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Lo shock cinese e l’intelligenza artificiale

Quando la Cina entrò nel commercio mondiale travolse la classe operaia di interi territori. Oggi diversi economisti — incluso un premio Nobel — avvertono che l’intelligenza artificiale potrebbe fare l

giu 25, 2026
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In un’intervista al Financial Times del 22 giugno 2026, Simon Johnson — premio Nobel per l’economia 2024 e già capo economista del Fondo Monetario Internazionale — ha usato un’espressione netta per descrivere ciò che teme: “Nessuno ha più bisogno di tanti colletti bianchi quanti ne aveva prima.” E ha aggiunto un paragone preciso: l’intelligenza artificiale rischia di colpire la stessa fascia sociale già travolta, trent’anni fa, dall’automazione e dalla globalizzazione — la classe media. Johnson non è il solo a tracciare questo parallelo. Un numero crescente di economisti sta paragonando l’impatto potenziale dell’intelligenza artificiale sul lavoro impiegatizio a quello che gli studiosi chiamano lo “shock cinese”: l’ondata che, dopo l’ingresso della Cina nel commercio mondiale, devastò la manifattura occidentale. Il paragone è potente e inquietante, ma — come vedremo — regge fino a un certo punto, e proprio dove si rompe diventa più istruttivo.


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