di Pierre Oud (da Parigi)
I media francesi collocano subito la mobilitazione studentesca nella campagna presidenziale. Seguono le formule di rito sulle «legittime rivendicazioni degli studenti». Che non interessano a nessuno, neanche agli studenti.
Nei dibattiti conta chi sarà presidente e, di traverso, quale futuro avrà l’Europa. Per le violenze si parla di guerra. Forse non soltanto per metafora.
Mélenchon tira la volata a Le Pen: lei può guadagnarci la presidenza, lui l’opposizione. Entrambi la distruzione del centro. Glucksmann: «La beneficiaria del caos sarà Marine Le Pen». Lecornu accusa La France insoumise di soffiare sulle braci; Retailleau la chiama «La France incendiaire»; sul Figaro, Thréard definisce Mélenchon un «candidato piromane». Lui promette di prendere tutto ai ricchi e si richiama alla presa della Bastiglia.
Limoges, municipio in fiamme. Marsiglia, un ragazzo nerovestito dirige contro il volto di una donna la fiamma di una bomboletta spray. Insiste, la ustiona gravemente. Nelle strade sento gridare, in italiano, «siamo tutti antifascisti». Come si è arrivati a scambiare la democrazia liberale per fascismo?
Abbandono dello Stato, si dice. Davvero? Università pubblica: per francesi e cittadini UE, iscrizione ordinaria a 178 euro annui per la laurea, 255 per il master. Borsisti esonerati. Un confronto. Olanda: 2.694 euro; Inghilterra: tetto di 9.790 sterline. In Italia si possono spendere migliaia di euro per figlio. In Francia: borse sociali da 1.454 a 6.335 euro secondo redditi familiari e requisiti; aiuti all’affitto cumulabili, normalmente senza conteggiare il reddito dei genitori; mensa CROUS a un euro per tutti; trasporti, sport e cultura agevolati secondo città e ateneo. Nel lavoro: ricordiamoci le famose 35 ore e il salario minimo di circa 1.867 euro lordi mensili, 1.478 netti. RSA, reddito di solidarietà attiva: riferimento di circa 652 euro per una persona sola.
Licei «che cadono a pezzi»? In Italia sembra acquisito. Manca però un censimento nazionale che quantifichi il fenomeno. Come si farà ad asserirlo? C’è un solo rapporto: il rapporto della Camera regionale dei conti sull’Île-de-France, deliberato nel 2021. Riportava: 190 licei, il 41%, da ristrutturare, per un’infiltrazione o da ristrutturare completamente. Non significa pericolanti; non significa tutta la Francia. Da notare: la manutenzione è delle regioni, non del governo. Brucia anche un liceo modello, costruito quindici anni fa, con pannelli solari.
Il dibattito in tv è civile. Fra molti intellettuali e professori, invece, il risentimento verso «il governo» sembra un distintivo: vorrebbe apparire colto, è populista.
Il problema della Francia non è economico, è politico. Conti del 2025, debito e deficit sul PIL: Francia 115,6% e 5,1%; Olanda 44,4% e 1,6%; Germania 63,5% e 2,7%. Danimarca: debito al 27,9%, avanzo del 2,9%. Welfare proverbiale, entrate superiori alle spese. Nessuna legge della solidarietà obbliga ai conti francesi.
15 ottobre. Piketty paragona il debito francese a quello del 1945. Allora c’era stata però una guerra. La giornalista domanda come ci siamo arrivati oggi. Non risponde; propone di tassare i patrimoni. Dice tutto del problema politico.
Il prelievo complessivo nel 2024: Francia 45,3% del PIL, Danimarca 45,8%. Quest’ultima ha anche abolito l’imposta generale sul patrimonio netto nel 1997. Ma ha un debito pubblico ridicolo, e non ha deficit.
Senato, rapporto del 2016: a Parigi, Tolosa e Rennes, borse conservate per dieci mesi senza frequentare, comparendo a un esame e consegnando in bianco. Alcuni atenei non segnalavano assenti. Il rapporto chiamava in causa una «volontà deliberata dei docenti o dell’università». Non è una diagnosi del debito, fa capire qualcosa della polarizzazione ideologica del paese.
18 ottobre. Macron denuncia il trasferimento della campagna elettorale nel disordine di piazza. Discorso bollato come «borghese». Sull’Ucraina gli estremi convergono: opposizione alla difesa europea, niente aiuti. Le Pen condanna la violenza, nessuno ricordo che era dalla parte dei gilet gialli. In questi giorni Macron convoca i servizi segreti.
Con Journal de l’esprit public Stroncature inaugura una nuova rubrica dedicata alla vita politica e culturale francese, in vista delle elezioni presidenziali del 2027. Un appuntamento importante non soltanto per la Francia, ma per l’intera Europa, i cui equilibri politici e istituzionali dipenderanno anche dalle scelte che matureranno a Parigi.
La rubrica nasce dall’intenzione di osservare il dibattito pubblico francese al di là della cronaca politica e delle contrapposizioni elettorali, prestando attenzione alle idee, alle tradizioni intellettuali e alle rappresentazioni della società che orientano le posizioni dei diversi schieramenti. Le elezioni offriranno l’occasione per esaminare una cultura politica nel momento in cui si confronta con le proprie contraddizioni e con i problemi del presente.
Seguiremo i giornali, i libri, gli interventi degli intellettuali, le controversie pubbliche e le discussioni che attraversano la società francese. Ci interesseranno tanto le differenze tra le diverse famiglie politiche quanto le convinzioni che esse condividono, spesso implicitamente, e i presupposti culturali che finiscono per sottrarsi alla discussione.
Lo sguardo, tuttavia, non si fermerà alla Francia. Le questioni che attraversano il dibattito francese riguardano, in forme diverse, tutte le democrazie europee: il rapporto tra Stato e società, la legittimità delle istituzioni, la rappresentanza politica, le trasformazioni del conflitto sociale, il rapporto tra libertà e uguaglianza, la tenuta del pluralismo e il significato stesso dell’appartenenza europea.
Journal de l’esprit public sarà dunque anche un luogo di riflessione sul futuro delle democrazie liberali, sulle tradizioni politiche e culturali che le hanno formate e sulle difficoltà che oggi incontrano nel conservare consenso, capacità di governo e fiducia nelle proprie istituzioni.
Osservare la Francia significherà, in questo senso, interrogarsi anche sull’Europa. Non per cercare nel caso francese una spiegazione generale delle trasformazioni politiche contemporanee, ma per comprendere, attraverso una delle sue più importanti tradizioni intellettuali e istituzionali, alcune delle questioni da cui dipenderà il futuro delle nostre democrazie.


