Il 21 agosto 2026 Reuters ha reso pubblici i dati del nuovo reporting fiscale country-by-country di Apple: nell’esercizio terminato nel settembre 2025 il gruppo ha versato in Irlanda 17,1 miliardi di dollari di imposte sul reddito, circa il 40 per cento dei 43,2 miliardi pagati complessivamente nel mondo. Il numero è eccezionale ma non può essere interpretato come misura dell’ordinaria imposizione irlandese su Apple, perché comprende circa 13 miliardi di euro di arretrati conseguenti alla sentenza con cui nel settembre 2024 la Corte di giustizia dell’Unione europea ha definitivamente confermato il recupero dell’aiuto di Stato contestato dalla Commissione. Proprio questa anomalia rende però il dato utile per osservare una trasformazione più ampia. Il vantaggio competitivo irlandese è stato associato per decenni all’aliquota del 12,5 per cento e alla possibilità per le multinazionali di organizzare in Irlanda una parte rilevante delle proprie attività e dei propri profitti internazionali. La global minimum tax del 15 per cento ha ridotto il differenziale di aliquota per i grandi gruppi senza provocare, almeno finora, la dissoluzione dell’insediamento multinazionale. Nel frattempo il gettito societario irlandese è diventato molto più elevato e molto più concentrato. La questione non è quindi se l’Irlanda abbia cessato di competere fiscalmente, ma quale sia diventato il meccanismo del suo modello di sviluppo quando il vantaggio dell’aliquota si restringe mentre le complementarità accumulate e la dipendenza del bilancio pubblico dalle multinazionali aumentano.
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