ingerenze, rivelatori di posture imperiali molto più sofisticate di quelle che sono riuscite a provocare per reazione. Mi pare, infatti, a corollario che la popolarità del cosiddetto Occidente si sia alquanto ridotta. Mi pare, piuttosto, che la maschera di perbenismo e buonismo dei propositi di dominio unilaterale sia caduta e sarà molto difficile da ricomporre. Non riesco a comprendere l'infatuazione del recensore