“Original Sins. The (Mis)education of Black and Native Children and the Construction of American Racism” Eve L. Ewing (One World, 2025)
“Original Sins. The (Mis)education of Black and Native Children and the Construction of American Racism” (Eve L. Ewing, One World, 2025) parte da una domanda volutamente semplice e per questo destabilizzante: a cosa servono davvero le scuole? La forza del libro sta nel rifiuto di trattare la scuola come uno sfondo neutro, un’istituzione “buona per definizione” che al massimo riflette problemi esterni. Ewing propone invece di guardare all’educazione come a un meccanismo centrale della vita politica e morale degli Stati Uniti: un luogo dove si imparano non solo competenze, ma soprattutto gerarchie, confini di appartenenza, criteri di valore umano. L’autrice chiama in causa due fatti originari che, nella sua ricostruzione, non sono “capitoli del passato” ma strutture persistenti: la colonizzazione insediativa fondata sull’espropriazione e sul genocidio dei popoli indigeni, e la schiavitù come sistema di produzione e di classificazione delle persone. Il punto di partenza non è quindi la “disparità scolastica” intesa come problema tecnico, bensì la domanda su quale tipo di Paese la scuola abbia contribuito a costruire, quali figure umane abbia reso pensabili e quali invece abbia reso marginali, impossibili o sacrificabili. In questa prospettiva la scuola diventa un laboratorio di realtà: produce abitudini di sguardo, narrazioni autorizzate, modelli di cittadinanza, pratiche di controllo dei corpi e aspettative economiche. Il libro chiede al lettore di sospendere l’idea consolatoria dell’educazione come ascensore sociale universale e di verificare, nella storia concreta, come le scuole abbiano funzionato diversamente “per persone diverse”, creando promesse per alcuni e vincoli per altri.


