Quando il controllo si traveste da cura
Perché nelle relazioni digitali alcune richieste apparentemente innocue possono nascondere forme di violenza, pressione e controllo
Non sempre la violenza in una relazione si presenta in modo evidente. A volte non assume la forma di un insulto aperto, di una minaccia esplicita o di un gesto immediatamente riconoscibile come abuso. Può entrare nella comunicazione quotidiana in modi più ambigui, con parole che sembrano dettate dalla gelosia, dalla preoccupazione o dal desiderio di proteggere l’altra persona. Proprio questa ambiguità è uno dei temi centrali della ricerca “LLaMAntino against Cyber Intimate Partner Violence”, che si concentra sulle relazioni adolescenziali e prova a capire come un modello linguistico possa aiutare non solo a segnalare la tossicità di certi messaggi, ma anche a spiegarne le motivazioni per le quali sono considerati tali. Fornire una spiegazione ha anche un obiettivo educativo, specialmente per gli adolescenti: rendere consapevoli gli interlocutori del fatto che il linguaggio può essere uno strumento di violenza e controllo. Quando passa attraverso strumenti digitali ormai incorporati nella vita quotidiana, questa ambiguità diventa ancora più insidiosa: il controllo può farsi più continuo, più invasivo e più difficile da interrompere.
Il lavoro parte da una distinzione importante. Da un lato c’è la Intimate Partner Violence, cioè la violenza all’interno della relazione affettiva; dall’altro c’è la Cyber Intimate Partner Violence, cioè la violenza che si esercita nella relazione attraverso tecnologie e piattaforme digitali. In questa seconda dimensione rientrano forme diverse di abuso: pressione sessuale, violenza psicologica, controllo, monitoraggio, accesso non autorizzato ai dispositivi e agli account. L’uso delle tecnologie non crea da zero il problema, ma può ampliarlo, renderlo più continuo e più invasivo. Un partner può sorvegliare comunicazioni, spostamenti e relazioni dell’altra persona, esercitando una presenza costante nella sua vita. Per questo gli autori mostrano che gli strumenti digitali non sono solo il contesto in cui la violenza si manifesta, ma anche il mezzo attraverso cui può diventare più sottile e più difficile da interrompere.
Uno degli aspetti più rilevanti messi in luce dalla ricerca è che riconoscere questi comportamenti non è affatto semplice. La ricerca osserva che le vittime possono avere difficoltà a identificare la violenza proprio a causa della vicinanza emotiva con il partner. A questo si aggiungono stereotipi culturali e idee distorte sull’amore romantico, che portano a considerare normali atteggiamenti di controllo o di possesso. In questo quadro, alcune frasi non vengono percepite come aggressive, perché non contengono necessariamente parole volgari o apertamente minacciose. Eppure, possono costruire una relazione in cui uno dei due limita la libertà dell’altro, ne controlla le scelte e cerca di imporsi nelle decisioni. La ricerca insiste proprio su questo punto: la tossicità di un messaggio non dipende soltanto dal tono superficiale, ma dal tipo di rapporto che quel messaggio presuppone e rafforza.
Gli esempi riportati nella ricerca aiutano a capire bene questa zona grigia. Una frase come “Se sono così geloso è perché ti amo e ci tengo a te” può sembrare, a una lettura superficiale, una dichiarazione di coinvolgimento affettivo. Nel dataset, però, viene annotata come un caso di violenza psicologica per fare in modo che il sistema “impari” a riconoscere situazioni di questo tipo. L’idea implicita è che la gelosia, invece di essere riconosciuta come una forma di pressione o di controllo, venga giustificata come prova d’amore. Lo stesso accade con la frase “Se non hai nulla da nascondere e c’è fiducia tra di noi, dammi le tue password”. Anche qui il lessico sembra richiamare un valore positivo, la fiducia, ma il contenuto reale del messaggio punta in un’altra direzione: ottenere accesso alla vita privata del partner e stabilire una dinamica di controllo. È proprio questo contrasto tra superficie rassicurante e funzione coercitiva a rendere queste frasi particolarmente insidiose.
L’appendice della ricerca aggiunge un altro esempio molto utile: la richiesta di controllare il cellulare per vedere con chi l’altra persona sta parlando. Nelle spiegazioni riportate, questa frase viene letta come un segnale di sorveglianza, invasione della privacy e restrizione dell’autonomia. Non c’è bisogno di un linguaggio apertamente offensivo perché emerga una dinamica tossica. Anzi, uno dei risultati più interessanti della ricerca è proprio che la violenza può essere difficile da riconoscere quando non passa attraverso parole esplicitamente volgari o aggressive. Il problema, in questi casi, non è la singola espressione presa isolatamente, ma il fatto che la comunicazione diventi un mezzo per ottenere accesso, controllo e limitazione della libertà dell’altro. Il telefono, le password, gli account e le conversazioni private diventano così punti di ingresso attraverso cui un rapporto affettivo può trasformarsi in uno spazio di sorveglianza.
Per affrontare questo problema, la ricerca parte da un dataset già esistente e seleziona un gruppo ristretto di frasi tossiche, che vengono tradotte in italiano e annotate con il supporto di esperti. Le frasi tossiche sono annotate secondo più dimensioni: il tipo di violenza, il comportamento coinvolto, la presenza o meno di comunicazione aggressiva e, quando serve, la forma specifica dell’aggressività. Questo passaggio è importante perché mostra che riconoscere questi fenomeni non significa limitarsi a intercettare parole offensive, ma richiede interpretazione, distinzione e descrizione accurata. La ricerca lo rende evidente anche misurando il livello di accordo tra annotatori umani. I risultati mostrano che riconoscere la cyberviolenza non è semplice e che è ancora più difficile stabilire quando una frase sia aggressiva se non contiene offese esplicite. In altre parole, anche per gli esseri umani non esperti non è immediato distinguere ciò che appare normale da ciò che invece esprime pressione, controllo o limitazione della libertà dell’altro. Ed è proprio questa difficoltà a mostrare perché servano categorie fondate e spiegazioni attente, non reazioni automatiche.
Su questa base, gli autori provano a usare un modello linguistico non soltanto per classificare le frasi, ma anche per spiegare perché un certo messaggio possa essere tossico. Il risultato più interessante è che il modello funziona meglio quando, prima di analizzare una nuova frase, riceve anche pochi esempi già interpretati e spiegati sulla base del lavoro degli esperti, non necessitando quindi di una notevole mole di dati di addestramento. In questo modo cresce soprattutto la capacità di riconoscere la cyberviolenza, e anche le spiegazioni risultano più vicine a quelle elaborate dagli psicologi. Questo non significa che il modello sostituisca il giudizio umano: la ricerca chiarisce che la qualità delle spiegazioni resta inferiore a quella degli esperti. Il punto, però, è che un’intelligenza artificiale ben guidata può contribuire a rendere più visibili forme di abuso che altrimenti rischiano di passare per normali. Ed è forse proprio qui il valore più forte della ricerca: ricordare che la violenza digitale non coincide solo con i casi più estremi, ma può annidarsi anche in messaggi quotidiani, apparentemente ragionevoli, che restringono libertà, privacy e autonomia personale.
Questo articolo nasce nell’ambito delle attività di Terza Missione promosse da Stroncature in collaborazione con l’Università degli Studi di Bari Aldo Moro, nel quadro delle iniziative di Public Engagement finanziate dal “Bando per Finanziamento di Iniziative di Public Engagement” a valere sul Progetto “Sistema Universitario Pugliese”, finanziato nell’ambito della misura “Patti Territoriali dell’Alta Formazione per le Imprese” (CUP F61B23000370006). Il testo rielabora in forma divulgativa il contributo scientifico “LLaMAntino against Cyber Intimate Partner Violence” di Pierpaolo Basile, Marco de Gemmis, Marco Polignano, Giovanni Semeraro, Lucia Siciliani, Vincenzo Tamburrano, Fabiana Battista e Rosa Scardigno, dell’Università degli Studi di Bari Aldo Moro, pubblicato negli atti di CLiC-it 2024: Tenth Italian Conference on Computational Linguistics, CEUR Workshop Proceedings, vol. 3878, 2024, per renderne i contenuti più fruibili a un pubblico non specialista.



