Nel dibattito sulla sostenibilità, il recupero delle acque reflue viene spesso presentato come una soluzione positiva in sé. La ricerca sul birrificio pugliese invita invece a una lettura più precisa. Riutilizzare l’acqua è certamente importante, soprattutto in territori segnati da scarsità idrica, ma non basta osservare quanta acqua viene risparmiata per stabilire se un processo sia complessivamente più sostenibile. Bisogna considerare anche l’energia necessaria, i materiali impiegati, la durata dei componenti, la manutenzione e gli impatti prodotti lungo l’intero ciclo di vita del sistema. È questo il punto centrale dello studio: valutare il riuso non come slogan, ma come scelta tecnica da misurare in modo completo.
La metodologia utilizzata è la Life Cycle Assessment, o valutazione del ciclo di vita. Si tratta di uno strumento che permette di analizzare un processo considerando le risorse consumate e gli impatti generati nelle diverse fasi che lo rendono possibile. Nel caso esaminato, la ricerca confronta due scenari che hanno lo stesso obiettivo: produrre un metro cubo di acqua pronto per usi non potabili all’interno del birrificio. Nel primo scenario l’acqua deriva dalla falda e viene trattata con osmosi inversa; nel secondo deriva dal recupero delle acque reflue già depurate, sottoposte a un ulteriore trattamento. Il confronto è costruito proprio per capire quali benefici e quali costi ambientali accompagnino le due alternative.
Il risultato più immediato riguarda l’acqua. Lo scenario di recupero riduce del 99,7% l’impatto nella categoria legata all’uso della risorsa idrica rispetto allo scenario tradizionale basato su acqua di falda desalinizzata. È un dato molto rilevante, perché mostra in modo chiaro la capacità del riuso di alleggerire la pressione sulle fonti convenzionali. Lo studio rileva anche un secondo vantaggio netto: nella categoria relativa alla riduzione dello strato di ozono, il recupero presenta un impatto molto più basso rispetto alla soluzione tradizionale. Da questo punto di vista, quindi, il riuso delle acque reflue trattate offre benefici ambientali evidenti e misurabili.
La stessa analisi, però, mostra anche l’altra parte del quadro. In molte categorie ambientali lo scenario di recupero risulta più oneroso rispetto a quello tradizionale. Questo riguarda, tra gli altri, gli impatti collegati al cambiamento climatico, all’eutrofizzazione, alla tossicità e al consumo di risorse energetiche non rinnovabili. Il motivo è legato al trattamento necessario per rendere l’acqua riutilizzabile. Recuperare un refluo non significa semplicemente reimmetterlo nel processo: occorre filtrarlo, trattarlo, disinfettarlo e garantire che risponda agli standard richiesti per gli usi previsti. Tutte queste operazioni richiedono input materiali ed energetici, che entrano nel bilancio ambientale.
Il punto più significativo è che il beneficio idrico non cancella automaticamente gli altri impatti. Un impianto di recupero può ridurre molto il prelievo d’acqua e, nello stesso tempo, introdurre nuovi carichi ambientali legati ai consumi elettrici, ai reagenti, ai filtri, alle membrane e ai componenti da sostituire. Nel caso studiato, una parte importante degli impatti dello scenario di recupero è associata all’ultrafiltrazione, in particolare al ciclo di vita delle membrane utilizzate. Questo non significa che il riuso sia da escludere, ma che va progettato e valutato con attenzione. La domanda corretta non è soltanto quanta acqua si recupera, ma a quale costo ambientale complessivo si ottiene quel recupero.
La ricerca mostra così l’utilità della valutazione del ciclo di vita come strumento di decisione. Senza un’analisi di questo tipo, si rischierebbe di guardare solo al risultato più visibile, cioè il risparmio d’acqua. La LCA consente invece di distinguere tra categorie diverse di impatto e di individuare i punti critici del sistema. In questo modo diventa possibile capire dove intervenire per migliorare il processo: riducendo i consumi energetici, prolungando la durata dei componenti, ottimizzando la gestione dell’impianto o scegliendo materiali meno impattanti. La sostenibilità non viene quindi trattata come un’etichetta, ma come un equilibrio da costruire tra benefici e costi.
Un ulteriore elemento riguarda la possibilità di soluzioni intermedie. Lo studio considera anche scenari nei quali l’acqua recuperata e l’acqua tradizionale vengono combinate in proporzioni diverse. Questa ipotesi è importante perché, nella pratica industriale, le scelte non devono essere necessariamente assolute. Un sistema può usare una quota di acqua recuperata e una quota di acqua convenzionale, cercando una combinazione più adatta alle esigenze dello stabilimento e al contesto ambientale. I risultati indicano che, al variare della miscela, cambiano anche gli impatti nelle diverse categorie. Il riuso può quindi diventare parte di una strategia modulabile, non una soluzione unica da applicare sempre nello stesso modo.
Il messaggio conclusivo è che il recupero dell’acqua va considerato una strategia importante, ma non automatica. In contesti di scarsità idrica, soprattutto dove l’approvvigionamento convenzionale dipende da falde sotterranee e comporta una pressione significativa sulle risorse idriche, oppure richiede il trattamento preventivo di fonti idriche primarie, attraverso ad esempio processi di dissalazione, il riuso delle acque reflue si presenta come la soluzione in assoluto più virtuosa e lungimirante. In territori con abbondante disponibilità di acqua dolce di buona qualità, il bilancio potrebbe invece essere diverso e richiederebbe una valutazione specifica. Anche il mix elettrico incide sui risultati: il ricorso a energia sempre più pulita per il funzionamento degli impianti e per la produzione dei materiali di consumo permette al recupero di elevare ulteriormente il proprio profilo ecologico. Risparmiare acqua è essenziale, ma non basta da solo: la sostenibilità richiede di capire tutto ciò che serve per rendere possibile quel risparmio.
Questo articolo nasce nell’ambito delle attività di Terza Missione promosse da Stroncature in collaborazione con l’Università degli Studi di Bari Aldo Moro, nel quadro delle iniziative di Public Engagement finanziate dal “Bando per Finanziamento di Iniziative di Public Engagement” a valere sul Progetto “Sistema Universitario Pugliese”, finanziato nell’ambito della misura “Patti Territoriali dell’Alta Formazione per le Imprese” (CUP F61B23000370006). Il testo rielabora in forma divulgativa il contributo scientifico “Industrial water reclamation in southern Italy: Insights from the life cycle assessment of a brewery case study” di Giulia Casarano, Francesco Sardella e Pasquale Giungato, pubblicato in Journal of Cleaner Production, vol. 553, 2026, art. 147970, DOI 10.1016/j.jclepro.2026.147970, per renderne i contenuti più fruibili a un pubblico non specialista.


