Punti cardinali #149 e Libero Arbitrio #16
La ricerca accademica internazionale è il luogo dove nascono i concetti che definiscono il nostro tempo e dove vengono forgiati gli strumenti per leggere la realtà e le sue evoluzioni. Eppure, l’accesso a questa fonte strategica è bloccato da barriere strutturali: la complessità delle opere originali, la loro assenza nel mercato italiano e i costi spesso proibitivi delle opere accademici e specialistiche.
Punti Cardinali nasce per abbattere queste barriere.
Ogni numero mette a disposizione degli abbonati schede analitiche sulle opere più rilevanti: sintesi ragionate che restituiscono il nucleo teorico di ciascun volume, senza sacrificarne la profondità. Il risultato è un vantaggio concreto — assimilare in poco tempo strumenti di analisi che altrimenti richiederebbero settimane — e un accesso diretto al meglio del pensiero globale, indipendentemente dalla lingua o dal prezzo dell’originale.
L’intero catalogo, con migliaia di titoli, è disponibile per gli abbonati.
“The Delicate Art of Brute Force. How to Compute It When You Can’t Solve It” Paul J. Nahin (Princeton University Press, 2026)
The Delicate Art of Brute Force. How to Compute It When You Can’t Solve It, pubblicato da Princeton University Press nel 2026, affronta una questione che riguarda non solo la matematica applicata, ma più in generale il modo in cui l’intelligenza umana si misura con problemi troppo complessi per essere risolti con gli strumenti consueti. Paul J. Nahin costruisce il libro attorno a un’idea semplice, ma di grande portata: quando una soluzione analitica non è disponibile, non è immediata o richiederebbe conoscenze matematiche superiori a quelle di chi affronta il problema, il calcolo numerico e la simulazione possono diventare strumenti legittimi di conoscenza. Il tema non è quindi l’abbandono del ragionamento matematico, né la sostituzione della teoria con una procedura cieca, ma l’uso disciplinato della forza computazionale per esplorare, verificare, approssimare e talvolta risolvere situazioni che altrimenti resterebbero bloccate. Il titolo insiste sulla “brute force”, ma l’aggettivo “delicate” è decisivo: la forza bruta del computer non basta, perché occorre prima capire il problema, trasformarlo in una struttura computabile, scegliere le variabili, definire le condizioni iniziali, stabilire che cosa contare e interpretare correttamente il risultato. Il libro merita attenzione proprio perché mostra questo passaggio intermedio, spesso invisibile, tra l’intuizione fisica o matematica e il codice che produce un numero. Nahin osserva i problemi dal punto di vista di chi conosce la matematica, l’ingegneria, la fisica e la storia del calcolo, ma vuole rendere accessibile il procedimento anche a lettori non specialisti, purché disposti a seguire ragionamenti probabilistici e algoritmici elementari. L’interrogativo di fondo non è se il computer “pensi”, ma come possa aiutare chi pensa a costruire un percorso praticabile quando il metodo teorico appare troppo difficile, troppo lungo o semplicemente non evidente.
“Mycenaean Civilization” Dora Vassilikou (Cambridge University Press, 2026)
Mycenaean Civilization di Dora Vassilikou, pubblicato in inglese da Cambridge University Press nel 2026, affronta una delle questioni decisive per comprendere la formazione più antica del mondo greco: il modo in cui, tra la fine del Medio Elladico e l’inizio del Tardo Elladico, una società ancora relativamente povera, frammentata e in parte periferica rispetto ai grandi centri del Mediterraneo orientale riuscì a trasformarsi in una civiltà complessa, capace di produrre palazzi, fortificazioni monumentali, archivi amministrativi, forme artistiche raffinate e una rete di relazioni estesa dall’Egeo all’Egitto, dall’Asia Minore all’Italia. Il libro non considera la civiltà micenea come un semplice antecedente della Grecia classica, né come una copia continentale della civiltà minoica. La osserva invece come un processo storico autonomo, nato dall’incontro fra tradizioni locali, influenze cretesi, scambi mediterranei, innovazioni tecniche e nuove forme di potere. La prospettiva è archeologica, ma non puramente descrittiva: tombe, palazzi, ceramiche, armi, sigilli, tavolette, affreschi e oggetti preziosi vengono letti come tracce di organizzazione sociale, gerarchie, credenze religiose, relazioni commerciali e trasformazioni politiche. Il valore dell’opera sta proprio in questa capacità di collegare i reperti materiali alla vita concreta di una società di cui conosciamo molto attraverso gli oggetti, ma poco attraverso le parole, le emozioni e le esperienze individuali. La domanda di fondo riguarda quindi non solo che cosa abbiano prodotto i Micenei, ma come abbiano costruito un mondo comune, quali modelli abbiano assorbito, quali abbiano trasformato e perché, dopo una fase di straordinaria espansione, quel sistema sia entrato in crisi fino a lasciare spazio a una nuova epoca.
“Whiplash. From the Battle for Obamacare to the War on Science” David Blumenthal e James A. Morone (Yale University Press, 2026)
Whiplash. From the Battle for Obamacare to the War on Science, pubblicato da Yale University Press nel 2026, affronta una delle questioni più delicate della politica americana contemporanea: il modo in cui la salute, da ambito apparentemente tecnico e amministrativo, sia diventata uno dei luoghi centrali dello scontro sull’identità nazionale, sul ruolo dello Stato e sulla fiducia nella scienza. David Blumenthal e James A. Morone osservano la sanità non come un settore separato dalla vita politica, ma come un campo in cui si condensano paure collettive, appartenenze di partito, visioni morali e conflitti sociali. Il libro merita attenzione perché mostra quanto sia difficile governare un sistema sanitario quando le decisioni su assicurazioni, vaccini, povertà, epidemie e burocrazia vengono travolte da passioni politiche molto più ampie. La domanda che attraversa l’opera non riguarda soltanto come si costruisca una riforma sanitaria o come si affronti una pandemia, ma che cosa accada a una democrazia quando perfino la protezione dalla malattia diventa parte di una guerra culturale. Gli autori collocano al centro della loro analisi tre presidenze consecutive, Obama, Trump e Biden, ma non si limitano a ricostruire una sequenza di decisioni. Usano quelle presidenze per interrogare la relazione fra leadership, istituzioni, opinione pubblica, competenza scientifica e divisione sociale. Il titolo, Whiplash, richiama proprio l’effetto di brusco contraccolpo prodotto da passaggi politici rapidissimi: dalla promessa di una riforma progressista alla sua delegittimazione, dalla vittoria scientifica dei vaccini alla rivolta contro la sanità pubblica, dall’espansione temporanea dello Stato sociale al ritorno delle vecchie fratture. Il libro si apre dunque su un problema che non è solo americano: come preservare politiche pubbliche complesse quando il terreno su cui poggiano, cioè la fiducia in istituzioni, esperti e regole comuni, diventa instabile.
LiberArbitrio
LiberArbitrio è la rivista di Stroncature. Registrata presso il Consiglio Nazionale delle Ricerche e dotata di un proprio ISSN, è diretta da Giovanni Perazzoli ed è concepita come un luogo di analisi sui sui tempi moderni, nella loro pluralistà: dall’intelligenza artificiale alla filosofia della moda, dalla storia delle idee alla critica cinematografica. Ha cadenza quadrimestrale.
Il numero 16 di Libero Arbitrio (dicembre 2025 – aprile 2026) è un monografico dedicato al tema “Tecnologia, potere e ordine liberale”. La domanda di fondo, fissata nell’editoriale di Giovanni Perazzoli, è cosa accada quando software, dati, piattaforme e intelligenza artificiale smettono di essere strumenti esterni e diventano l’infrastruttura stessa dello Stato, dell’economia, della sicurezza e dell’informazione. La tesi che attraversa il fascicolo è che le democrazie liberali non si difendono solo con i valori e le procedure: hanno bisogno di industria, ricerca, capacità tecnologica e forza, ma quella forza deve restare subordinata al diritto e al controllo democratico.
Il cuore del numero è il confronto con il manifesto di Palantir sulla “Repubblica tecnologica”, ispirato al libro di Alexander Karp e Nicholas Zamiska. Vengono presentati i ventidue punti tradotti del manifesto, seguiti da una replica liberale (il redazionale “La Repubblica tecnologica deve restare democratica”) e dalla lettura di Ugo Colombino, che accosta la domanda di Karp a quella che Umberto Eco poneva su Superman: perché tanto genio tecnico si è dedicato a piattaforme di consumo invece che a obiettivi pubblici. Emilio Rossi colloca la questione in un quadro economico, leggendo la stagnazione europea come finestra strategica per investire in IA, energia e difesa; Alessandra Libutti sostiene che la frattura politica decisiva oggi non corre più tra destra e sinistra, ma tra chi difende la democrazia liberale e chi tende verso modelli verticali e populisti. Il redazionale “Chi controlla lo Stato algoritmico?” radica il dibattito in casi concreti — la piattaforma hessenDATA e il software Gotham di Palantir nelle polizie europee — interrogandosi su trasparenza, controllo e diritti.
La seconda parte allarga il discorso alla filosofia e all’estetica. Carmen dal Monte (”Cogitatio caeca”) sostiene che Leibniz, con la characteristica universalis e l’idea di pensiero che manipola simboli senza comprenderli, avesse già descritto la struttura concettuale dei modelli linguistici, riaprendo la domanda se calcolare significhi pensare. Andrea Vernier (”Della mano e dell’occhio”) attraversa serie tv, cinema di guerra e pitture rupestri per mostrare come il potere contemporaneo si comunichi sempre più come esposizione diretta e brutale di sé. Paolo Agnoli (”L’intelligenza artificiale fa paura?”) usa la storia della sua azienda Pangea per argomentare che ogni grande tecnologia è stata temuta agli inizi e che l’IA va governata, non proibita. Fabrizio Intonti (”La fotografia oltre l’obiettivo”) chiude sul tema della verità dell’immagine nell’epoca dell’IA generativa, distinguendo tra fotografia come testimonianza e immagine sintetica come apparenza plausibile.





