Che cosa pensa un Paese quando si prende il tempo di pensare? Il dibattito pubblico italiano lo conosciamo soprattutto nella sua forma più rumorosa: i talk show, le polemiche di giornata, il ciclo breve dei social, dove le opinioni si formano e si consumano nello spazio di un pomeriggio. Esiste però un altro luogo, più lento e meno osservato, in cui una comunità decide quali domande meritino davvero di essere poste: la saggistica. Lì studiosi ed editori investono anni di lavoro su ciò che ritengono destinato a durare, e lì, più che altrove, si deposita l’inquietudine di fondo di un’epoca. Interrogare quel deposito significa chiedersi non che cosa gli italiani dicano, ma che cosa ritengano necessario capire. E, soprattutto, se il modo in cui stanno cercando di capirlo li prepari davvero al mondo che viene.
Il catalogo come osservatorio
Ogni settimana Stroncature seleziona, per il Bollettino dei Libri, le novità della saggistica accademica e culturale italiana: opere firmate da docenti, ricercatori e studiosi riconosciuti, pubblicate dagli editori che costituiscono l’ossatura della cultura scientifica del Paese, dal Mulino a Laterza, da Einaudi a Carocci, da Adelphi a Viella, fino alle University Press. La rilevazione che qui si propone nasce da quel lavoro. Abbiamo messo in fila i 617 titoli selezionati nelle settimane comprese tra la fine dell’estate e l’autunno 2026 e ci siamo chiesti che cosa raccontino, presi insieme, del dibattito pubblico italiano.
La premessa è semplice, e merita di essere esplicitata. Un saggio non nasce dall’umore di una giornata. Tra l’idea, il contratto, la scrittura e l’uscita in libreria passano mesi, spesso anni; l’editore che decide di pubblicarlo scommette sul fatto che quella domanda sarà ancora viva quando il libro arriverà sugli scaffali. Per questo il catalogo della saggistica è un sismografo lento ma affidabile: non registra le scosse superficiali dei social, bensì i movimenti di fondo, le inquietudini che una comunità intellettuale ritiene abbastanza serie da meritare duecento pagine e un apparato di note.
I numeri offrono una prima mappa. Storia e archeologia (111 titoli), filosofia (106), società e politica (89), economia e diritto (87) assorbono da sole quasi due terzi della selezione; seguono le scienze (41), la psicologia (40), la critica letteraria (40). Ingegneria e informatica, in senso stretto, contano appena cinque titoli. È già un indizio: l’Italia colta continua a pensare il presente con gli strumenti delle scienze umane e sociali, anche quando il presente è fatto di tecnologia.
Prima di procedere, un avvertimento di metodo. Questa lettura si fonda sui titoli, sui sottotitoli, sulle collane e sui profili degli autori. I conteggi per tema sono necessariamente approssimativi, e il perimetro della selezione, orientato alla produzione accademica, esclude per scelta la varia, la narrativa e il giornalismo d’occasione. Ma proprio i titoli sono il luogo in cui autore ed editore dichiarano al lettore che cosa ritengono importante e come intendono inquadrarlo. Sono, in un certo senso, la parte più pubblica di un libro: quella in cui il libro prende posizione nel dibattito. (Il contenuto che segue è ad accesso libero)
L’umano sotto assedio
Il tema più trasversale della stagione è l’intelligenza artificiale. Una quarantina di titoli la evoca direttamente o attraverso le sue parole satellite: algoritmo, digitale, macchina. Il dato più significativo, tuttavia, non è la quantità ma la collocazione disciplinare. L’IA entra nelle librerie italiane quasi mai dalla porta dell’ingegneria e quasi sempre da quella della filosofia, della sociologia, della psicologia, del diritto. Si scrive dell’intelligenza artificiale come si scriverebbe di una crisi di civiltà, non di una tecnologia.
Il lessico dei titoli lo conferma con una coerenza quasi sorprendente. Da un lato prevale il registro della minaccia: la bolla di cui scrivono Quintarelli e Abirascid, la violenza speculativa che, secondo Donatella Della Ratta, ci starebbe abituando all’orrore, il pensiero delegato di Umberto Pagano, la fine del pensiero e dello spirito critico annunciata da Andrea Cangini. Dall’altro prende forma, quasi per reazione, un vocabolario della resistenza: il nucleo umano da preservare (Neil Lawrence), l’intelligenza artigianale che Nicola Perullo e Diego Fontana contrappongono a quella artificiale, il «rimanere umani» nella relazione con la macchina proposto da Luca Chittaro e Giuseppe Riva, la difesa della mente «dall’abbraccio degli algoritmi» di Nicolò Formenti, le ideologie del transumano e del postumano smontate da Filiberto Tartaglia. Perfino la manualistica aziendale, da FrancoAngeli all’Egea, presenta l’IA come fonte di «incertezza» e di «complessità», più che come leva di produttività.
Ne emerge un’interpretazione difensiva e umanistica, che ha radici profonde nella tradizione culturale italiana. Per un Paese che ha costruito la propria identità sul primato della persona, dell’artigianato, del sapere qualitativo, l’automazione cognitiva non è soltanto una questione di mercato del lavoro: tocca l’idea stessa di che cosa significhi essere competenti, autori, responsabili. Il rischio di questa impostazione è evidente. Un dibattito che si concentra sull’etica e sull’antropologia può lasciare sguarnito il terreno su cui si decidono le cose, cioè quello degli investimenti, delle infrastrutture, degli standard.
È per questo che i titoli più interessanti sono quelli che spostano la domanda dall’etica alla sovranità. Alessandro Aresu scrive di geopolitica dell’intelligenza artificiale; Fabio Bassan descrive un’era ibrida in cui la sovranità si divide tra poteri pubblici e imprese tecnologiche; Fabio Bisogni affronta l’economia della cybersicurezza in termini di incentivi e fallimenti di mercato. Qui il dibattito italiano comincia a porsi la domanda decisiva: non più soltanto che cosa l’intelligenza artificiale faccia a noi, ma chi la possieda, chi la governi e a quali condizioni.
La fine di un mondo
Se l’intelligenza artificiale mette in discussione l’individuo, il secondo grande filone mette in discussione il mondo in cui l’individuo vive. La percezione dominante è che l’ordine internazionale nato dopo il 1989, e in parte dopo il 1945, sia finito. I titoli lo dichiarano senza giri di parole: Il disordine mondiale di Branko Milanovic, L’accelerazione della storia di Thomas Gomart con i suoi «nodi geostrategici di un mondo fuori controllo», I dieci anni che hanno sconvolto il mondo di Maurizio Massari, L’età della prepotenza di Edoardo Campanella e Marta Dassù, la «governance sperimentalista» con cui Charles Sabel propone di affrontare il nuovo disordine. La Cina è il convitato di pietra di questa letteratura: Simone Pieranni racconta La Cina nuova, Wang Dan la descrive mentre plasma il futuro a rotta di collo, Andreas Fulda si spinge a costruire uno scenario esplicito, Se la Cina attacca.
Colpisce, però, che il registro prevalente sia economico più che militare. La crisi dell’ordine liberale viene letta soprattutto come ritorno dello Stato nell’economia, e il ritorno dello Stato come una necessità più che come una scelta. Marco Simoni annuncia La fine del neoliberismo; Fabrizio Pagani mette in scena lo scontro tra Prometeo e Leviatano, tra mercato e Stato, per il controllo dell’economia globale; Tiziana Sodano argomenta perché non si può non fare politica industriale; Fabio Cintioli fa della «sicurezza economica» il cardine di una nuova costituzione economica; Giulio Napolitano dedica un volume al golden power e alla tutela della sicurezza nazionale ed europea. Mariana Mazzucato torna in libreria con due titoli, segno di una domanda di pensiero economico orientato alla missione pubblica che non accenna a esaurirsi.
La geoeconomia, insomma, è diventata la grammatica comune con cui la parte più avvertita del Paese legge il mondo. Non è un passaggio scontato: fino a pochi anni fa categorie come sicurezza delle catene del valore, controllo degli investimenti esteri o politica industriale apparivano residui di un’epoca superata. Oggi sono il linguaggio ordinario di giuristi, economisti e politologi. Anche la difesa comincia a entrare in questo orizzonte, sia pure timidamente, con un volume Rubbettino sul defence procurement europeo e con le analisi su geopolitica, tecnologie e sicurezza nel Mediterraneo.
Resta, tuttavia, una curiosa asimmetria. Si scrive molto del declino degli altri, in particolare di quello americano: Giacomo Gabellini si chiede se l’impero statunitense sia avviato «verso il suicidio», Francesco Costa ragiona sul mondo «dopo Donald Trump», Federico Fubini sull’Europa che voleva cambiare la Russia e ne è stata cambiata. Si scrive molto meno del ruolo che l’Italia potrebbe giocare. Fanno eccezione la riflessione europea di Giovanni Pitruzzella e il saggio di Emma Bonino, ma restano voci isolate. Non manca, infine, una contro-narrazione dichiarata: Paolo Messa intitola il suo libro L’Occidente è vivo e lo presenta come un antidoto alla «retorica del declinismo». La sua stessa necessità conferma quanto il declinismo sia diventato senso comune.
La democrazia come problema
Al disordine esterno corrisponde un’inquietudine interna. Il terzo filone riguarda la tenuta della democrazia liberale, e qui la saggistica si muove su tre registri distinti, che conviene osservare separatamente perché producono effetti diversi sul dibattito.
Il primo registro è concettuale. Laterza dedica una serie alle «parole pericolose», di cui fanno parte Democrazia di Luciano Canfora e da Genere di Vera Gheno; Nadia Urbinati firma Libertà. Grégoire Chamayou ricostruisce la genealogia del «liberalismo autoritario», Luigi Ferrajoli rilancia il progetto di una Federazione della Terra, Adrian Pabst invita a pensare l’era post-liberale, Gustavo Gozzi interroga la crisi di civiltà dell’Occidente e la fragilità delle democrazie. L’idea stessa che le parole fondative della convivenza civile siano diventate «pericolose» è rivelatrice: segnala la sensazione che il vocabolario politico condiviso si sia frantumato, e che ogni termine sia ormai terreno di contesa.
Il secondo registro è quello dell’inchiesta. Il nuovo fascismo e la lotta per il mondo in cui vivremo di Naomi Klein e Astra Taylor, L’Internazionale nera di Giorgio Mottola, le Fiamme americane di Federico Petroni sulla crisi d’identità degli Stati Uniti, le Psicopatologie delle ultradestre di Yago Franco, il volume einaudiano Le parole della destra. Il terzo registro è istituzionale e, forse, il più solido: Roberto Bin definisce la governabilità «il grande equivoco delle riforme costituzionali», Piero Ignazi segue i partiti «dall’altare alla polvere», Viella raccoglie negli Annali della Fondazione Micheletti studi su populismo, sovranismo e destabilizzazione antidemocratica, mentre il Mulino affianca a tutto questo i manuali di diritto costituzionale e pubblico di Barbera, Fusaro e Caruso e una ricerca sui partiti di estrema destra nelle coalizioni europee.
L’interpretazione che ne risulta è allarmata, e va detto con franchezza che è in larga parte orientata. Le nuove destre sono quasi sempre l’oggetto dell’analisi, raramente il soggetto di un’elaborazione propria. Voci di segno diverso esistono, concentrate soprattutto in Rubbettino e Guerini: Dario Fertilio individua nel «radicalismo di massa» l’oppio dell’Occidente, Rubbettino ripropone Sergio Ricossa e i suoi Maledetti economisti. Ma nel catalogo dei grandi editori restano marginali. Il dato non va letto come una colpa né come un merito; è un’informazione. Dice che la comunità intellettuale che forma docenti, funzionari e futuri dirigenti tende a interpretare il presente politico come un’emergenza democratica piuttosto che come una fisiologica alternanza. E dice anche che la cultura di governo dell’attuale maggioranza fatica a trovare espressione nella saggistica accademica, il che non è privo di conseguenze per la qualità del confronto pubblico.
Gaza e la grammatica della memoria
Nessuna area del mondo, Cina a parte, occupa tanto spazio quanto il Medio Oriente. Una decina di titoli riguarda Israele, Gaza, il sionismo, la questione palestinese: una concentrazione insolita per la saggistica accademica italiana, che per decenni aveva affidato il conflitto a una cerchia ristretta di specialisti. La guerra di Gaza ha trasformato una questione di politica estera in una questione morale e identitaria, e i libri ne portano il segno.
Anche qui il lessico si polarizza, più nettamente che altrove. C’è un versante storiografico e analitico: Israele, una storia di Mario Sznajder e Sionismo di Ilan Greilsammer per il Mulino, La fortezza Israele. Anatomia di un paese senza pace di Francesca Caferri per Laterza, Einstein, Israele e il sionismo di Fred Jerome per Meltemi, Ribelli a Israele di Roberto Della Seta sulle storie di ebrei «in fuga da se stessi». E c’è un versante che assume la tesi già nel titolo: Gaza è la bussola del mondo. Il popolo crocifisso: capitalismo e genocidio di Gianni Vacchelli, Requiem per Gaza di Joe Sacco e Chris Hedges, reportage a fumetti che reca nel sottotitolo le parole «genocidio palestinese», Trauma infinito della psichiatra palestinese Samah Jabr, gli scritti di Domenico Losurdo sul «popolo martire dei nostri tempi», Trump Gaza di Marco Dalla Gassa sugli immaginari neocoloniali prodotti dalle immagini generative. In mezzo si colloca Polvere a Gaza di Tomà Berlanda e Camillo Boano, che sposta lo sguardo sull’impossibile ricostruzione, tra macerie e futuro.
Il fatto politicamente più rilevante è che la parola «genocidio» sia ormai entrata nei titoli di editori generalisti. Ma il fatto culturalmente più delicato è un altro, e riguarda la coesistenza di questa parola con la memoria della Shoah, che nello stesso catalogo occupa uno spazio altrettanto ampio. Omer Bartov pubblica con Bollati Boringhieri Anatomia di un genocidio, dedicato alla distruzione degli ebrei di Buczacz, in Galizia; Nina Valbousquet ricostruisce in Anime tiepide l’atteggiamento del Vaticano di fronte allo sterminio; Vasilij Grossman torna con Ucraina senza ebrei. La stessa categoria giuridica e morale, nata per nominare l’annientamento degli ebrei d’Europa, viene oggi evocata per descrivere la sorte dei palestinesi.
È la tensione più profonda dell’intera stagione editoriale, e il catalogo non la risolve: la registra. Mostra un Paese in cui la memoria del Novecento, a lungo considerata patrimonio condiviso e pacificato, è diventata un campo di contesa, e in cui le parole della memoria vengono usate per giudicare il presente. Chi frequenta il dibattito pubblico sa quanto questa tensione sia difficile da maneggiare. La saggistica, almeno, ha il merito di offrire gli strumenti storici per farlo con cognizione di causa, anziché per slogan.
Il passato come tribunale e come rifugio
La storia è la disciplina più rappresentata della stagione, e circa trenta titoli ruotano attorno a fascismo, nazismo, Shoah, Resistenza. Non è una novità: la storiografia italiana sul Novecento è da sempre tra le più vivaci d’Europa. Nuovo è il registro. La memoria non è più celebrativa né pedagogica; è diventata giudiziaria. I titoli parlano di impunità e di rimozione, come Le stragi nascoste di Mimmo Franzinelli sull’«armadio della vergogna»; di «carnefici, complici e vittime» del rastrellamento del ghetto di Roma, come La razzia di Amedeo Osti Guerrazzi; di «storia e storiografie delle stragi naziste in Europa», come il volume di Carlo Arrighi; di collaborazionismo femminile, come Cattive italiane di Barbara De Luna; di falsificazione della storia, come Il protocollo segreto di Antonella Salomoni sul patto Molotov-Ribbentrop.
Lo stesso sguardo si estende alla storia repubblicana. Le Brigate rosse di John Foot, Segreti e lacune di Benedetta Tobagi sulle stragi «tra servizi segreti, magistratura e governo», I sequestri di persona in Italia di Alessandra Montalbano, la vicenda di Ludwig ricostruita da Roberto Taddeo, il caso Zamboni raccontato due volte, in forma di saggio da Brunella Dalla Casa e in forma narrativa da Maurizio Ferrari. Gli anni di piombo e la strategia della tensione escono dalla cerchia degli specialisti e diventano oggetto di una storiografia che chiede conto delle verità mancate. È una domanda di giustizia retrospettiva che dice molto della sfiducia contemporanea nelle istituzioni: se il presente appare opaco, si torna al passato per capire dove l’opacità è cominciata.
Accanto al passato come tribunale, però, emerge il passato come rifugio. Laterza lancia una collana esplicitamente divulgativa, «Fantastico Medioevo», dedicata al Mezzogiorno normanno: Ruggero II d’Altavilla «il primo re», Costanza d’Altavilla «monaca imperatrice» e la nascita di Federico II, l’antipapa Anacleto II che a Melfi «inventa il Regno di Sicilia». Intorno si dispongono il Brunetto Latini di Gianluca Briguglia, la Theofano di Réginald Grégoire, i Monti di pietà di Maria Giuseppina Muzzarelli, Re Artù di Francesco Marzella.
Non è un caso. Il Medioevo meridionale offre un’immagine dell’Italia che precede le fratture del Novecento e persino quelle del Risorgimento: un’Italia plurale, mediterranea, cosmopolita, in cui normanni, arabi, greci e latini convivevano sotto la stessa corona. In un’epoca di identità contese, è una genealogia alternativa, meno divisiva di quella nazionale e più adatta a un Paese che si percepisce ponte tra Europa e Mediterraneo. Che questa genealogia passi per il Sud, così poco presente nella saggistica sul presente, è un paradosso su cui varrà la pena tornare.
Vite fragili, pianeta fragile
Se si scende dalla scala del mondo a quella della vita quotidiana, la parola che ritorna è fragilità. Una trentina di titoli riguarda adolescenti, giovani, rapporti tra generazioni. Matteo Lancini ne firma due nell’arco di pochi mesi, A volte ti amo per Einaudi e Sii te stesso a modo mio per Raffaello Cortina, accomunati da una tesi che rovescia lo sguardo abituale: la fragilità non è dei ragazzi, ma degli adulti che non sanno più accompagnarli. Michela Marzano scrive della sofferenza che non parla e del coraggio dell’ascolto, Alberto Pellai invita a «educare alla fatica», Massimo Recalcati torna sul legame tra fratelli e sorelle, FrancoAngeli dedica più volumi agli adolescenti «tra fragilità e possibilità».
Sulla scuola il tono si fa polemico. Anna Granata sostiene, con un titolo programmatico, che La scuola inclusiva ha fallito; Ivano Dionigi ricorda che «la scuola la fanno i maestri, non i ministri»; Paolo Odasso e Torkel Klingberg con Åsa Wikforss si interrogano sul senso dell’apprendere quando le macchine sembrano già sapere tutto. All’altro capo dell’esistenza si fa strada un’attenzione nuova per l’invecchiamento: Federico Rampini parla della longevità come di una «rivoluzione incompresa», Paulo Barone propone un elogio della vecchiaia in un’epoca al tramonto, il Mulino studia giovani e anziani in un’«Italia longeva e multiculturale». È il riflesso editoriale della questione demografica, che pure, come vedremo, raramente viene affrontata in quanto tale.
La stessa fragilità si proietta sull’ambiente, trattato con un taglio sempre più politico e sempre meno naturalistico. Ferdinando Cotugno si chiede Chi paga il conto del clima?, Pierre Charbonnier lega abbondanza e libertà in una storia ambientale delle idee politiche, Stefania Divertito parla di ecocidio a proposito della guerra, John Bellamy Foster recupera la dialettica marxista dell’ecologia, Giulia Rispoli e Andrea Candela ricostruiscono la storia dell’ecologia dall’Ottocento a oggi. La novità più netta, però, è il nucleare: Chicco Testa e Giuseppe Zollino lo definiscono Il pezzo mancante nel puzzle dell’energia, la Luiss pubblica Orizzonte nucleare di Massimo Beccarello, Luca Dal Zilio esplora le forze invisibili del sottosuolo tra energia e rischi. Un tabù che ha segnato la cultura politica italiana per quasi quarant’anni comincia a incrinarsi anche nella saggistica, e il fatto che ciò avvenga presso editori di area accademica gli conferisce una legittimazione che il dibattito televisivo non potrebbe dare.
Il ritorno dei maestri
Un ultimo fenomeno attraversa l’intero catalogo e ne chiarisce lo spirito: il ritorno dei classici. Einaudi ripropone tre Foucault in una sola stagione, Sorvegliare e punire, Nascita della clinica e il corso tenuto a Buffalo nel 1972 sulla Storia della verità; il Mulino riporta in libreria il Mito della cornice di Popper e la Grammatica del vedere di Kanizsa; Orthotes ripubblica L’etica protestante di Weber e Materia e memoria di Bergson; Jaca Book due Derrida; e poi il Disegno industriale di Dorfles, il Tempo vissuto di Minkowski, la Memoria culturale di Jan Assmann, Il bambino deprivato di Winnicott, Rappresentare e intervenire di Ian Hacking, Ricoeur, Jaspers, Guardini, Pieper, Schmitt.
C’è certo una ragione industriale: il catalogo rende, costa meno delle novità e alimenta la didattica universitaria. Ma la scelta dei titoli non è neutra. Foucault sulla disciplina e sul potere, Weber sulla razionalizzazione, Popper sulla difesa della razionalità, Jaspers sulla bomba atomica e il destino dell’uomo, Schmitt sullo Stato nel Terzo Reich, Assmann sulla memoria come fondamento dell’identità politica. Sono, quasi uno per uno, gli autori che offrono gli strumenti per pensare i temi che il catalogo pone al centro: il controllo tecnologico, l’ordine politico, la memoria contesa.
Il ritorno ai maestri è, in questo senso, la confessione implicita di una difficoltà. Davanti a un presente che appare illeggibile, la cultura italiana non inventa nuove categorie ma rilegge quelle che hanno funzionato. È un gesto di prudenza intellettuale, e insieme un segno di stanchezza: si affida al passato il compito di spiegare un mondo che le generazioni attuali non riescono ancora a nominare con parole proprie.
I silenzi del catalogo
Un catalogo si legge anche per ciò che non contiene, e le assenze di questa stagione sono istruttive quanto le presenze.
La prima riguarda la geografia. Il mondo della saggistica italiana è fatto di Stati Uniti, Cina, Israele, Russia ed Europa. L’Africa compare quasi soltanto attraverso una rivista di studi; l’India è pressoché assente; l’America Latina si riduce a una biografia del Brasile e a un profilo di Fidel Castro. Eppure è proprio in quelle regioni che si gioca buona parte della demografia, delle risorse e delle migrazioni dei prossimi decenni. Il Mediterraneo, così presente quando si parla di Medioevo, quasi scompare quando si parla di presente.
La seconda riguarda la sicurezza. Nel biennio in cui l’Europa discute di riarmo, di autonomia strategica e di industria della difesa, la saggistica accademica dedica al tema pochi volumi, quasi tutti in collane di area o in pubblicazioni istituzionali. La guerra è molto presente come oggetto storico e morale, dalla Roma antica di Bellum alle stragi del Novecento, fino alla Bugia della guerra e al Perché la guerra di Flores e Gozzini; è quasi assente come oggetto di politica pubblica, di economia e di strategia.
La terza riguarda il Mezzogiorno contemporaneo. Il Sud ritorna come splendore normanno, come questione criminale o come divario da colmare, nella tela del ragno descritta da Pietro Massimo Busetta; raramente come laboratorio di sviluppo, di innovazione, di politiche pubbliche. La quarta, infine, riguarda la demografia: se ne discutono gli effetti, la longevità, la solitudine, le giovani generazioni fragili, ma la denatalità come questione politica ed economica resta confinata a un manuale universitario.
C’è poi un silenzio di natura diversa, già accennato. La cultura politica che governa il Paese dal 2022 è molto più raccontata di quanto essa stessa si racconti. Le sue idee compaiono nei titoli soprattutto come oggetto di critica, e solo episodicamente come proposta argomentata. Per un dibattito pubblico in salute, il problema non è che la saggistica sia critica, ma che il confronto tra visioni diverse avvenga sempre più di rado sullo stesso terreno, con gli stessi strumenti e presso gli stessi editori.
La lettura che se ne può trarre
Messo insieme, il catalogo dell’autunno 2026 restituisce l’immagine di un’opinione pubblica colta in stato di allerta. Tre parole ne riassumono la sostanza: perdita, difesa, memoria. Perdita del controllo sulla tecnologia, sull’ordine internazionale, sulla continuità tra generazioni. Difesa dell’umano contro la macchina, della democrazia contro le sue degenerazioni, del pianeta contro il suo sfruttamento. Memoria usata come tribunale, per chiedere conto delle verità negate, e come rifugio, per ritrovare un’Italia più plurale di quella che il presente restituisce.
Non è un’agenda frivola. Al contrario, è seria, documentata, spesso di qualità notevole, e conferma che l’editoria accademica italiana sa intercettare le grandi questioni del tempo con tempestività maggiore di quanto le si riconosca. Ma è un’agenda prevalentemente reattiva. Si scrive molto di ciò che minaccia e meno di ciò che si potrebbe costruire; molto della diagnosi e poco della terapia; molto del declino altrui e poco del ruolo proprio. Il catalogo pensa il cambiamento soprattutto come rischio, raramente come occasione.
Da qui discendono due considerazioni. La prima è incoraggiante. Il pubblico che legge saggistica è pronto a ragionare di geoeconomia, sovranità tecnologica, politica industriale, memoria e identità con categorie molto più mature di quelle che circolano nel dibattito televisivo e sui social. Esiste, in altre parole, una domanda di complessità che la comunicazione pubblica sottovaluta sistematicamente, e che le istituzioni, le imprese e la politica farebbero bene a prendere sul serio.
La seconda è più problematica. Se la parte più riflessiva del Paese legge il presente prevalentemente come minaccia, si apre uno spazio vuoto: quello di un pensiero capace di proporre interpretazioni costruttive senza scivolare nell’apologia, di indicare strade praticabili senza rinunciare alla critica, di parlare di Mediterraneo, di Mezzogiorno, di demografia, di difesa e di innovazione come terreni su cui l’Italia può ancora decidere qualcosa. È uno spazio che riguarda gli editori, ma anche le università, i centri di ricerca e chiunque si occupi di trasferire il sapere scientifico nel dibattito pubblico.
I libri, del resto, non si limitano a registrare le domande di un’epoca: contribuiscono a formularle. Chi li legge con attenzione vi trova non soltanto lo specchio delle paure di oggi, ma anche, tra le righe, l’indicazione delle domande che domani bisognerà imparare a porsi. Il catalogo di questo autunno dice che l’Italia colta ha capito che un mondo è finito. Non dice ancora quale mondo voglia contribuire a costruire. Ed è forse questa la domanda che la prossima stagione della saggistica italiana è chiamata ad affrontare.


