“Populism and Fascism” Carlos de la Torre (Cambridge University Press, 2025)
Populism and Fascism di Carlos de la Torre, pubblicato da Cambridge University Press nel 2025, affronta una questione che negli ultimi anni è tornata al centro del dibattito pubblico e scientifico: come interpretare la crescita della destra radicale, il successo di leader che si presentano come interpreti esclusivi del popolo e la progressiva erosione delle regole democratiche dall’interno delle stesse democrazie. Il libro nasce da una domanda semplice solo in apparenza: siamo di fronte a un ritorno del fascismo, oppure a forme nuove di populismo autoritario? De la Torre non tratta questa alternativa come una disputa nominalistica, perché scegliere una categoria piuttosto che un’altra significa anche comprendere diversamente il rapporto tra leadership, popolo, violenza, elezioni e istituzioni. L’opera si colloca quindi in uno spazio delicato, dove l’analisi storica incontra la diagnosi politica del presente. Il fascismo, per l’autore, non può essere ridotto a un insulto generico contro ogni forma di autoritarismo; allo stesso tempo, il populismo non può essere usato come formula attenuante per normalizzare movimenti e leader che attaccano il pluralismo, delegittimano gli avversari e alimentano polarizzazione. Il merito del libro sta proprio nel tentativo di distinguere senza separare artificialmente: fascismo e populismo hanno somiglianze profonde, ma producono effetti diversi sulla democrazia. La prospettiva dell’autore è insieme storica, comparativa e teorica. Storica, perché ricostruisce le condizioni di nascita del fascismo classico e le sue trasformazioni successive; comparativa, perché mette in relazione Europa, Stati Uniti e America Latina; teorica, perché discute le definizioni di fascismo e populismo e mostra quanto sia difficile usarle con precisione. Il volume invita dunque a leggere il presente senza cedere né all’allarmismo indistinto né alla rassicurazione superficiale. Il punto di partenza non è stabilire se un singolo leader “sia” fascista o populista in senso assoluto, ma capire quali logiche politiche mette in moto, quali nemici costruisce, come usa le elezioni, quale rapporto instaura con la violenza e quali limiti riconosce alle istituzioni democratiche.
Il libro si apre con la constatazione che populismo e fascismo non sono più termini confinati all’accademia. Sono diventati parole di combattimento, usate da politici, commentatori e cittadini per insultare gli avversari o per dare un nome a fenomeni imprevisti. De la Torre parte dagli esempi di Donald Trump, Jair Bolsonaro e Javier Milei, ma colloca questi casi dentro una trasformazione più ampia: la normalizzazione della destra radicale in Europa, la crisi dei cordoni sanitari che un tempo isolavano i partiti estremisti, la polarizzazione statunitense e l’emergere in America Latina di leader che combinano neoliberalismo, ordine pubblico, conservatorismo morale e ostilità verso diritti di donne, minoranze sessuali, migranti o popolazioni indigene. L’autore mostra che il problema non è solo la presenza di leader aggressivi o retoricamente eccessivi, ma il cambiamento del contesto nel quale essi agiscono. In Europa, partiti un tempo marginali e segnati da origini fasciste o postfasciste sono stati progressivamente trattati come interlocutori normali. L’esempio del Partito della Libertà austriaco è significativo: nel 2000 il suo ingresso al governo provocò forti proteste e reazioni europee, mentre nel 2018 la stessa eventualità suscitò una risposta molto più debole. Questo mutamento non dipende, secondo il libro, da una reale moderazione ideologica, ma dall’assorbimento di temi della destra radicale da parte delle destre tradizionali e di parte della socialdemocrazia: immigrazione, sicurezza, sovranità nazionale, critica delle élite, ostilità verso l’integrazione europea. Negli Stati Uniti, il quadro è diverso ma collegato. La trasformazione del Partito repubblicano in un partito sempre più bianco, cristiano e radicalizzato si intreccia con le guerre culturali nate dopo i movimenti degli anni Sessanta. Le conquiste in materia di diritti civili, genere, sessualità e uguaglianza razziale hanno prodotto una reazione che ha progressivamente trasformato il conflitto politico in scontro identitario. In America Latina, infine, l’autore distingue la nuova destra radicale da precedenti forme di populismo neoliberale: Bolsonaro, Milei o Kast non promettono soltanto mercato e ordine, ma mobilitano anche un immaginario religioso, patriarcale, anti-gender, anti-indigeno o anti-migratorio. In tutti questi casi, il populismo radicale di destra si nutre della crisi della rappresentanza, ma anche della sensazione che la sovranità popolare sia stata sottratta da élite tecnocratiche, giudiziarie, sovranazionali o culturali.
Una parte decisiva dell’opera è dedicata al problema delle definizioni. De la Torre ricorda che fascismo e populismo sono concetti controversi, sottoposti a un uso tanto ampio da rischiare la perdita di precisione. Alcuni studiosi hanno proposto di abbandonarli, perché troppo carichi emotivamente e troppo elastici; altri hanno cercato definizioni minime, capaci di viaggiare nello spazio e nel tempo; altri ancora hanno costruito definizioni complesse, più adatte a cogliere sfumature, trasformazioni e casi intermedi. L’autore dedica particolare attenzione a Gino Germani, sociologo italo-argentino che per primo confrontò sistematicamente fascismo e populismo nazionale. Germani, segnato dall’esperienza del fascismo italiano e poi del peronismo argentino, interpretava i due fenomeni attraverso le teorie della modernizzazione, della società di massa e dell’anomia. Per lui il fascismo italiano nasceva in società già parzialmente modernizzate e democratizzate, come mobilitazione secondaria legata agli sconvolgimenti della Prima guerra mondiale e alla paura della rivoluzione bolscevica. Il peronismo, invece, rappresentava una mobilitazione primaria di masse fino ad allora escluse dal sistema politico, soprattutto migranti interni e nuovi lavoratori urbani. De la Torre riconosce l’importanza pionieristica di questa distinzione, ma ne segnala anche i limiti. La classe sociale da sola non spiega né il fascismo né il populismo; Mussolini e Hitler non furono sostenuti soltanto dalla piccola borghesia, così come Perón non fu seguito solo da masse disorganizzate e anomiche. Inoltre, il populismo non può essere confinato alla fase di transizione alla modernità: è apparso in contesti molto diversi, nel Sud globale e nel Nord globale, in società industriali e postindustriali, in regimi democratici consolidati e in democrazie fragili. L’autore passa poi alle definizioni minime. Roger Griffin definisce il fascismo come ultranazionalismo populista palingenetico, cioè come ideologia centrata sul mito della rinascita nazionale dopo una decadenza. Cas Mudde definisce il populismo come ideologia sottile che divide la società tra popolo puro ed élite corrotta e sostiene che la politica debba esprimere la volontà generale del popolo. Queste definizioni sono utili perché sintetiche, ma rischiano di ridurre fenomeni complessi a un solo elemento: l’ideologia. Per de la Torre, invece, occorre guardare anche alle organizzazioni, ai leader, agli stili comunicativi, alle pratiche, all’uso della violenza e al rapporto concreto con le istituzioni democratiche.
La preferenza dell’autore va quindi verso definizioni complesse, capaci di distinguere gradi, mutazioni e combinazioni. Il fascismo e il populismo non sono soltanto insiemi di idee; sono anche forme di organizzazione, stili di comunicazione, modi di costruire il popolo, pratiche di mobilitazione e tecniche di legittimazione. Sul piano ideologico, il fascismo è ultranazionalista, antiliberale e antimarxista. Immagina la nazione come organismo unitario minacciato da nemici interni ed esterni, da eliminare per permettere la rigenerazione collettiva. Il nemico fascista non è un semplice avversario politico: è un pericolo esistenziale, un corpo estraneo, una fonte di contaminazione. Da qui deriva il legame tra fascismo, violenza, militarismo, paramilitarismo e mito della purificazione nazionale. Il populismo condivide con il fascismo la divisione morale tra amici e nemici, ma non include necessariamente l’eliminazione fisica del nemico. Il suo nucleo è l’idea che il leader incarni la voce autentica del popolo contro élite corrotte, distanti o traditrici. La differenza decisiva, però, sta nel fatto che il populismo trae la propria legittimità dalle elezioni, mentre il fascismo mira a sostituire la democrazia parlamentare con forme di acclamazione plebiscitaria e dittatura personale. Anche sul piano organizzativo la distinzione è netta. Il fascismo storico crea partiti-milizia, forma militanti disciplinati, normalizza la violenza di strada, trasforma la politica in combattimento permanente e pretende di penetrare ogni sfera della vita privata e pubblica. Il populismo, invece, può organizzarsi in forme diverse: partiti personali, reti clientelari, partiti di massa, partiti televisivi, partiti digitali. Può mobilitare dal basso o dall’alto, può costruire rituali di appartenenza e comunità, può politicizzare ogni interazione sociale, ma non ha come tratto necessario il paramilitarismo. De la Torre insiste anche sulle performance politiche. Fascisti e populisti sono innovatori mediatici: usano radio, cinema, televisione, social network, comizi e grandi raduni per stabilire un rapporto diretto tra leader e seguaci. La politica ordinaria, amministrativa e procedurale viene svalutata; al suo posto appare una politica dell’eccezionale, fatta di redenzione, riscatto, rigenerazione, rottura con il vecchio ordine. Questo elemento spiega perché tali movimenti non vadano studiati solo attraverso programmi e ideologie, ma anche attraverso gesti, rituali, linguaggi, corpi, folle, immagini e forme di partecipazione emotiva.
Una delle somiglianze più importanti tra fascismo e populismo riguarda la costruzione del “popolo”. De la Torre sottolinea che il popolo non è una realtà empirica già data, ma una costruzione politica. Può essere immaginato come nazione, come comunità etnica, come corpo morale, come plebe oppressa, come insieme dei produttori sfruttati dai parassiti, oppure come maggioranza silenziosa tradita dalle élite. Fascismo e populismo tendono a costruirlo come unità, come soggetto omogeneo dotato di una sola voce e di una sola volontà. Questa operazione si oppone alla logica liberaldemocratica, nella quale il popolo è plurale, mutevole, diviso da interessi e opinioni legittimamente differenti. Per il democratico, nessuno può possedere in modo definitivo la volontà del popolo; per il fascista e per il populista, invece, il leader può presentarsi come sua incarnazione. La differenza, ancora una volta, è che il fascista abolisce la verifica elettorale e sostituisce la pluralità con la dittatura; il populista mantiene le elezioni, ma tende a considerarle legittime solo quando confermano la sua pretesa di rappresentare il popolo autentico. Il libro distingue inoltre due grandi modi di costruire il popolo. La destra populista lo immagina spesso come ethnos, cioè come comunità definita da cultura, religione, lingua, territorio, sangue o tradizione. In questo schema, il nemico è l’immigrato, il musulmano, il cosmopolita, il progressista, il femminista, l’attivista LGBTQ+, l’indigeno ribelle, il secolarista o chiunque appaia come minaccia alla purezza della comunità. La sinistra populista, invece, tende a costruire il popolo come plebs, cioè come insieme degli esclusi, dei poveri, degli sfruttati, di coloro che sono stati privati di voce da oligarchie economiche e politiche. Tuttavia, de la Torre non idealizza il populismo di sinistra: anche quando il popolo viene definito in modo inclusivo, il leader può appropriarsi della sua voce e delegittimare chi dissente. L’esempio di Evo Morales è usato per mostrare come anche un progetto formalmente plurinazionale possa accusare gli indigeni oppositori di non essere veramente indigeni o di essere manipolati da forze esterne. Il punto centrale è che fascismo e populismo trasformano la pluralità sociale in una unità morale, e questa unità ha sempre bisogno di un nemico. La politica non è più confronto tra avversari, ma lotta tra il popolo vero e coloro che ne minacciano l’esistenza, la dignità o la redenzione.
Il secondo grande terreno di somiglianza è la leadership carismatica. De la Torre riprende Max Weber, ma rifiuta l’idea che il carisma sia una semplice qualità personale del capo o il risultato dell’irrazionalità delle masse. Il carisma è una relazione sociale: nasce quando i seguaci attribuiscono al leader una missione straordinaria e riconoscono nel suo corpo, nella sua voce e nella sua biografia la possibilità di redenzione collettiva. Il leader fascista o populista non si presenta come un normale amministratore, ma come fondatore, salvatore, interprete profondo del popolo. Mussolini, Hitler, Perón, Chávez, Trump o Bolsonaro sono analizzati non perché identici, ma perché ciascuno, in contesti diversi, costruisce un rapporto diretto con i sostenitori fondato sulla promessa di restaurare grandezza, giustizia, ordine o dignità. La missione del leader è spesso collegata a un mito di fondazione: Mussolini e Hitler promettono la rinascita nazionale; Perón propone il giustizialismo come terza via; Chávez si presenta come erede di Bolívar e fondatore del socialismo del XXI secolo; Trump trasforma il motto “Make America Great Again” in una narrazione di caduta e restaurazione. Il corpo del leader diventa onnipresente. Nel fascismo storico viene moltiplicato da cinegiornali, manifesti, radio e rituali pubblici; nel populismo contemporaneo da televisione, social media, comizi permanenti e presenza continua nel ciclo delle notizie. Il capo è padre, guerriero, imprenditore vittorioso, martire, uomo del destino, figura quasi religiosa. Questa sacralizzazione della leadership si collega alla politica dell’eccezionale. I grandi raduni, i comizi, le manifestazioni e le cerimonie non servono solo a comunicare contenuti; producono identità. I partecipanti si riconoscono come parte di una comunità, confermano l’autorità del capo, condividono slogan, canti, gesti e immagini del nemico. De la Torre mostra che questi rituali trasformano i sostenitori da spettatori in protagonisti apparenti della storia, ma dentro un copione scritto dal leader e dalla sua cerchia. La partecipazione, quindi, è reale sul piano emotivo e identitario, ma limitata sul piano decisionale. Il leader parla a nome del popolo, il popolo lo acclama, e l’acclamazione conferma che egli è il suo interprete autentico. In questo circuito si vede una delle tensioni fondamentali del populismo: esso promette di restituire potere al popolo, ma spesso concentra quel potere nella figura di chi dice di incarnarlo.
La differenza più netta tra fascismo e populismo riguarda l’uso della violenza. De la Torre non nega che il populismo possa essere aggressivo, intimidatorio e capace di produrre violenza simbolica o fisica; tuttavia sostiene che il fascismo storico fa della violenza un principio costitutivo, mentre il populismo la mantiene di norma entro un livello retorico, performativo o selettivo. Il fascismo nasce in un contesto segnato dalla banalizzazione della morte dopo la Prima guerra mondiale, dalla paura del bolscevismo, dalla crisi dello Stato liberale e dall’esaltazione della guerra come esperienza rigeneratrice. I fascisti immaginano la nazione come un corpo malato che deve essere purificato attraverso l’eliminazione dei nemici. La violenza non è quindi un incidente, ma uno strumento di fondazione politica. Le squadre, le milizie, i gruppi paramilitari e la repressione organizzata servono a terrorizzare gli avversari, distruggere le organizzazioni della sinistra, mostrare l’impotenza dello Stato e formare una comunità militante disciplinata. Nel nazismo questa logica raggiunge la sua forma più estrema attraverso la biologizzazione del nemico: l’ebreo, lo zingaro e altri gruppi razzializzati vengono costruiti come agenti di contaminazione da eliminare. Il populismo, invece, costruisce anch’esso nemici, ma di solito non mira alla loro distruzione fisica sistematica. Perón può usare un linguaggio duro, reprimere oppositori, chiudere giornali e tollerare violenze dei sostenitori, ma non trasforma l’eliminazione fisica del nemico in fondamento del regime. Lo stesso vale per molte esperienze populiste latinoamericane, nelle quali l’avversario viene marginalizzato, delegittimato, incarcerato o spinto all’esilio, ma non viene trattato secondo la logica fascista della purificazione totale. Tuttavia de la Torre mostra che il confine può diventare instabile. Trump e Bolsonaro, rifiutando la sconfitta elettorale e mobilitando sostenitori contro le istituzioni, avvicinano il populismo radicale di destra a forme che l’autore discute attraverso le categorie di postfascismo o “wannabe fascists”. L’assalto al Congresso statunitense e quello alle istituzioni brasiliane non equivalgono al fascismo classico, perché mancano un partito-milizia strutturato, una presa del potere riuscita e una dittatura stabilizzata. Ma segnalano un mutamento: quando il populista non accetta più la possibilità di perdere, la violenza smette di essere solo retorica e diventa una risorsa per contestare la democrazia dall’interno.
La seconda differenza fondamentale riguarda la legittimità. Per il fascismo, le elezioni non sono il fondamento della sovranità popolare, ma una deformazione della volontà nazionale. Il fascismo ritiene che la rappresentanza parlamentare divida artificialmente ciò che dovrebbe essere uno: il popolo, la nazione, il capo. Per questo sostituisce il voto competitivo con l’acclamazione plebiscitaria, i rituali di massa, la partecipazione guidata, l’identificazione tra governante e governati. Il leader fascista non deve essere periodicamente verificato attraverso elezioni libere, perché si presenta come incarnazione permanente della volontà nazionale. In questa prospettiva la dittatura non è un’emergenza provvisoria, ma una forma superiore di democrazia intesa come unità organica. Il populismo, invece, conserva le elezioni come fonte necessaria di legittimità. Il populista deve vincere il voto, e proprio questo lo mantiene, almeno formalmente, dentro il campo democratico. Tuttavia il rapporto del populismo con le elezioni è ambiguo. Da un lato, esso afferma che il popolo deve decidere contro élite, tecnocrati, giudici, media e istituzioni sovranazionali; dall’altro, tende a considerare il risultato legittimo solo quando conferma il leader come voce autentica del popolo. Se perde, può denunciare frodi, manipolazioni, complotti o tradimenti. Qui de la Torre individua una tensione strutturale: il populismo accetta l’incertezza democratica solo fino a un certo punto. Poiché immagina il popolo come unità morale e il leader come suo interprete naturale, fatica ad accettare che una maggioranza possa scegliere l’avversario. Da qui nasce l’erosione democratica: non necessariamente la fine immediata della democrazia, ma la delegittimazione dei suoi presupposti. I controlli istituzionali vengono presentati come ostacoli oligarchici; i tribunali come strumenti delle élite; la stampa come nemica del popolo; l’opposizione come tradimento. La democrazia viene ridotta al momento elettorale, mentre tutto ciò che rende quel voto realmente libero — pluralismo, informazione indipendente, alternanza, garanzie costituzionali, diritti delle minoranze — viene indebolito. Il fascismo abolisce la democrazia apertamente; il populismo può consumarla lentamente, sostenendo di volerla perfezionare.
Un altro elemento essenziale del libro è la storicità del fascismo. De la Torre insiste sul fatto che il fascismo classico appartiene a una costellazione storica precisa: il periodo tra le due guerre mondiali. Non nasce semplicemente da leader autoritari o da retoriche nazionaliste, ma dall’incrocio tra la traumatica esperienza della Prima guerra mondiale, la paura della rivoluzione bolscevica, la crisi delle democrazie parlamentari, la disponibilità delle élite conservatrici a usare la violenza fascista contro la sinistra, il prestigio della dittatura come alternativa alla politica liberale, la diffusione del corporativismo e l’eredità razzista del colonialismo europeo. Per questo, secondo l’autore, ciò che viene dopo la sconfitta dell’Asse non può essere chiamato fascismo nello stesso senso: deve essere pensato come postfascismo, neofascismo, populismo radicale di destra o aspirazione fascista, a seconda dei casi. Il populismo, al contrario, non è legato a un solo momento storico. Appare in contesti molto diversi, con basi sociali differenti, con programmi economici opposti e con orientamenti ideologici sia di destra sia di sinistra. Può essere redistributivo o neoliberale, plebeo o etnonazionalista, inclusivo verso alcuni gruppi ed esclusivo verso altri. Questa diversa storicità è decisiva. Se ogni autoritarismo contemporaneo venisse chiamato fascismo, il concetto perderebbe precisione; ma se si usasse il populismo per assolvere le destre radicali dal loro rapporto con il fascismo storico, si cadrebbe nell’errore opposto. De la Torre propone quindi una via intermedia: riconoscere che il fascismo classico non ritorna identico, ma che alcune sue logiche possono riapparire in forme mutate. Il razzismo biologico può trasformarsi in razzismo culturale; l’antisemitismo può essere affiancato o sostituito dall’islamofobia; il partito-milizia può lasciare spazio a reti digitali, movimenti armati informali o subculture estremiste; la dittatura dichiarata può presentarsi inizialmente come difesa della democrazia contro nemici interni. Il concetto di postfascismo serve proprio a pensare questa zona instabile: non il ritorno meccanico degli anni Venti e Trenta, ma la persistenza di grammatiche politiche che costruiscono il nemico come impurità, minaccia, tradimento o malattia del corpo nazionale.
Il rapporto tra fascismo, populismo e democrazia viene analizzato attraverso gli effetti concreti sul sistema politico. Il fascismo, una volta al potere, distrugge la democrazia. Mussolini e Hitler non arrivano al governo con un colpo di Stato riuscito né attraverso una maggioranza elettorale autosufficiente; vengono chiamati al potere da élite conservatrici convinte di poterli controllare. In Italia, il biennio rosso, la paura della rivoluzione, l’instabilità parlamentare e la violenza di strada creano le condizioni per la normalizzazione del fascismo. In Germania, la crisi della Repubblica di Weimar, la polarizzazione, la paura del comunismo e la frammentazione politica spingono settori delle élite a consegnare il governo a Hitler. In entrambi i casi, i fascisti superano rapidamente i loro alleati conservatori. Il risultato è la sospensione delle libertà, la distruzione dei partiti, il controllo della stampa, la repressione degli oppositori, la subordinazione della società civile, la concentrazione del potere nella figura del capo. De la Torre sottolinea che il fascismo conserva spesso le gerarchie economiche e sociali tradizionali: non abolisce il potere delle élite proprietarie, ma lo riorganizza dentro un nuovo ordine autoritario. Il populismo, invece, produce effetti più variabili. Non esiste una traiettoria necessaria che conduca ogni populismo alla dittatura. Alcuni populisti vengono contenuti da istituzioni solide, società civile, media indipendenti, opposizioni organizzate, burocrazie statali fedeli alle regole e non al leader. Altri vengono limitati da istituzioni sovranazionali, come nel caso di Syriza in Grecia, costretta a rinunciare a parte del proprio programma anti-austerità. Altri ancora riescono a trasformare democrazie in crisi in regimi ibridi, nei quali le elezioni continuano a esistere ma il campo di gioco è squilibrato. Qui l’autore introduce una distinzione importante: la democrazia può morire bruscamente, come nel fascismo, oppure lentamente, attraverso l’indebolimento progressivo dei controlli, la cattura dei tribunali, la riscrittura delle costituzioni, la pressione sui media, l’uso selettivo della legge contro i critici e la trasformazione degli avversari in nemici esistenziali.
La parte più analitica dell’opera riguarda proprio le condizioni che permettono al populismo di trasformarsi in regime ibrido o in autoritarismo competitivo. De la Torre ricostruisce diversi esiti possibili del confronto tra il campo populista al potere e il campo non populista. Un primo esito è il tentativo di colpo di Stato da parte dell’opposizione radicalizzata, come in Venezuela nel 2002 o in Turchia nel 2016. Quando questi tentativi falliscono, possono rafforzare il leader populista, che li usa per giustificare un’ulteriore concentrazione del potere. Chávez, dopo il fallito golpe, radicalizza il progetto bolivariano; Erdoğan, dopo il fallito colpo di Stato, usa lo stato d’emergenza per purgare apparati statali, magistratura, università e forze armate, e per spingere la Turchia verso un sistema presidenziale fortemente accentrato. Un secondo esito è il contenimento da parte di istituzioni sovranazionali, come nel caso greco. Un terzo è la resistenza efficace di istituzioni interne, partiti, movimenti sociali, funzionari pubblici e media, come negli Stati Uniti durante il primo mandato di Trump o in Brasile con Bolsonaro. In questi casi la democrazia sopravvive, ma non esce indenne: la fiducia nelle elezioni, nei tribunali, nei parlamenti e nei media può risultare gravemente danneggiata. Un quarto esito è la costruzione di regimi ibridi populisti, come nel Venezuela di Chávez, nell’Ungheria di Orbán, nella Turchia di Erdoğan e nell’Ecuador di Correa. Qui il leader riesce a modificare costituzioni, regole elettorali e organi di controllo, sostituendo funzionari indipendenti con fedelissimi. Le elezioni restano, ma diventano sempre meno libere e competitive; i diritti restano formalmente riconosciuti, ma vengono compressi; la legalità resta in vigore, ma viene usata in modo strumentale. Quando l’opposizione può ancora competere, ma in condizioni fortemente sfavorevoli, si entra nell’autoritarismo competitivo. Quando invece il potere è così squilibrato da rendere impossibile la sconfitta dell’incumbent, il regime scivola verso una forma più piena di autocrazia elettorale. Il libro evita ogni automatismo: il populismo non uccide sempre la democrazia, ma tende a spingerla verso una zona grigia, soprattutto quando incontra istituzioni deboli, crisi gestibili ma profonde, risorse economiche straordinarie o sistemi costituzionali facilmente manipolabili.
Nel suo insieme, Populism and Fascism propone una visione articolata e prudente, ma non rassicurante. De la Torre mostra che fascismo e populismo condividono una logica politica antagonistica: costruiscono il popolo come unità, attribuiscono al leader una funzione di incarnazione, trasformano la politica ordinaria in momento straordinario di salvezza e rigenerazione, individuano nemici interni o esterni che impedirebbero al popolo di realizzare la propria volontà. Tuttavia divergono su tre piani decisivi: la violenza, la legittimità e la storicità. Il fascismo storico usa la violenza come strumento costitutivo di purificazione e conquista, abolisce la democrazia e appartiene alla specifica costellazione interbellica. Il populismo si legittima attraverso le elezioni, non elimina necessariamente fisicamente i nemici e compare in epoche e contesti molto diversi. Ma proprio questa differenza non deve portare a sottovalutarne il pericolo. Il populismo può non essere fascismo e tuttavia erodere profondamente la democrazia. La sua promessa di restituire il potere al popolo si traduce spesso nella concentrazione del potere nel leader; la denuncia delle élite può diventare attacco a ogni controllo istituzionale; la critica della democrazia rappresentativa può trasformarsi in delegittimazione del pluralismo. L’autore invita quindi a evitare due errori speculari. Il primo è chiamare fascismo qualunque forma di populismo aggressivo, cancellando la specificità storica del fascismo e della sua violenza totalizzante. Il secondo è usare il termine populismo per normalizzare leader e movimenti che rifiutano la sconfitta, promuovono teorie del complotto, costruiscono nemici etnici, religiosi o sessuali e incoraggiano forme di violenza politica. Le implicazioni future dell’opera sono chiare: la difesa della democrazia non dipende solo dalla condanna del fascismo storico, ma dalla capacità di riconoscere le forme contemporanee di erosione democratica. Quando le élite tradizionali credono di poter usare la destra radicale per i propri scopi, ripetono un errore già visto nel periodo interbellico. Quando i cittadini accettano che il leader sia l’unica voce del popolo, rinunciano alla premessa fondamentale della democrazia: nessuno possiede il popolo, nessuno ne esaurisce la volontà, nessuno può trasformare l’avversario in nemico da espellere dalla comunità politica.
Sintesi finale
La tesi centrale del libro è che fascismo e populismo vadano confrontati con precisione, evitando sia di fonderli in un’unica categoria sia di separarli in modo artificiale. Entrambi nascono dentro la modernità politica e dentro le tensioni della democratizzazione, non come fenomeni esterni alla democrazia, ma come sue possibili deformazioni. Entrambi costruiscono il popolo come soggetto unitario, moralmente puro e contrapposto a nemici interni o esterni. Entrambi attribuiscono al leader una funzione di incarnazione, facendone la voce autentica di una volontà popolare ritenuta trasparente e indivisibile. Entrambi trasformano la politica in momento straordinario di redenzione, rottura, rinascita e mobilitazione emotiva contro un ordine giudicato corrotto. La differenza decisiva è che il fascismo storico fa della violenza organizzata un elemento costitutivo della propria azione politica. Il fascismo non si limita a marginalizzare i nemici, ma mira a eliminarli, purificare la nazione e sostituire il pluralismo con la dittatura. La sua legittimità non deriva da elezioni competitive, ma da rituali di acclamazione e dall’identificazione permanente tra capo, popolo e nazione. Il populismo, invece, mantiene le elezioni come via legittima per accedere al potere, anche quando ne indebolisce le condizioni sostanziali. Questa dipendenza dal voto lo mantiene formalmente dentro il campo democratico, ma non lo rende automaticamente democratico nei suoi effetti. Il populismo riduce spesso la democrazia alla vittoria elettorale, svalutando controlli, media, magistratura, opposizione e diritti delle minoranze. Quando governa, può trasformare i rivali in nemici e usare lo Stato per concentrare potere nell’esecutivo. Non tutti i populismi producono lo stesso esito, perché contano la solidità delle istituzioni, la società civile, i partiti, i media e le pressioni sovranazionali. In alcuni casi il populismo viene contenuto; in altri trasforma la democrazia in regime ibrido o in autoritarismo competitivo. Il fascismo appartiene a una costellazione storica specifica, quella tra le due guerre, segnata da guerra, bolscevismo, crisi liberale e militarizzazione. Ciò che viene dopo non è fascismo classico in senso stretto, ma può assumere forme postfasciste o aspirazioni fasciste. Il razzismo biologico può mutare in razzismo culturale, l’antisemitismo in islamofobia, la milizia in rete estremista o mobilitazione digitale. Per questo il termine populismo non deve diventare una formula di normalizzazione della destra radicale contemporanea. Allo stesso tempo, il termine fascismo non deve essere usato genericamente, perché perderebbe la capacità di indicare una forma storica precisa di distruzione democratica. Il contributo principale del libro consiste nel mostrare che la democrazia può morire sia per abolizione violenta sia per erosione progressiva. La difesa democratica richiede quindi pluralismo, diritti, alternanza, istituzioni autonome e rifiuto dell’idea che un solo leader possa possedere la voce del popolo.
Scheda metadati
Autore: Carlos de la Torre
Titolo in originale: Populism and Fascism
Casa editrice: Cambridge University Press
Anno di pubblicazione: 2025
Categoria: Società, politica e comunicazione


