Una macchina può parlare, rispondere, accompagnare una persona nello svolgimento di alcune attività e persino suscitare affetto. Ma tutto questo basta per dire che esista davvero una relazione? La ricerca di Piercosma Bisconti e Antonio Carnevale sposta il problema su un punto più preciso: il nodo non è solo capire se un robot sappia interagire bene, ma chiedersi se possa entrare nello spazio di una relazione reciproca. La questione, quindi, non riguarda soltanto la qualità tecnica della macchina, ma il significato umano del rapporto che si costruisce con essa. È qui che emerge il tema decisivo del contributo: un robot può sembrare un interlocutore, ma questo non significa ancora che possa riconoscere l’altro e sostituire una relazione umana nel senso pieno del termine.
Il punto di partenza della ricerca è che una relazione non coincide con una semplice sequenza di scambi ben riusciti. Un robot può interagire in modo efficace: può dare informazioni, dare supporto a una qualsiasi attività umana, rispondere in modo coerente ai segnali dell’utente e persino sostenere una continuità di comportamento che rende l’interazione fluida e credibile. Ma una relazione, nel senso più forte del termine, richiede qualcosa di più. Richiede che ci sia un altro soggetto, cioè una presenza che non sia soltanto davanti a noi, ma che abbia una propria autonomia e che possa, in qualche modo, restituirci il nostro stare in rapporto con lui o lei. È proprio qui che gli autori collocano il problema decisivo: il robot può occupare il posto dell’interlocutore e simulare molti segnali esterni interpretabili come forme di socialità, ma questo non basta ancora a dire che sia entrato nello spazio di una relazione reciproca. La differenza tra interazione e relazione, quindi, non è secondaria: è il vero punto su cui si misura il limite dei robot sociali.
Per chiarire questo passaggio, la ricerca introduce il tema del “riconoscimento”. In una relazione di riconoscimento, infatti, non basta che qualcuno ci risponda o reagisca ai nostri gesti. Perché ci sia davvero relazione riconoscitiva, occorre che l’altro si presenti come davvero altro da noi, cioè come una presenza indipendente, capace di porci un limite, di sorprenderci, di costringerci a uscire dal nostro punto di vista. Gli autori riprendono qui una lunga tradizione filosofica per mostrare che il riconoscimento non è una semplice conferma, ma un’esperienza reciproca: io riconosco l’altro e, nello stesso tempo, sono riconosciuto da lui. È questo doppio movimento a dare consistenza a una relazione dialettica di tipo intersoggettivo, cioè a una relazione tra soggetti incarnati dentro progetti di vita. Quando questa reciprocità manca o viene meno, può restare un’interazione anche intensa, anche significativa, ma non ancora una relazione nel senso pieno e “vissuto” del termine. Ed è proprio su questo terreno che il robot, secondo la ricerca, mostra il suo limite più profondo.
Questo limite emerge con particolare evidenza nel caso dei companion robots, cioè dei robot progettati per fare compagnia. Questi robot non soltanto devono svolgere compiti operativamente predeterminati, ma interagire con gli umani per accompagnare bambini, anziani o persone fragili dentro una relazione continuativa. In questi casi la macchina non si presenta più semplicemente come uno strumento utile, ma come una presenza con cui si può sviluppare attaccamento, familiarità e perfino una certa dipendenza emotiva. È qui che la questione diventa più delicata. Un robot di questo tipo può certamente sostenere molte forme di interazione e, proprio per questo, può sembrare qualcosa di più di un semplice dispositivo tecnico. Può apparire come un “altro” con cui entrare in rapporto. Tuttavia, la ricerca insiste sul fatto che questa apparenza non basta. Il fatto che una macchina produca un legame percepito come significativo non dimostra ancora che si sia formata una relazione reciproca. Dimostra piuttosto che l’essere umano può investire la macchina di un significato relazionale molto forte, soprattutto quando il robot è progettato per produrre continuità, risposta e vicinanza.
La ragione di questo limite sta nel fatto che il robot non può riconoscere davvero l’essere umano come un altro soggetto. Può riprodurre segnali sociali, può sembrare attento, disponibile, perfino coinvolto, ma non possiede un proprio punto di vista da cui restituire la relazione di tipo riconoscitivo. Gli autori lo dicono in modo molto netto: il robot può presentarsi come un “tu”, ma non ha un vero “io”. Non può desiderare di essere riconosciuto, non può esporsi al rapporto come farebbe un altro essere umano, non può alterare davvero la nostra posizione dentro la relazione. Da qui nasce l’asimmetria decisiva. L’utente può sentirsi coinvolto in un legame, può trattare la macchina come se fosse un interlocutore reale, ma dall’altra parte non c’è una soggettività che risponda nello stesso senso. Per questo la ricerca sostiene che il robot può occupare il posto esteriore dell’altro, senza però poterne assumere la struttura relazionale profonda.
È a questo punto che la ricerca introduce il concetto di “alienazione”, ma in un senso molto preciso. Gli autori non stanno dicendo che il robot renda automaticamente l’essere umano “meno umano”, né che la macchina finisca semplicemente per dominare la persona che la usa. Sarebbe una lettura troppo generica e anche troppo drammatica. Qui alienazione significa qualcosa di più sottile: un rapporto disturbato con se stessi e con il mondo, una situazione in cui non si riesce più a disporre liberamente della propria esperienza relazionale. In altre parole, il problema non è la perdita di una presunta essenza umana, ma il fatto che la relazione con il robot possa deformare il modo in cui il soggetto vive il proprio stare in rapporto con un altro. La macchina sembra offrire un incontro, ma quell’incontro non restituisce davvero l’esperienza di un’altra soggettività. Così il rischio non è diventare meno umani, ma smarrire la capacità di accorgersi che quella relazione non ci sta davvero mettendo alla prova nel confronto con un altro indipendente.
Per spiegare meglio questa dinamica, la ricerca descrive il robot come una sorta di specchio relazionale. L’immagine è efficace perché aiuta a capire dove si produca l’equivoco. Quando una persona entra in rapporto con un robot sociale, può avere l’impressione di incontrare un altro capace di restituirle attenzione, continuità e presenza. In realtà, sostengono gli autori, ciò che il robot rimanda all’utente è soprattutto il significato che l’utente stesso ha immesso nella relazione. La macchina non introduce una vera alterità, cioè un’altra soggettività autonoma che possa spostare, contraddire o mettere in crisi il nostro punto di vista. Al massimo, conferma e riattiva dall’esterno ciò che il soggetto ha già proiettato nell’interazione. È in questo senso che il robot può diventare uno specchio: non perché sia vuoto, ma perché il suo modo di stare nella relazione dipende interamente dal progetto che lo guida e dalle aspettative che l’essere umano vi deposita. La relazione, allora, può apparire intensa e significativa, ma resta segnata da una profonda asimmetria. Per questo, secondo la ricerca, un robot può sostenere l’apparenza di una relazione, ma non sostituire la reciprocità propria di un rapporto umano.
Questo articolo nasce nell’ambito delle attività di Terza Missione promosse da Stroncature in collaborazione con l’Università degli Studi di Bari Aldo Moro, nel quadro delle iniziative di Public Engagement finanziate dal “Bando per Finanziamento di Iniziative di Public Engagement” a valere sul Progetto “Sistema Universitario Pugliese”, finanziato nell’ambito della misura “Patti Territoriali dell’Alta Formazione per le Imprese” (CUP F61B23000370006). Il testo rielabora in forma divulgativa il contributo scientifico “Alienation and Recognition: The Δ Phenomenology of the Human–Social Robot Interaction (HSRI)” di Piercosma Bisconti e Antonio Carnevale, pubblicato in Techné: Research in Philosophy and Technology, vol. 26, n. 1, 2022, pp. 147–171, DOI 10.5840/techne202259157, per renderne i contenuti più fruibili a un pubblico non specialista.


