Che cosa accade quando la conoscenza delle persone diventa il fondamento per decidere quali vite proteggere? Pubblicato nel 2025 da University of California Press, il libro di Anita Say Chan affronta questa domanda interrogando il rapporto fra autorità scientifica, organizzazione sociale e possibilità di autodeterminazione. Il problema riguarda le istituzioni che raccolgono informazioni e stabiliscono come interpretarle, e la facilità con cui le loro valutazioni acquistano un’apparenza di necessità. Essere descritti attraverso misure e classificazioni può significare ottenere riconoscimento, oppure subire limitazioni durature. Per comprenderne le conseguenze, occorre chiedersi chi definisca i criteri, quali esperienze vengano considerate rilevanti e quali persone possano contestare l’immagine che altri hanno costruito di loro attraverso i dati. Chan osserva questi problemi da una prospettiva storica, femminista e attenta alle relazioni di potere, mettendo in discussione l’abitudine di identificare l’aumento delle informazioni disponibili con un progresso condiviso. La questione diventa cruciale quando le promesse di efficienza sostengono decisioni difficili da discutere, perché presentate come conseguenze tecniche di differenze già accertate fra individui e gruppi sociali. Il libro sollecita un interrogativo sulla responsabilità di chi produce conoscenza quando modifica le condizioni nelle quali altri possono vivere, scegliere e agire. Occorre comprendere quali possibilità rimangano aperte quando una previsione pretende di stabilire anticipatamente il valore di una persona e il posto che potrà occupare nella società.
“Predatory Data: Eugenics in Big Tech and Our Fight for an Independent Future”, Anita Say Chan (University of California Press, 2025)



