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“Nuclear Weapons: An International History” David Holloway (Yale University Press, 2026)

mag 24, 2026
∙ A pagamento

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Nuclear Weapons. An International History di David Holloway, pubblicato da Yale University Press nel 2026, affronta una delle questioni decisive della storia contemporanea: come l’umanità abbia imparato a convivere con un’arma capace di trasformare la guerra, la politica internazionale e la stessa idea di sicurezza. Il libro non si limita a seguire la nascita della bomba atomica o la competizione tra Stati Uniti e Unione Sovietica; pone invece una domanda più ampia, che attraversa tutta l’opera: in che modo gli Stati hanno cercato di usare, contenere, regolare e comprendere una potenza distruttiva che nessuno poteva davvero dominare fino in fondo. Holloway osserva le armi nucleari come fatto tecnico, militare, politico e morale, ma soprattutto come elemento di relazione tra gli Stati. La bomba non è mai soltanto un oggetto custodito negli arsenali: è una presenza che modifica aspettative, paure, calcoli, alleanze, dottrine militari, negoziati e crisi. L’autore parte dalla Guerra fredda, ma non la riduce a un semplice confronto binario tra Washington e Mosca. Mostra piuttosto come il nucleare abbia prodotto una storia internazionale e transnazionale, fatta di scienziati, governi, servizi di intelligence, movimenti per la pace, istituzioni multilaterali, potenze emergenti e Paesi collocati ai margini dell’ordine nucleare. Il libro merita attenzione perché ricostruisce il paradosso centrale dell’età atomica: le armi nucleari sono state pensate per garantire sicurezza, ma hanno introdotto una forma di insicurezza permanente; sono state costruite per rendere più forte lo Stato, ma hanno costretto gli Stati ad accettare limiti, regole e forme di cooperazione; sono state considerate strumenti di potere, ma hanno rivelato la fragilità di ogni potere di fronte alla possibilità della distruzione reciproca. Holloway invita quindi a leggere la storia nucleare non come una sequenza di invenzioni e trattati, ma come il tentativo, sempre incompleto, di dare un ordine politico a una tecnologia nata dentro la guerra e rimasta, da allora, al centro delle paure del mondo moderno.

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