Punti cardinali #157
La ricerca accademica internazionale è il luogo dove nascono i concetti che definiscono il nostro tempo e dove vengono forgiati gli strumenti per leggere la realtà e le sue evoluzioni. Eppure, l’accesso a questa fonte strategica è bloccato da barriere strutturali: la complessità delle opere originali, la loro assenza nel mercato italiano e i costi spesso proibitivi delle opere accademici e specialistiche.
Punti Cardinali nasce per abbattere queste barriere.
Ogni numero mette a disposizione degli abbonati schede analitiche sulle opere più rilevanti: sintesi ragionate che restituiscono il nucleo teorico di ciascun volume, senza sacrificarne la profondità. Il risultato è un vantaggio concreto — assimilare in poco tempo strumenti di analisi che altrimenti richiederebbero settimane — e un accesso diretto al meglio del pensiero globale, indipendentemente dalla lingua o dal prezzo dell’originale.
L’intero catalogo, con migliaia di titoli, è disponibile per gli abbonati.
“Greek to Us: The Fascinating Ancient Greek That Shapes Our World” John Davie (Bloomsbury Continuum / Bloomsbury Publishing, 2025)
Greek to Us: The Fascinating Ancient Greek That Shapes Our World, di John Davie, pubblicato da Bloomsbury Continuum/Bloomsbury Publishing nel 2025, affronta una questione che non appartiene solo agli specialisti dell’antichità: in che modo una civiltà lontana, frammentata in città-stato, priva di molte certezze moderne e immersa in un universo religioso molto diverso dal nostro, continui a fornire parole, categorie e immagini con cui pensiamo ancora il mondo. Il libro non si presenta come una celebrazione generica della “classicità”, né come un manuale per addetti ai lavori, ma come un’indagine sull’esperienza greca intesa come laboratorio di problemi umani: il rapporto tra libertà e potere, tra corpo e pensiero, tra competizione e misura, tra religione e ragione, tra vita pubblica e vita privata. La prospettiva dell’autore è divulgativa, ma non semplificatoria: Davie cerca di rendere accessibile un mondo che resta distante, senza trasformarlo in una semplice anticipazione del presente. La forza dell’opera sta proprio in questa tensione: da un lato i Greci sono altro da noi, perché vivono dentro strutture sociali, politiche e morali spesso incompatibili con la sensibilità contemporanea; dall’altro, molte domande che li attraversano restano riconoscibili, perché riguardano la natura umana, l’ordine della comunità, la giustizia, la felicità, la morte e il desiderio. L’autore dichiara esplicitamente di voler mostrare come gli antichi Greci “vedevano e vivevano la vita” e perché, nonostante i secoli che ci separano da loro, rimangano in molti sensi nostri contemporanei; aggiunge inoltre che il loro mondo, pur distante, non è del tutto alieno e può aiutare a sottrarsi alla “tirannia del presente”.
“Europe: A New History”, Roderick Beaton (Basic Books, 2026)
Europe: A New History di Roderick Beaton, pubblicato da Basic Books nel 2026, affronta una questione che non può essere ridotta né alla geografia né alla storia diplomatica: che cosa significhi, in tempi di crisi, parlare di “Europa”. Il libro nasce da un’urgenza contemporanea, ma non si limita a commentare l’attualità. La sua ambizione è più ampia: comprendere come una parola, un luogo, una memoria politica e una costellazione di valori abbiano potuto sovrapporsi per oltre due millenni, generando appartenenze, conflitti, istituzioni e forme di potere. Beaton osserva l’Europa non come un dato naturale già definito, bensì come una costruzione storica continuamente riformulata da guerre, migrazioni, religioni, imperi, sistemi giuridici e idee di libertà. La domanda di fondo non è soltanto “dove finisce l’Europa?”, ma anche “chi può dirsi europeo?”, “quali forme di convivenza rendono riconoscibile una civiltà?” e “quando l’unità diventa protezione, e quando invece si trasforma in dominio?”. Il libro merita attenzione perché evita due semplificazioni opposte: non celebra una continuità lineare e trionfale, ma non dissolve nemmeno l’Europa in una sequenza casuale di violenze e contraddizioni. Il punto di partenza è l’idea che la storia serva a riconoscere schemi, e che eventi inattesi possano modificare retrospettivamente il modo in cui leggiamo il passato, come accade quando il presente costringe a rivedere l’ordine delle immagini in un caleidoscopio. Beaton dichiara inoltre di voler guardare l’Europa “come un tutto”, non come semplice somma di storie nazionali, e di farlo attraverso una prospettiva vicina alla storia delle idee: l’Europa è per lui tanto un’idea quanto un luogo, e la sua vicenda riguarda identità condivise e mutevoli non meno che battaglie, conquiste o rivoluzioni.
“Pyongyang on the Brink: Sixteen Crises That Shaped North Korea”, Fyodor Tertitskiy (Hurst & Company, 2026).
Pyongyang on the Brink: Sixteen Crises That Shaped North Korea, di Fyodor Tertitskiy, è un libro che merita attenzione perché affronta la Corea del Nord non come un enigma immobile, ma come il risultato di una lunga serie di scelte, errori, occasioni mancate e sopravvivenze contingenti. Pubblicato nel 2026 da Hurst & Company, London, nella forma editoriale indicata come C. Hurst & Co. (Publishers) Ltd, il volume si colloca in un punto delicato tra storia politica, analisi dei regimi autoritari e riflessione sulle possibilità non realizzate del passato. La questione di fondo non riguarda soltanto ciò che la Corea del Nord è diventata, ma il modo in cui un apparato statale fondato sulla coercizione, sul culto del capo e sull’isolamento abbia potuto attraversare decenni di guerre, crisi diplomatiche, carestie, lotte interne e successioni dinastiche. L’autore osserva questi problemi con una prospettiva storica controfattuale, ma non fantastica: non costruisce mondi immaginari arbitrari, bensì si concentra su momenti reali in cui gli attori, le forze in campo e le condizioni politiche rendevano plausibili esiti diversi. In questo senso, il libro apre interrogativi essenziali: quanto pesa la decisione individuale nella formazione di un regime? Quanto contano il caso, la geografia, la tempistica militare, la salute dei leader, la paura delle élite? E fino a che punto un sistema che appare monolitico può essere stato, più volte, vicino alla frattura? Il suo interesse nasce proprio da questa tensione tra apparente inevitabilità e vulnerabilità nascosta: la Corea del Nord viene letta come un caso estremo di durata autoritaria, ma anche come una storia attraversata da crepe, deviazioni possibili e passaggi in cui il futuro avrebbe potuto piegarsi altrove.
Geostrategia
È una pubblicazione di Stroncature dedicata alla sicurezza internazionale e alle questioni strategiche.
Il pensiero strategico classico cinese e la questione di Taiwan
Ogni anno, puntualmente, torna la stessa domanda: sarà questo l’anno dell’invasione? Gli analisti scrutano le esercitazioni nello Stretto, contano le navi da sbarco, datano la “finestra” entro cui Pechino avrebbe ordinato alle proprie forze di essere pronte. L’attenzione è tutta rivolta a un evento futuro e improvviso — il giorno dell’attacco — come se il destino di Taiwan dovesse decidersi in quel momento, e in nessun altro. Eppure c’è qualcosa di curioso in questa attesa. Un’invasione anfibia contro un’isola difesa, con un garante esterno pronto a intervenire, è l’operazione militare più rischiosa e costosa che si possa immaginare; ed è singolare che si dia per scontato che una potenza paziente, erede della più antica e continua tradizione strategica del mondo, scelga proprio la via più azzardata per conseguire il proprio obiettivo. E se la domanda giusta non fosse “quando attaccherà”, ma se non attaccherà mai? Esiste una tradizione strategica — quella cinese classica — per la quale l’assalto frontale non è il culmine della strategia, ma il segno del suo fallimento: la prova che non si è saputo vincere prima, e altrove. Ed è in quella direzione che forse si deve guardare.





