Rassegna della stampa tedesca #153
Quello che segue è il Monitoraggio della stampa tedesca, curato dalla redazione di Stroncature, su commissione della Fondazione Hanns Seidel Italia/Vaticano. Il monitoraggio ha cadenza settimanale ed è incentrato sui principali temi del dibattito politico, economico e sociale in Germania. Gli articoli sono classificati per temi.
Stroncature produce diversi monitoraggi con taglio tematico o geografico personalizzabili sulla base delle esigenze del committente.
Analisi e commenti
Nessuna attenzione per le difficoltà economiche dei cittadini nella prima allocuzione di Merz
Neujahrsansprache des Bundeskanzlers: Kein Wort über die wirtschaftlichen Sorgen der Bürger
taz – 01.01.2026
Nella sua prima allocuzione di fine anno da cancelliere, Friedrich Merz ha tenuto un discorso con forte accento sulle questioni economiche dal punto di vista delle imprese, senza però menzionare le preoccupazioni quotidiane della popolazione[1][2]. Merz ha sfiorato temi cruciali come la guerra della Russia contro l’Ucraina, i rapporti con gli Stati Uniti, le riforme del welfare e le migrazioni, relegando la crisi climatica a semplice nota a margine[3]. Il suo messaggio centrale è stato l’annuncio di “riforme fondamentali” per rafforzare la competitività economica della Germania – formulazione che, agli occhi di molti osservatori, suona più come una minaccia che come una promessa[4][5]. Merz non ha affrontato temi urgenti per i cittadini, quali la perdita del potere d’acquisto, il timore per i posti di lavoro o l’aumento dei prezzi[2][6]. Anche quando ha citato la diffusa ansia per la pace, l’ha liquidata con una frase lapidaria – “Vi dico che garantiremo la pace” – senza spiegare in che modo concreto ciò avverrà[2]. Commentatori e storici del pensiero politico hanno interpretato questo discorso come ulteriore conferma dello scollamento di Merz dalle preoccupazioni popolari[1][5]. Diversamente dai suoi predecessori (sia cristiano-democratici che socialdemocratici), Merz non ha saputo adottare un tono empatico: ha parlato “da capo-azienda ai suoi dipendenti” più che da leader nazionale ai cittadini, rischiando così di aggravare la sua impopolarità[1][6]. In sintesi, secondo la stampa progressista, l’allocuzione di Merz ha evidenziato una priorità assoluta alle esigenze dell’economia e delle imprese, trascurando del tutto l’impatto sociale della recessione in atto e le paure legittime della gente comune di fronte a inflazione e tagli occupazionali.
Un 2026 tumultuoso ma non senza speranza per la democrazia tedesca
Politisches Jahr 2026: Kein Grund zu verzweifeln
Süddeutsche Zeitung – 30.12.2025
L’anno 2026 si preannuncia come un banco di prova senza precedenti per la politica tedesca, con ben cinque elezioni regionali e importanti sfide nazionali, ma secondo questo editoriale non è il caso di disperare[7][8]. Il commentatore analizza in particolare la complessa dinamica a destra: la AfD, accreditata di consensi record superiori al 25%, continuerà a mettere sotto pressione l’Unione CDU/CSU e a sfruttare il malcontento, specie nelle regioni orientali[9][10]. Tuttavia, l’articolo sostiene che paradossalmente la scissione avvenuta a sinistra – la nascita del partito BSW di Sahra Wagenknecht – potrebbe finire col giovare alla stabilità democratica. La fuoriuscita di Wagenknecht dal partito Linke e la fondazione del Bündnis Sahra Wagenknecht (BSW), pur concepita per raccogliere il voto di protesta, avrebbe infatti eroso consensi all’AfD e indirettamente “salvato” la CDU di Merz da un’opposizione di estrema destra ancora più forte[10]. Nel “super-anno” elettorale 2026, il rischio di successi elettorali dell’AfD è concreto, ma si intravedono anche possibili contromisure. L’editoriale cita l’esperimento avviato a Berlino di alleanze trasversali e la sperimentazione di nuovi strumenti partecipativi (ad esempio i consigli di cittadini a livello locale) per recuperare fiducia nelle istituzioni. Si nota come il governo Merz – pur di orientamento conservatore – abbia mantenuto finora il cordone sanitario (“Brandmauer”) escludendo intese con l’AfD, e questo freno al potere dell’estrema destra potrebbe reggere anche in caso di difficoltà elettorali dei partiti tradizionali[10]. In definitiva, nonostante le prospettive di un dibattito politico aspro e una frammentazione accentuata (con l’ingresso del BSW e l’erosione dei consensi per SPD e Linke), l’analisi invita a non cedere al pessimismo: la democrazia tedesca avrebbe già mostrato capacità di adattamento e potrebbe trovare nella pressione stessa delle sfide (dall’avanzata populista alle emergenze economiche) lo stimolo per rinnovarsi e non lasciare il campo “ai radicali” – come ammonisce anche la leadership moderata bavarese[11]. In sintesi, il 2026 sarà un anno turbolento, ma la tenuta del sistema democratico non è compromessa: esistono possibili “anticorpi” istituzionali e sociali in grado di arginare derive estreme e aprire spazi di rinnovamento politico costruttivo, se i partiti sapranno coglierli.
Due anni di “partito Wagenknecht”: ascesa fulminea e crollo di un esperimento politico
Zwei Jahre Bündnis Sahra Wagenknecht: Aufstieg und Fall des BSW
taz – 08.01.2026
A distanza di due anni esatti dalla sua fondazione, il partito Bündnis Sahra Wagenknecht (BSW) – creato dall’omonima ex leader della sinistra radicale – versa in una crisi profonda che ne mette in dubbio la sopravvivenza[12][13]. Lanciato l’8 gennaio 2024 con l’ambizione dichiarata di “rivoluzionare il panorama politico” e di diventare una Volkspartei (partito di popolo) alternativa sia alla sinistra tradizionale sia all’estrema destra, il movimento di Wagenknecht aveva inizialmente ottenuto risultati incoraggianti: nel settembre 2024 il BSW è entrato con buone percentuali nei parlamenti regionali di Sassonia, Turingia e Brandeburgo, arrivando persino a partecipare al governo in due Länder[14]. In Turingia il BSW ha governato in una coalizione tripartita con CDU e SPD, mentre in Brandeburgo ha formato un’inedita alleanza “rot-lila” con la SPD (il colore lilla è stato associato al nuovo partito)[15][16]. Questi successi iniziali hanno segnato l’apice della parabola del partito, ma paradossalmente hanno dato il via alla sua fase discendente: dal 2025 il BSW ha subìto contraccolpi elettorali – fallendo ad esempio per pochi voti l’ingresso al Bundestag nelle elezioni federali dell’autunno 2025 – e soprattutto è stato lacerato da faide interne e defezioni ai vertici[14][17]. La situazione è precipitata all’inizio del 2026. In Brandeburgo, dopo settimane di tensioni e abbandoni nella propria frazione consiliare, il BSW ha perso la maggioranza: quattro consiglieri regionali hanno lasciato il partito (pur tentando in parte di restare nel gruppo) e infine anche il vicepresidente regionale Robert Crumbach ha sbattuto la porta, denunciando gravi dissidi con la nuova leader locale Friederike Benda[18][19]. Questo “sfaldamento” ha costretto il governatore socialdemocratico Dietmar Woidke a dichiarare il collasso della coalizione SPD-BSW il 5 gennaio 2026 e a governare con un esecutivo di minoranza, preludio a nuove elezioni o a un possibile accordo con la CDU[20][21]. Sahra Wagenknecht ha reagito furiosamente alla rottura, accusando i fuoriusciti di “tradimento” della volontà popolare e cercando di attribuire alla SPD la colpa del fallimento dell’alleanza[16]. Ma agli occhi degli osservatori, il risultato è che il BSW – nato per “arare” la politica tedesca – si ritrova esso stesso in frantumi proprio nel momento del suo secondo anniversario[13]. Dopo un promettente “decollo”, il partito ha subito un “atterraggio di emergenza”: le profonde divisioni interne (tra fedelissimi di Wagenknecht e dirigenti locali più pragmatici) e la difficoltà di mantenere le promesse hanno disilluso molti elettori, che sono tornati verso l’astensione o altri partiti[14][15]. L’articolo ricostruisce come l’apice elettorale del 2024 sia coinciso con un punto di svolta negativo: da allora il BSW ha perso slancio e coesione, incapace di gestire il potere nelle coalizioni regionali e dilaniato dai personalismi. Oggi il progetto di Wagenknecht appare un “cumulo di cocci”: il BSW ha perso entrambe le posizioni di governo che aveva conquistato (in Turingia è stato estromesso a fine 2025, in Brandeburgo l’alleanza è terminata ora) e l’orizzonte per il 2026 è cupo[22][23]. In conclusione, l’“esperimento Wagenknecht” – nato per dare voce al malcontento con toni populisti di sinistra – sembra avviato verso un tramonto prematuro, lasciando i suoi pochi rappresentanti divisi e gli elettori in fuga. La vicenda evidenzia la difficoltà di costruire un’alternativa politica duratura fuori dai partiti tradizionali, specialmente quando un movimento è personalistico e privo di struttura radicata: all’entusiasmo iniziale non è seguita la necessaria tenuta organizzativa, trasformando l’ascesa del BSW in un rapido declino.
FDP alla resa dei conti: “rifondare” lo Stato per evitare l’irrilevanza politica
FDP will den Staat radikal verändern: Dürr setzt auf Veränderungsbereitschaft von Millionen
Tagesspiegel – 06.01.2026
Alla tradizionale riunione dell’Epifania, la Freie Demokratische Partei (FDP) ha lanciato un appello a un cambiamento radicale dell’approccio statale, nel tentativo di recuperare consenso e scongiurare il declino elettorale. Christian Dürr, capogruppo liberale al Bundestag, ha delineato un “contro-modello allo status quo”, invocando riforme profonde in senso liberale e una scossa alle inerzie burocratiche e fiscali del paese[24]. Secondo Dürr, milioni di cittadini sarebbero pronti a sostenere un progetto politico incentrato su meno tasse, più crescita economica e snellimento dello Stato, se presentato con coraggio e coerenza[25]. La FDP, reduce da risultati deludenti e dall’uscita dal governo federale (dopo la caduta della coalizione “semaforo”), vede nelle urne del 2026 un vero giudizio di sopravvivenza: come afferma Dürr, “dal nostro rilancio dipende il destino stesso del partito”[25]. Il messaggio lanciato a Stoccarda (luogo simbolico del raduno del 6 gennaio) è che i liberali intendono proporsi come forza di rottura rispetto alle “mezze misure” del passato recente, puntando su innovazione tecnologica, digitalizzazione e taglio della spesa improduttiva per liberare energie nel sistema economico. Questa piattaforma, definita un “paradigma alternativo” alla gestione conservativa di Merz e a quella statalista della sinistra, è l’ultima scommessa della FDP per invertire la tendenza calante nei sondaggi. Analisti notano come il partito stia cercando di galvanizzare il proprio elettorato tradizionale – professionisti, imprenditori, classi medie produttive – promettendo un periodo di riforme liberali shock se i liberali torneranno ad avere peso di governo. Tuttavia, la credibilità di queste promesse resta incerta: dopo l’esperienza nel governo Scholz, conclusasi con disillusione, la FDP deve convincere gli elettori che stavolta saprà davvero “fare ciò che dice”. Il tono risoluto di Dürr (“superare lo stallo, modernizzare radicalmente lo Stato”) riflette la consapevolezza che il 2026 potrebbe essere un anno di svolta: o i liberali riusciranno a tornare indispensabili in future coalizioni, oppure rischieranno l’irrilevanza politica. In sostanza, l’FDP tenta un’operazione di rebranding come partito delle grandi riforme liberalizzatrici, contando sulla “voglia di cambiamento” di un pezzo consistente di società tedesca stanca di alta pressione fiscale e lentezze amministrative. Saranno gli appuntamenti elettorali imminenti a dire se questa strategia avrà successo o se il partito di Christian Lindner (rientrato alla guida dopo la parentesi all’opposizione) dovrà affrontare un’ulteriore crisi esistenziale.
Politica estera e sicurezza
Berlino verso un ruolo attivo nella pace ucraina: dibattito sull’invio di truppe dopo un cessate il fuoco
Politiker von CDU und FDP schließen Bundeswehr-Einsatz in der Ukraine nicht aus
Der Spiegel – 03.01.2026
All’inizio del 2026 si è aperta in Germania una discussione pubblica sulla possibilità di una partecipazione della Bundeswehr a una futura missione di stabilizzazione in Ucraina, qualora si giungesse a un cessate il fuoco con la Russia. Esponenti di primo piano dei partiti di governo – in particolare dei cristiano-democratici (CDU) e dei liberali (FDP) – hanno dichiarato che non si può escludere un impiego di soldati tedeschi in Ucraina, “dopo un armistizio e nel quadro di una missione multinazionale” di pace[26][27]. Il deputato Roderich Kiesewetter (CDU), esperto di politica estera, ha spiegato al settimanale Spiegel che la questione di un intervento di terra si porrebbe soltanto dopo la cessazione delle ostilità, ma ha aggiunto che “la Germania, autoproclamatasi nazione leader in Europa, non dovrebbe in nessun caso escludere nulla a priori” in materia di contributo militare[28]. In parallelo, Marie-Agnes Strack-Zimmermann (FDP), presidente della commissione Difesa al Parlamento europeo ed esponente di spicco del fronte liberal-democratico, ha dichiarato che “la Germania dovrà ovviamente fare la sua parte nella messa in sicurezza di una pace eventuale, è chiaro a tutti”[27]. Strack-Zimmermann ha specificato che la forma esatta di tale contributo andrà decisa dai comandi militari alleati, ma che nulla dev’essere escluso: potrebbero servire forze di terra, unità di difesa aerea o persino navali (nel Mar Nero, qualora la Turchia dia l’assenso)[27]. Queste prese di posizione segnano un’evoluzione significativa nella postura tedesca: per decenni, l’impiego di truppe all’estero è stato tabù se riferito a zone di conflitto attivo. Ora, però, il contesto è mutato. Alla vigilia di un cruciale vertice internazionale a Parigi (6 gennaio 2026) sulla pace in Ucraina, i politici tedeschi preparano l’opinione pubblica all’idea che garanzie di sicurezza occidentali possano includere una presenza militare sul campo in funzione di deterrenza contro futuri attacchi russi[29][30]. Va sottolineato che qualsiasi missione di questo tipo avverrebbe dopo un accordo di pace e presumibilmente con un mandato NATO o ONU ben definito. Le parole di Kiesewetter e Strack-Zimmermann riflettono anche la volontà di Berlino di assumere un ruolo guida in Europa: la Germania – hanno ricordato – “deve organizzare in modo giuridicamente solido una vasta coalizione di volenterosi, aperta anche a contributi di paesi extra-NATO”[31]. In pratica, il governo Merz segnala agli alleati che, una volta taciute le armi, la Bundeswehr è disposta a schierarsi per garantire la tenuta di un eventuale accordo di pace. Questa apertura, se da un lato testimonia la consapevolezza tedesca della minaccia russa e della necessità di un impegno attivo, dall’altro costituisce un cambiamento delicato nella dottrina di sicurezza tedesca. L’opinione pubblica è divisa: alcuni media accolgono favorevolmente la “fine dell’innocenza” di Berlino – pronta finalmente ad assumersi responsabilità proporzionate al suo peso – mentre altri avvertono dei rischi di un coinvolgimento militare diretto, insistendo che qualsiasi forza tedesca dovrà operare strettamente entro cornici multinazionali e difensive. L’esito del summit di Parigi e l’evoluzione sul terreno in Ucraina chiariranno se e come questa disponibilità tedesca si concretizzerà.
L’oscillazione di Berlino tra Washington e diritto internazionale: il caso Venezuela rivela le ambiguità della politica estera tedesca
Merz, Wadephul, Trump und das Völkerrecht: Die deutsche Außenpolitik führt einen Eiertanz auf
Der Tagesspiegel – 05.01.2026
La complessa vicenda dell’operazione militare statunitense in Venezuela (con la cattura e destituzione forzata del presidente de facto Nicolás Maduro, avvenuta a fine 2025 su ordine del presidente Donald Trump) ha posto la Germania in una posizione diplomatica scomoda, evidenziando un vero e proprio “numero di equilibrismo” della sua politica estera[32][33]. Da un lato, il cancelliere Friedrich Merz e il ministro degli Esteri Johann Wadephul (entrambi CDU) condividono l’obiettivo strategico degli USA di contenere l’influenza russa, cinese e iraniana nell’emisfero occidentale, e vedono nella caduta di Maduro un’opportunità per promuovere la democrazia in America Latina[34][35]. Dall’altro lato, l’azione unilaterale americana – condotta senza mandato ONU – costituisce un palese strappo al diritto internazionale, creando un precedente pericoloso che Mosca potrebbe strumentalizzare per giustificare aggressioni (il timore, espresso da analisti europei, è che Putin citi il “caso Maduro” per legittimare analoghe operazioni contro governi a lui sgraditi)[36][37]. Merz, in una dichiarazione prudente il 3 gennaio, ha definito la valutazione giuridica dell’operazione “complessa”[33], evitando di condannarla apertamente ma senza approvarla esplicitamente. In visita in Lituania – paese NATO in prima linea – il ministro Wadephul si è trovato incalzato dai giornalisti locali sulla posizione tedesca: ai lituani preoccupa che la violazione della sovranità venezuelana possa fornire a Putin un pretesto per future aggressioni (ad esempio contro Vilnius stessa)[38][34]. Wadephul, descritto come “imbarazzato e sfuggente” dalle cronache, ha preferito prendere tempo, affermando che l’analisi legale dell’accaduto “non è ancora conclusa”[33]. Ha comunque ammesso che Berlino ha “domande aperte” da porre all’alleato americano su questa vicenda, pur sottolineando che occorre guardare al “quadro d’insieme” geopolitico[35]. In pratica, la Germania evita accuratamente di criticare frontalmente Washington (per non compromettere l’unità occidentale sul fronte ucraino e globale) ma al contempo non può neppure avallare pienamente un’azione considerata illegale secondo il diritto internazionale. Questo equilibrismo – definito dal Tagesspiegel un vero Eiertanz (balletto sulle uova) – riflette la storica tensione nella politica estera tedesca tra multilateralismo legale e realismo atlantico. L’articolo sottolinea con una punta di ironia la frase dello stesso Wadephul: “Non dirigo un istituto di diritto internazionale, ma il Ministero degli Esteri”[39]. Ciò segnala che per Berlino la ragion di Stato e gli interessi strategici (mantenere gli USA impegnati in Europa, evitare rotture nella NATO) hanno in questa circostanza prevalso sulla difesa di principio dell’ordine giuridico internazionale. Allo stesso tempo, Merz e Wadephul cercano di preservare la reputazione tedesca di guardiana del diritto: insistono nel ribadire che in generale per la Germania il rispetto delle regole resta fondamentale e che il “caso Maduro” dovrà rimanere un’eccezione isolata[34][35]. Questa vicenda evidenzia una sfaccettatura delicata della “Zeitenwende”: non solo la Germania deve rafforzarsi militarmente, ma deve anche decidere che tipo di potenza vuole essere – una domanda che implica scegliere quanta flessibilità mostrarsi nel conciliare valori e interessi[40][41]. La conclusione implicita è che Berlino, nel nuovo contesto mondiale, dovrà talvolta accettare compromessi pragmatici con i propri ideali, pur continuando a predicare il rispetto del diritto: una linea sottile che richiede abilità diplomatiche e, soprattutto, chiarezza di visione sul ruolo internazionale che la Germania intende assumere.
La coalizione dei “volenterosi” garantisce Kiev: Germania pronta a impegnarsi per la sicurezza dell’Ucraina
Nach Kriegsende: „Koalition der Willigen“ will der Ukraine verbindliche Sicherheitsgarantien geben
Der Tagesspiegel – 06.01.2026
Al vertice straordinario svoltosi a Parigi il 6 gennaio 2026, i paesi sostenitori dell’Ucraina – la cosiddetta “Coalizione dei Volenterosi” guidata da Stati Uniti, Germania, Francia e Regno Unito – hanno concordato una bozza di impegno per fornire all’Ucraina sostanziali garanzie di sicurezza vincolanti nel periodo post-bellico. In particolare, secondo quanto riportato dal Tagesspiegel, la Germania ha appoggiato un piano che prevede la presenza sul territorio ucraino di forze multinazionali di deterrenza e la definizione di protocolli di intervento immediato in caso di nuove aggressioni russe[42][43]. Il cancelliere Merz, presente al summit, ha dichiarato che “la Germania è pronta a contribuire militarmente alla messa in sicurezza di una pace”, pur specificando che il contributo tedesco avverrà fuori dai confini ucraini: fonti governative sottolineano infatti che le truppe NATO potrebbero stazionare in paesi limitrofi (Polonia, Romania) e intervenire solo su richiesta e all’occorrenza[44]. Questo chiarimento riflette la sensibilità tedesca: il governo vuole garantire Kiev ma evitando di mettere soldati sul suolo ucraino a conflitto ancora caldo, sia per questioni costituzionali sia per l’opinione pubblica interna. Il presidente francese e il primo ministro britannico hanno prospettato la creazione in Ucraina di basi logistiche con personale alleato a rotazione (Francia e UK si sono già dette disponibili con unità addestrative e di sorveglianza)[45]. La Germania, dal canto suo, ha offerto un ampliamento delle forniture di armamenti avanzati a lungo termine e l’addestramento delle forze ucraine sul proprio territorio, elementi che consoliderebbero la capacità di autodifesa di Kiev nel dopo-guerra. Le “garanzie di Parigi” rappresentano un compromesso: non si tratta ancora di un ingresso dell’Ucraina nella NATO (questione ancora aperta per il futuro), ma di impegni bilaterali e multilaterali di assistenza militare rapida. Per Merz è fondamentale che Mosca capisca fin da ora che qualsiasi futura aggressione costerebbe cara: per questo Berlino sostiene anche la creazione di un meccanismo di consultazione automatica tra i “volenterosi” per autorizzare in poche ore eventuali interventi difensivi. Il summit ha inoltre definito linee guida per un trattato di pace garantito: l’Ucraina potrebbe accettare una neutralità condizionata (senza basi NATO permanenti) in cambio di queste garanzie concrete e di un percorso accelerato di integrazione nell’UE. Il documento finale, su spinta tedesca, ribadisce che “la sicurezza di Kiev equivale alla sicurezza di Berlino”, sancendo così la fine di ogni distinzione netta tra sicurezza dell’Europa occidentale e orientale[46]. In altre parole, la Germania riconosce formalmente che la difesa dell’Ucraina è un pilastro della propria strategia di sicurezza nazionale ed europea. Questo impegno, preso mentre ancora infuriano combattimenti sporadici sul fronte, è stato salutato dalla stampa tedesca come un atto di leadership internazionale di Berlino, che supera l’approccio attendista iniziale del conflitto e si assume la responsabilità di architetto della pace. Restano tuttavia incognite: l’attuazione delle garanzie dipenderà dalla volontà americana (in un anno di elezioni USA) e dalla tenuta dell’unità occidentale. Ma per ora, la “Coalizione dei Volenterosi” – con la Germania in prima fila – ha lanciato a Putin un messaggio forte: qualsiasi tregua non sarà un via libera a future aggressioni, perché l’Occidente veglierà sull’Ucraina come su un proprio alleato di fatto.
Industria della difesa e questioni militari
Entra in vigore il nuovo servizio militare volontario: Pistorius mobilita la Bundeswehr
Neues Wehrdienstgesetz in Kraft: Pistorius fordert Bundeswehr zu geschlossener Unterstützung auf
Der Tagesspiegel – 02.01.2026
Dal 1º gennaio 2026 la Germania ha ufficialmente riattivato la leva militare in una forma rinnovata e volontaria: il Wehrdienst-Modernisierungsgesetz, approvato a fine 2025, prevede la chiamata annuale di tutti i diciottenni a scopo di valutazione (Musterung) e l’istituzione di un servizio militare volontario retribuito di sei mesi, con incentivi per chi si ferma almeno un anno[47][48]. Nelle prime ore di applicazione della legge, il ministro della Difesa Boris Pistorius ha inviato un ordine del giorno a tutte le unità della Bundeswehr, esortando soldati e ufficiali a sostenere compattamente la riuscita di questa riforma epocale[49]. Pistorius ha definito il nuovo Wehrdienst un elemento “decisivo per la prontezza operativa, la crescita organica e la resilienza delle forze armate” nei prossimi anni[50]. Il ministro, insieme al generale ispettore Carsten Breuer, ha sottolineato che questo servizio “costituisce un pilastro centrale per il futuro della nostra Bundeswehr e la sicurezza del Paese”[51]. Il richiamo è rivolto all’intera struttura militare: Pistorius chiede uno sforzo unitario affinché i giovani che si apprestano a ricevere la chiamata – circa 650.000 ragazzi e ragazze nati nel 2008 – siano accolti, motivati e guidati adeguatamente[52][53]. Il nuovo sistema impone infatti che tutti i diciottenni di sesso maschile rispondano a un questionario e si sottopongano a visita di leva (per le giovani donne la partecipazione è volontaria)[54][55]. Chi manifesta interesse potrà incorporarsi come volontario per sei mesi nelle file della Bundeswehr, dietro un compenso iniziale di 2.600 euro lordi mensili[52][53]. Pistorius, nel suo messaggio, ha richiamato i valori costituzionali che questo servizio intende difendere – “la libertà di espressione, di culto, la democrazia stessa non si difendono da soli” – e ha affermato che spetta a “uomini e donne pronti ad impegnarsi” garantire la protezione dello Stato[56][57]. Dopo un acceso dibattito parlamentare, la legge era stata approvata con 323 voti favorevoli contro 272 contrari, segnando di fatto la fine della sospensione della leva in atto dal 2011[58][59]. La novità sta nell’approccio graduale e “morbido”: la coscrizione obbligatoria resta sospesa in tempo di pace, ma il governo potrà attivarla (“Bedarfswehrpflicht”) se gli obiettivi di reclutamento volontario non saranno raggiunti entro il 2027[60][53]. Per ora, l’obiettivo è aumentare sensibilmente gli organici, portandoli entro il 2035 a 260.000 effettivi attivi (dagli attuali ~184.000) e costruendo una riserva di 200.000 ex leva e volontari[61][62]. L’avvio operativo è però graduale: i questionari saranno inviati a metà gennaio, le prime risposte vagliate in primavera e le chiamate volontarie scaglionate nel corso del 2026[55][63]. Pistorius ha chiesto alla “famiglia militare” disciplina e coesione in questa fase di transizione: la Bundeswehr dovrà mostrarsi attraente e formativa, perché il successo della riforma dipenderà da quanti giovani sceglieranno di servire e magari restare a lungo nelle forze armate[52][50]. Questo passaggio segna una svolta nella politica di difesa tedesca post-Guerra Fredda: di fronte alla rinnovata minaccia russa, Berlino compie un primo passo verso la ricostruzione di una riserva militare di massa, confidando però sull’adesione volontaria più che sulla coercizione.
Scandalo nei paracadutisti: estremismo e abusi sconvolgono la Bundeswehr, varato un piano d’azione
Sexuelle Übergriffe und Hitlergrüße: Pistorius nennt Vorfällen bei Fallschirmjägern „erschütternd“ – Bundeswehr kündigt Aktionsplan an
Der Tagesspiegel – 30.12.2025
Una serie di rivelazioni inquietanti ha scosso la Bundeswehr: in un reggimento di paracadutisti di stanza a Zweibrücken (Renania-Palatinato) sono emersi casi diffusi di estremismo di destra, molestie sessuali e nonnismo violento ai danni di commilitoni[64][65]. Il ministro della Difesa Pistorius ha definito questi episodi “sconvolgenti” e “in aperto, stridente contrasto con i valori fondamentali delle Forze armate tedesche”[64][66]. Secondo un rapporto interno (anticipato dalla Frankfurter Allgemeine Zeitung), nel Fallschirmjägerregiment 26 sarebbe esistita addirittura una “cricca neonazista e antisemita”: alcuni soldati avrebbero effettuato il saluto hitleriano durante festini, organizzato una “festa nazista” e diffuso propaganda estremista, mentre le poche donne nel reparto sarebbero state bersaglio di soprusi sessuali, pesanti “scherzi” osceni e avances degradanti[65][67]. In totale, la Procura militare e quella civile stanno indagando su ben 19 soldati (perlopiù sottufficiali e truppa) coinvolti in oltre 200 atti illeciti distinti, tra cui atti di molestia, mobbing, uso di droga (alcuni paracadutisti avrebbero introdotto e consumato stupefacenti) e violazioni della dignità personale di camerati[68][67]. Appena avuta conferma delle accuse, i vertici della Bundeswehr hanno reagito con decisione: diversi militari sono stati congedati in tronco, altri sospesi dal servizio e – come ha riferito un portavoce ministeriale – è già pronto un piano d’azione speciale per le truppe aviotrasportate[68]. Il generale Harald Gante, comandante delle forze terrestri, ha redatto un rapporto dettagliato, ormai alle battute finali, che servirá da base per misure correttive in ambito addestrativo, disciplinare e preventivo in tutto il comparto paracadutisti[69][70]. Tra le iniziative previste vi sono: il rafforzamento della formazione etica e della Innere Führung (dottrina dei “cittadini in uniforme”), la revisione dei meccanismi di denuncia interni (per permettere ai soldati di segnalare abusi senza timore), nonché l’imposizione di una tolleranza zero verso ogni comportamento contrario ai principi costituzionali[71][72]. Il caso di Zweibrücken è particolarmente grave perché rivela carenze di comando: come ha ammesso lo stesso Gante, “siamo rimasti letteralmente senza parole nello scoprire quello che succedeva, e come è stato possibile che i livelli di comando ignorassero o minimizzassero simili fatti”[73][74]. Ad esempio, pare che i segnali di allarme – il calo di reclute femminili, l’aumento di congedi anticipati, voci su feste “estreme” – non siano stati colti per tempo. Ora il Ministero ha coinvolto anche il MAD (servizio segreto militare) per verificare se vi siano infiltrazioni organizzate di elementi eversivi nell’unità[72]. Questo scandalo rischia di danneggiare l’immagine dell’intera Bundeswehr: Pistorius, pur lodando la reazione immediata con espulsioni e divieti di indossare l’uniforme per i coinvolti[75], ha ammonito che “simili fatti – se confermati – sono inaccettabili e potenzialmente rovinano la reputazione delle Forze armate agli occhi della società”[76]. Proprio in un momento in cui si cerca di attrarre più giovani nel servizio (con il nuovo Wehrdienst), episodi del genere rappresentano un duro colpo. Il Ministero ha assicurato che, oltre alle sanzioni individuali, ci sarà un rinnovato sforzo per instillare nelle truppe i principi di democrazia e tolleranza (la cosiddetta Innere Führung) e per rafforzare i controlli sul rispetto di tali principi. In definitiva, il “caso Fallschirmjägerregiment 26” ha fatto emergere la necessità di sradicare residui di cultura caserma tossica e tendenze estremiste ancora presenti in alcuni reparti, ribadendo che la Bundeswehr del XXI secolo non tollererà alcuna deviazione dall’ordine democratico sancito dalla Legge fondamentale.
Maxi-ordinativi per la difesa: la Germania investe 50 miliardi in mezzi e armamenti d’avanguardia
Bundeswehr: Bundestag billigt Einkäufe für 50 Milliarden Euro – „Seriös ist das nicht möglich“
Handelsblatt – 17.12.2025
Alla fine del 2025, il parlamento tedesco ha dato il via libera a un pacchetto straordinario di acquisti militari per un valore complessivo di circa 50 miliardi di euro, destinato a colmare le principali lacune di equipaggiamento della Bundeswehr[77]. Si tratta di un programma d’investimento senza precedenti in tempi recenti: con questi fondi, le Forze armate potranno acquisire un gran numero di veicoli corazzati, nuovi sistemi d’arma e munizionamento avanzato. In particolare – riferisce l’Handelsblatt – l’Esercito acquisterà in blocco centinaia di blindati ruotati “Boxer” (per sostituire i veicoli da trasporto truppe più datati) e obici semoventi moderni (Panzerhaubitze 2000 addizionali), colmando le perdite e i trasferimenti fatti all’Ucraina[77]. Inoltre, verranno stipulati contratti pluriennali con l’industria per la fornitura massiccia di munizioni per la difesa aerea e missilistica: una quota rilevante è destinata a razzi e intercettori per i sistemi Patriot e IRIS-T, cruciali sia per la protezione del territorio nazionale che per il supporto agli alleati[77]. Il piano include anche investimenti in satelliti militari e comunicazioni sicure: il Bundestag ha infatti approvato l’acquisto di un nuovo sistema satellitare di ricognizione e un potenziamento del network cifrato di telecomunicazioni interforze[77]. Questo imponente pacchetto è finanziato in parte tramite il Sondervermögen da 100 miliardi creato nel 2022, ma richiederà anche fondi aggiuntivi: qui sta l’aspetto controverso, evidenziato dalle opposizioni. Deputati di sinistra (Linke) e di estrema destra (AfD) hanno criticato il “ritmo forsennato” delle commesse, definendolo “non seriamente sostenibile” in termini di pianificazione e trasparenza[78]. Anche il Revisore dei conti federale ha messo in guardia: con così tanti progetti approvati in blocco a fine anno, c’è il rischio di inefficienze e lievitazione dei costi, perché l’industria potrebbe non essere in grado di consegnare tutto nei tempi previsti[79]. Il governo difende però la scelta, motivandola con l’urgenza dettata dalla situazione strategica: la guerra in Ucraina ha svuotato i magazzini (la Germania ha donato a Kiev decine di blindati, sistemi anti-aerei e milioni di munizioni) e la Bundeswehr deve “riempire i vuoti il prima possibile e rafforzarsi come pilastro della difesa NATO”[78]. Il Ministro Pistorius, presente in Aula al momento del voto, ha riconosciuto che accelerare le forniture comporterà sfide logistiche, ma ha ribadito che “esser pronti è un dovere categorico, e lo Stato deve investire ora senza indugi” – parole accolte dall’applauso della maggioranza CDU/CSU-SPD-FDP. In conclusione, l’approvazione di questo maxi-budget segna un deciso passo avanti nel processo di riarmo tedesco avviato con la Zeitenwende: la Bundeswehr, dopo anni di sottofinanziamento, dispone ora dei mezzi per aggiornare gran parte della propria dotazione, dalle truppe di terra (che non saranno più “con le pezze”, come denunciato in passato) alla difesa aerea multistrato e allo spionaggio satellitare. La sfida del 2026 sarà implementare rapidamente e in modo efficiente questi programmi: come sintetizzato dal presidente della Commissione difesa del Bundestag, “ora che i miliardi fluiscono e gli ordini vengono firmati, la Bundeswehr è condannata al successo – deve trasformare questi investimenti in effettiva capacità bellica nel più breve tempo possibile”[80]. L’opinione pubblica osserva con attenzione: per la prima volta dal dopoguerra la Germania spende simili cifre in armamenti in un solo anno, un segnale forte della determinazione di Berlino a non farsi trovare impreparata di fronte alle minacce presenti e future.
Rheinmetall ottiene un mega-contratto: munizioni per i nuovi corazzati Puma, consegne dal 2028
Rüstungsindustrie: Rheinmetall erhält Großauftrag für Schützenpanzermunition
Handelsblatt – 05.01.2026
L’industria tedesca della difesa continua a beneficiare della svolta strategica (Zeitenwende): il gruppo Rheinmetall AG ha annunciato di aver siglato con il Ministero della Difesa un nuovo ordine pluriennale di munizionamento del valore di diverse centinaia di milioni di euro[81][82]. Il contratto prevede la fornitura di un ingente quantitativo di munizioni per veicoli corazzati da fanteria Puma, uno dei sistemi chiave dell’Esercito tedesco. Questa commessa estende ed amplia un precedente accordo quadro del 2022, potenziandolo sia in quantità che in tipologie di proiettili[82]. La necessità di nuove munizioni nasce in parte dal fatto che, per sostenere l’Ucraina, la Germania ha ceduto alcune scorte di missili contraerei e proiettili, aprendo vuoti nei propri arsenali[83][84]. Inoltre, in parallelo con le forniture di munizioni, la Bundeswehr ha recentemente ordinato 200 veicoli Puma aggiuntivi (in joint venture con la francese KNDS): il valore di quest’ultimo ordine, entrato in vigore a inizio 2026, è di circa 4,2 miliardi di euro, metà dei quali (2,1 mld) andranno a Rheinmetall come produttore di componenti principali[85]. Le prime unità di questi nuovi Puma dovrebbero essere consegnate a partire da metà 2028[86]. Il pacchetto munizioni servirà dunque ad equipaggiare sia i Puma attualmente in servizio sia quelli futuri, e comprende proiettili di diverso calibro (per i cannoni da 30 mm di bordo e per sistemi d’arma secondari) oltre a munizioni all’avanguardia programmabili. La notizia del contratto ha avuto immediata eco nei mercati finanziari: le azioni Rheinmetall, già in forte crescita nell’ultimo biennio, hanno registrato un ulteriore rialzo del 2,7% a seguito del comunicato[87][88]. Per il complesso militare-industriale tedesco, ordini come questo confermano l’intenzione del governo di stabilizzare la filiera produttiva con commesse di lungo termine, dopo anni di domanda volatile. Il Ministero ha sottolineato che “questo ampliamento della fornitura di munizioni per Puma è essenziale per colmare i vuoti aperti dalle cessioni all’Ucraina e per preparare la Bundeswehr al futuro”[83][89]. Con la flotta di Puma destinata a salire a oltre 500 esemplari entro il 2030, assicurare scorte adeguate di munizioni è considerato “vitale per la prontezza operativa” delle brigate corazzate. L’ordine a Rheinmetall, osservano gli analisti, rafforza ulteriormente la posizione del colosso di Düsseldorf come partner strategico del riarmo tedesco: l’azienda ha già incamerato contratti per nuovi carri armati (come i futuri Panther), per blindati (il succitato Boxer) e per munizioni di artiglieria, registrando un portafoglio ordini record. Il governo Merz appare determinato a far fronte alla cronica scarsità di munizioni evidenziata negli ultimi anni: basti pensare che, prima della Zeitenwende, la Bundeswehr aveva scorte sufficienti solo per pochi giorni di combattimento intenso. Ora, grazie a questi investimenti, si punta a raggiungere l’obiettivo NATO di scorte per almeno 30 giorni di conflitto ad alta intensità. In definitiva, il contratto Rheinmetall è un tassello della più ampia ricostituzione delle capacità belliche nazionali: “riempire i magazzini è tanto importante quanto acquisire nuovi sistemi d’arma”, ha dichiarato Pistorius. La prima consegna delle nuove munizioni è prevista già nel 2027, a testimonianza dell’urgenza con cui Berlino sta premendo sull’acceleratore degli approvvigionamenti militari[90]. L’accordo in parola conferma anche la centralità dell’industria tedesca nell’ambito europeo: mentre altri paesi si rivolgono agli USA per riarmarsi, la Germania attinge largamente a produttori domestici, consolidando competenze e posti di lavoro nel settore difesa. (Il contratto prevede opzioni di ulteriore espansione, segno che la collaborazione tra Difesa e Rheinmetall potrebbe ampliarsi ancora nei prossimi anni).
Politica interna e questioni sociali
SPD in allarme nel “super-anno” elettorale: si moltiplicano le richieste di rinnovamento radicale
SPD in 2026: Kann sich diese Partei retten?
Die Zeit – 02.01.2026
Con cinque importanti elezioni regionali all’orizzonte nel 2026 (compresi tre Länder dell’ex DDR dove il partito è tradizionalmente debole) il Partito Socialdemocratico tedesco (SPD) vive uno dei momenti più critici della sua storia recente[91]. I sondaggi preannunciano per la SPD “perdite disastrose” – in alcune regioni orientali il partito potrebbe scendere sotto il 10% – e la leadership federale è messa in discussione sia dalla base sia dagli alleati di coalizione[91]. L’analisi delineata su Die Zeit è impietosa: la SPD, dopo il risultato modesto alle elezioni federali del 2025 e l’uscita dalla Cancelleria, appare spaesata e senza slancio, tanto che circola la domanda drammatica: “può questo partito salvarsi dalla catastrofe?”[91]. La segreteria attuale – incarnata dai co-leader Lars Klingbeil e Saskia Esken – è definita “azzerata” nelle idee e “contata” politicamente; i detrattori interni la accusano di aver appiattito il partito sulle posizioni dei rivali (prima i Verdi nella coalizione semaforo, ora la CDU nella grande coalizione). La Zeit riferisce di crescenti pressioni da parte dei circoli giovanili (Jusos) e di alcuni governatori regionali perché la SPD azioni un vero “motore di riforme” interno[91]. In pratica, molti chiedono un cambio di linea e volti nuovi: c’è chi invoca il ritorno a un programma più marcatamente sociale a sinistra (per riconquistare i ceti popolari in fuga verso AfD e BSW) e chi, al contrario, suggerisce di puntare su figure moderate e competenti per risalire al centro. Si fanno i nomi di due possibili “salvatori” – entrambi di origine turca, notano i media: uno è Cem Özdemir (sebbene sia verde, qualcuno lo vedrebbe come partner o traghettatore); l’altro è Raed Saleh, leader SPD a Berlino di grande carisma. Al di là delle personalità, il consenso è che “l’SPD deve ritrovare la sua ragion d’essere”: non basta più presentarsi come argine all’estrema destra o come partito della stabilità, occorre una visione forte e riconoscibile. Il 2026 sarà appunto un anno decisivo: la SPD rischia di perdere il governo in Brandeburgo e Meclemburgo-Pomerania (due roccaforti storiche) e di rimanere irrilevante in Sassonia-Anhalt, Sassonia e Baden-Württemberg. In risposta, il partito sta preparando un congresso straordinario in primavera, dove potrebbe essere adottato un “pacchetto di riforme” interne: riduzione del numero di vice segretari, maggiore coinvolgimento dei territori nella scelta dei candidati, rinnovamento comunicativo e forse un cambio di leadership. Sul tavolo c’è perfino la proposta di un patto generazionale che affianchi un leader giovane a un esponente esperto per la candidatura alla Cancelleria 2029 (guardando già oltre il ciclo attuale). L’articolo mantiene un tono interrogativo – può salvarsi la SPD? – lasciando intendere che la risposta dipenderà dalla capacità del partito di “riaccendere il motore delle riforme”. Se la SPD saprà dimostrare nei fatti di voler cambiare (ad esempio spingendo in governo e Parlamento nuove misure sociali simboliche, come l’aumento significativo del salario minimo o un programma massiccio di edilizia popolare), allora potrà evitare l’emorragia verso l’astensione e i partiti antisistema. In caso contrario, il 2026 potrebbe segnare l’inizio dell’uscita di scena della socialdemocrazia come forza di governo in Germania, con conseguenze profonde sull’intero panorama politico nazionale.
Crolla la coalizione rosso-viola in Brandeburgo: la SPD rompe con il partito di Wagenknecht
Koalitionskrise: Brandenburgs SPD zieht Reißleine – Aus für Koalition mit BSW
Der Tagesspiegel – 06.01.2026
In Brandeburgo, la prima e finora unica alleanza di governo tra la SPD e il Bündnis Sahra Wagenknecht (BSW) è arrivata al capolinea. Il ministro-presidente Dietmar Woidke (SPD) ha annunciato la rottura della coalizione con il partito di Wagenknecht, dichiarando formalmente “fallito” l’esperimento politico noto come “rot-lila” (rosso-viola, dai colori dei due partiti)[22][20]. La decisione è giunta dopo settimane di turbolenze nella giovane formazione BSW: tra fine dicembre e inizio gennaio il gruppo consiliare del BSW al Landtag si è letteralmente disgregato, con diversi deputati che hanno lasciato il partito e la stessa frazione. In particolare, quattro consiglieri regionali BSW sono usciti dal partito a dicembre (due di essi tentando di restare nel gruppo parlamentare come indipendenti), e successivamente – il 5 gennaio – anche Robert Crumbach, vice-presidente regionale e Ministro delle Finanze (quota BSW) del Land, ha rassegnato le dimissioni dal partito[18][19]. Questo “zeramento” della presenza BSW ha fatto venir meno la maggioranza di governo. Woidke ha spiegato che, “con il dissolversi del gruppo Wagenknecht, non c’è più base né maggioranza per proseguire la coalizione”[20]. Di conseguenza, la SPD governerà temporaneamente con un esecutivo di minoranza, mentre Woidke esplorerà la possibilità di formare nei prossimi mesi una nuova coalizione – molto probabilmente con la CDU, suo ex partner fino al 2019[20]. Il crollo della coalizione SPD-BSW in Brandeburgo è un evento di notevole portata simbolica: quell’alleanza, nata dopo le elezioni regionali del 2024, era stata la prima occasione in cui il partito di Sahra Wagenknecht entrava in un governo statale. Presentata all’epoca come un “laboratorio politico” per dare risposte nuove al malcontento popolare, si è invece conclusa nel caos, tra lotte interne e defezioni. Wagenknecht ha accusato i fuoriusciti di aver tramato per far cadere il governo e li ha bollati come “traditori del mandato elettorale”[16], ma ciò non cambia la realtà di un esperimento fallito dopo appena un anno e mezzo. Per la SPD, tirare il cosiddetto “freno d’emergenza” (Reißleine) è stato un atto obbligato per evitare il protrarsi di una paralisi governativa: da settimane l’esecutivo brandeburghese era indebolito dalle beghe BSW, con votazioni a rischio al Landtag. La rottura implica però instabilità politica nel Land: Woidke dovrà cercare sponde nell’opposizione (CDU o sinistra) per far passare il bilancio 2026 e potrebbe indire elezioni anticipate qualora non riuscisse a costruire una nuova maggioranza. Sul piano federale, questo evento offre materiale di riflessione: l’unica “apertura” della SPD verso il nuovo partito di Wagenknecht si è conclusa malamente, confermando secondo molti socialdemocratici che il BSW non è un partner affidabile bensì un movimento troppo frammentato. Ciò potrebbe spingere la SPD a irrigidire la propria linea: d’ora in avanti, improbabile che si ripetano tentativi di cooperazione con il partito di Wagenknecht. Nel complesso, la fine della coalizione rosso-viola in Brandeburgo accentua la percezione di crisi politica nell’Est: in quello stesso Land, i sondaggi danno l’AfD come primo partito, e lo sgretolamento del BSW potrebbe ulteriormente ridistribuire consensi verso l’estrema destra. Per la SPD, mantenere la guida della regione sarà arduo; per il BSW, la perdita della vetrina di governo è un colpo durissimo che ne mette in dubbio la rilevanza futura a livello regionale.
Allarme antisemitismo: “Con l’AfD al potere, gli ebrei penseranno ad andarsene dalla Germania”
Schuster warnt vor Auswanderung von Juden aus Deutschland
Der Tagesspiegel – 06.01.2026
La crescente possibilità che l’AfD – partito di estrema destra con punte nei sondaggi attorno al 25% a livello federale – possa entrare in governi regionali (o addirittura, in prospettiva, federali) desta grave preoccupazione nella comunità ebraica tedesca. Josef Schuster, presidente del Consiglio Centrale degli Ebrei in Germania, ha lanciato un monito pubblico dai toni eccezionalmente allarmati: “Se l’AfD dovesse partecipare ai governi, molti ebrei in Germania prenderanno in considerazione l’idea di emigrare”[92]. La dichiarazione è arrivata durante un incontro a margine della riunione invernale della CSU a Seeon, Bavaria, dove Schuster è intervenuto per discutere di antisemitismo e sicurezza delle minoranze. Egli ha dipinto uno scenario cupo in cui una eventuale normalizzazione dell’AfD al governo porterebbe non solo a politiche ostili verso l’immigrazione e le diversità, ma sdoganerebbe sentimenti xenofobi latenti, con un pericoloso effetto domino sulla vita quotidiana degli ebrei tedeschi[92]. Schuster ha ricordato come in tutti i Länder alcuni esponenti AfD abbiano espresso posizioni revisioniste sull’Olocausto, relativizzando la memoria storica o flirtando con organizzazioni neonaziste, e che il partito promuove una visione etno-nazionalista incompatibile con la società aperta garantita dalla Legge fondamentale. “Molti correligionari – ha affermato – mi confidano di avere pronto un piano B per espatriare, nel caso l’AfD arrivi al potere a Berlino”[92]. Il leader della CSU Markus Söder, presente allo stesso evento, ha definito le parole di Schuster un “campanello d’allarme drammatico” e ha ribadito la “Brandmauer” (barriera antifascista) della Unione: “Meglio perdere elezioni che governare con l’AfD” – un messaggio rivolto anche internamente, viste le tentazioni di alcuni segmenti della CDU orientale di aprire, in futuro, a collaborazioni con l’estrema destra. Le affermazioni di Schuster riflettono una paura concreta: già negli ultimi anni, di fronte al rialzo degli incidenti antisemiti (scritte, aggressioni verbali e fisiche), una parte di ebrei tedeschi – specie giovani professionisti – ha lasciato il paese o ha acquisito seconde cittadinanze (Israele, Stati Uniti) per sicurezza. “Se l’AfD dovesse ad esempio guidare il Ministero dell’Istruzione in un Land, verrebbe alterato l’insegnamento della Shoah? Se controllasse gli Interni, come garantirebbe protezione alle sinagoghe?” – questi interrogativi serpeggiano nella comunità. Schuster ha elogiato la “chiara posizione” finora mantenuta da tutti gli altri partiti nel tenere l’AfD fuori da ogni esecutivo, definendola “una linea rossa di civiltà”. Tuttavia, con l’erosione dei voti di SPD e Linke e la crescita dell’AfD in alcune regioni (Sassonia, Turingia, Sassonia-Anhalt), quella linea rischia di essere testata. In conclusione, il leader ebraico ha ammonito: “Se in Germania gli ebrei non si sentissero più al sicuro e volessero andarsene, sarebbe un segnale devastante della fine dell’innocenza democratica del dopoguerra”. Le sue parole, riprese con risalto sui media, suonano come un appello alle forze democratiche: impedire con ogni mezzo che l’intolleranza ottenga legittimazione di governo, per non tradire la promessa fondamentale della Germania post-1945 – mai più discriminazione di minoranze e odio istituzionalizzato.
La CSU invoca un’agenda di riforme lampo per “scongiurare il trionfo dei radicali”
„Besser, schneller und mit weniger Streit regieren“: Diese Reformen will die CSU 2026 beschließen
Der Tagesspiegel – 06.01.2026
Nella tradizionale “Klausurtagung” di inizio anno al monastero di Seeon, la CSU bavarese ha presentato un nutrito pacchetto di riforme interne ed iniziative politiche che intende promuovere nel 2026 per rilanciare l’azione di governo federale e regionale[93]. Il leader Markus Söder, rivolgendosi ai suoi parlamentari e ministri, ha ammonito che se la coalizione attuale (CDU/CSU-SPD-FDP) non saprà “governare meglio, più velocemente e con meno litigi”, si rischia di “lasciare il Paese in mano ai radicali” – un chiaro riferimento al pericolo di una vittoria elettorale dell’AfD o di altre forze antisistema[94]. In un documento di oltre 15 pagine, la CSU elenca varie proposte. Sul piano economico, insiste per dare priorità assoluta alla crescita: taglio degli oneri burocratici per le imprese, accelerazione delle procedure per infrastrutture, un alleggerimento fiscale mirato sul ceto medio produttivo (tra cui l’estensione della tariffa forfait per i redditi fino a 70.000 €). In materia di trasporti, la CSU propone di abbassare l’età minima per la patente accompagnata a 16 anni – un’idea volta a dimostrare attenzione verso i giovani e le aree rurali[95]. Sul fronte migratorio e sicurezza, Söder ha chiesto di attuare integralmente la nuova stretta europea sull’asilo (che entrerà in vigore a metà 2026) e, anzi, di anticipare alcune misure a livello nazionale: la CSU vuole centri di trattenimento ai confini per velocizzare rimpatri e procedure, e criteri più stringenti per i sussidi ai richiedenti asilo – riprendendo in parte la linea dura della CDU su questi temi. Una sezione del documento è dedicata alla “difesa dei valori tradizionali”: la CSU si fa paladina di famiglia, identità cristiana e sicurezza interna, chiedendo più fondi per polizia e un no a ogni revisione permissiva delle norme su droga e aborto (stanze del consumo o depenalizzazione della cannabis, ipotesi che la CSU continua ad avversare nonostante il precedente governo semaforo le avesse discusse). Politicamente, il messaggio di Söder è rivolto in primis ai partner di governo a Berlino: la CDU/CSU teme che l’attuale grande coalizione possa logorarsi in dispute intestine (tra liberali e socialdemocratici) e dare spago all’AfD. Söder incalza il cancelliere Merz a imporre un ritmo più deciso: “Il tempo delle commissioni e dei litigi è finito. Servono risultati, e subito” – ha dichiarato, elencando come esempi la già citata riforma fiscale e l’avvio dei lavori per 10 nuove autostrade e linee ferroviarie veloci. Queste posizioni segnano un’ulteriore sterzata a destra della CSU sul piano tematico, pur restando all’interno del perimetro costituzionale: è un chiaro tentativo di riconquistare l’elettorato conservatore deluso che sta andando verso AfD. Söder ha fatto riferimento al “Countdown” che proprio l’anno prima la CSU aveva esibito a Seeon per segnare il tempo rimanente al governo Scholz – “un anno dopo, l’entusiasmo è scemato e i problemi restano” – riconoscendo che il centrodestra deve ancora convincere pienamente gli elettori. Con l’avvicinarsi delle europee 2026 e di altre tornate locali, la CSU vuole posizionarsi come motore del cambiamento all’interno del governo Merz, evitando di subirne l’impopolarità. Il motto della clausura è stato “Tempo, tempo, tempo!”: una chiamata a “fare presto” le riforme, per tagliare la strada ai “propagandisti dell’odio”. In sintesi, la CSU ha delineato per il 2026 un’agenda di riforme conservatrici su economia, famiglia e immigrazione, unita a una spronata generale a governare con più unità e concretezza – nel tentativo dichiarato di togliere spazio narrativo all’AfD e di riconquistare la fiducia di quell’elettorato moderato che inizia a dubitare dell’efficacia dell’attuale governo.
Questioni economiche e finanziarie
Fine dell’euforia: l’economia tedesca in cerca di una nuova spinta alla crescita nel 2026
Konjunktur in Deutschland: Und wo ist jetzt das Wachstum?
Die Zeit – 04.01.2026
All’inizio del mandato del cancelliere Friedrich Merz, circa un anno fa, molti osservatori preannunciavano un rilancio economico: l’idea di un governo orientato alle imprese e alla riduzione delle tasse faceva sperare in un nuovo “miracolo” di crescita. Tuttavia, entrando nel 2026, quell’ottimismo si è dissolto[96]. L’economia tedesca è rimasta fiacca nel 2025 (+0,4% di PIL stimato, appena sopra la stagnazione), trascinando strascichi di recessione tecnica dalla fine dell’era Scholz. Il Zeit analizza i fattori delusione: la congiuntura internazionale debole, il permanere di colli di bottiglia nelle forniture energetiche e soprattutto una preoccupante crisi di competitività industriale. Nel 2026 ci si attende una crescita modesta (tra l’1% e l’1,3% secondo varie previsioni)[97], ben lontana da quel “balzo” che Merz aveva promesso. Il ministro dell’Economia, Carsten Linnemann (CDU), parlando a un convegno di inizio anno, ha ammesso che “die Euphorie ist verflogen” – l’euforia è svanita – e che bisognerà impegnarsi su riforme strutturali per liberare il potenziale di crescita[96]. Tra i settori in difficoltà spiccano l’automotive e la chimica, pilastri tradizionali: il calo della domanda cinese e la transizione energetica hanno ridotto gli ordini di auto tedesche e aumentato i costi di produzione, portando a tagli di organico in aziende come BASF e BMW. Anche il mercato immobiliare è gelato, complice l’aumento dei tassi d’interesse e i prezzi dei materiali: l’indice delle costruzioni abitative è ai minimi dal 2010. L’articolo sottolinea come Merz abbia finora puntato su una “cura di fiducia” – taglio di regolamentazioni e una grande Offensiva Investimenti da 50 miliardi (approvata in Parlamento a fine 2025) – ma i risultati non si vedono ancora in termini di ordini e occupazione. Anzi, la disoccupazione è leggermente risalita al 5,8% (dal minimo 5,0% del 2022). Perché la crescita non decolla? Il Zeit evidenzia la debolezza della domanda estera: la recessione in Cina e il rallentamento negli USA hanno colpito un’economia tedesca sempre fortemente dipendente dall’export (che pesa ancora oltre il 45% del PIL). L’export verso la Cina, in particolare, è calato del 6% nel 2025, e non si vede un rimpiazzo immediato in altri mercati. Allo stesso tempo, i consumi interni restano frenati dall’inflazione persistente (3,9% nel 2025), che erode il potere d’acquisto delle famiglie, e da un clima di incertezza per l’aumento dei costi energetici e alimentari. Uno dei pochi fattori positivi è la robustezza del mercato del lavoro, sostenuto però da sussidi massicci di mantenimento in settori energivori: ciò pone un dilemma sul bilancio pubblico. Insomma, “dov’è la crescita?” – si chiede retoricamente l’articolo – evidenziando come la Germania sembra intrappolata in una sorta di stagnazione secolare. Alcuni economisti parlano apertamente di “decennio perduto” se non si riuscirà a invertire la rotta produttiva con innovazioni radicali (digitale, IA, energie rinnovabili su vasta scala). Il cancelliere Merz appare dunque di fronte a un bivio: mantenere l’ortodossia finanziaria (come chiede l’ala liberale) oppure lanciare un vero programma di stimolo keynesiano (infrastrutture pubbliche, sgravi fiscali alle famiglie) per sostenere la domanda. Finora ha prevalso la prima linea, ma i risultati tiepidi potrebbero spingere a riconsiderare la strategia. In conclusione, il Zeit suggerisce che senza un cambio di marcia – ad esempio un grande piano di investimenti nel clima digitale e nell’efficientamento energetico che rilanci sia l’offerta che la domanda – l’economia tedesca rischia di restare al palo. Il 2026, atteso come l’anno del rimbalzo, potrebbe invece consolidare la percezione di una Germania “malata d’Europa”, se non si correrà presto ai ripari. La parola chiave, secondo l’articolo, è “Wachstum” (crescita): un tempo data per scontata in Germania, ora diventata merce rara e da riconquistare con politiche coraggiose.
Finanze pubbliche sotto stress: la Germania pianifica 2026 con nuovo debito record
Bundeshaushalt 2026: Die Regierung verspielt ihre Glaubwürdigkeit
Die Zeit – 15.11.2025
La credibilità di rigore finanziario del governo rischia grosso con il bilancio federale 2026: secondo stime aggiornate, l’esecutivo Merz intende contrarre oltre 500 miliardi di euro di nuovo debito sui mercati nel corso del 2026[98]. Si tratta di un livello inedito in tempo di pace, giustificato ufficialmente dalla necessità di finanziare gli ingenti investimenti promessi (transizione energetica, ammodernamento difesa, digitale) e sostenere l’economia in rallentamento. Nello specifico, la bozza di bilancio presentata a novembre 2025 prevede 525 miliardi di euro di spese a fronte di entrate ordinarie per circa 427 miliardi[99]. Il “buco” di quasi 100 miliardi sarà coperto per la gran parte con l’emissione di nuovi titoli di Stato, sfruttando temporaneamente la sospensione della Schuldenbremse (il freno all’indebitamento) giustificata dall’“eredità della crisi pandemica e bellica”. Tuttavia – argomenta Die Zeit – con questa manovra la coalizione di Merz sta “giocando con la propria credibilità”: la CDU/CSU e la FDP avevano sempre criticato il precedente governo Scholz per l’eccesso di debiti, promettendo un ritorno alla disciplina. Ora invece sforano ben oltre. Il ministro delle Finanze, Christian Lindner (FDP), appare in difficoltà nel conciliare la retorica di austerità con la realtà di cassa: la Zeit lo accusa di “verspielen Glaubwürdigkeit” – gettare al vento la fiducia – perché predica prudenza ma poi firma deficit enormi[99]. Dietro i numeri, c’è uno scenario di finanza pubblica complicato: l’andamento dell’economia debole riduce il gettito fiscale (meno IVA, meno imposte società), mentre le uscite non calano anzi aumentano per inflazione. Ad esempio, solo le spese pensionistiche nel 2026 ammonteranno a 128 miliardi – voce in costante crescita con l’invecchiamento demografico[100]. La Difesa richiederà circa 82,6 miliardi, anche per coprire i costi dei nuovi armamenti e il personale aggiuntivo – livello senza precedenti dal dopoguerra[101]. Inoltre, la manovra contiene importanti misure di alleggerimento fiscale approvate nel 2025 (scaglioni IRPEF rivisti, assegni familiari maggiorati) che riducono le entrate statali per vari miliardi. In pratica, annota l’articolo, il governo sta finanziando tagli fiscali pre-elettorali a debito, tradendo l’ortodossia sostenuta in campagna elettorale. Non a caso, la Corte dei Conti federale e alcuni economisti indipendenti hanno lanciato l’allarme: “se anche i conservatori non rispettano la disciplina, chi lo farà?” – temono un allentamento generale della fiducia nella sostenibilità del debito tedesco. La Zeit sottolinea come Merz e Lindner si stiano rifugiando in tecnicismi (usano residui di fondi speciali Covid per giustificare la spesa extra) e in narrazioni emergenziali (paragonano la crisi energetica a una catastrofe naturale) per bypassare il freno costituzionale al debito. Ciò può forse funzionare nel breve periodo, ma rischia di erodere la reputazione di affidabilità della Germania presso partner europei e mercati. In effetti, alcuni investitori hanno iniziato a chiedere rendimenti leggermente più alti sui Bund decennali, percependo un rischio in aumento (sebbene sempre molto basso). In conclusione, secondo l’analisi, la coalizione sta compromettendo la propria immagine di guardiana dei conti pubblici: “invece di risanare, dilapidano”. La sfida sarà rientrare in carreggiata dal 2027: se le promesse di ridurre il deficit in futuro non verranno mantenute, l’accusa di ipocrisia (predicare bene e razzolare male) potrà costare caro al governo Merz in termini di fiducia dell’elettorato. Al tempo stesso, va detto, la manovra 2026 consente di scongiurare tagli draconiani al welfare o aumenti di tasse, evitando ulteriori shock sociali: un azzardo di credibilità per guadagnare stabilità economica a breve termine.
Merz punta sulla competitività: “rilanceremo l’industria tedesca nel 2026”
Merz stimmt Regierung auf Unterstützung der deutschen Wirtschaft ein
Die Zeit – 03.01.2026
Il cancelliere Friedrich Merz ha inaugurato il nuovo anno con un chiaro messaggio al suo gabinetto: la priorità assoluta del 2026 sarà sostenere e rilanciare la competitività dell’economia tedesca[102]. In una riunione speciale di governo a inizio gennaio, Merz ha delineato un “pacchetto crescita” articolato su più fronti, invitando ministri e partner di coalizione a convergere su misure concrete a favore dell’industria e delle medie imprese. Tra i punti principali vi sono la riduzione delle bollette energetiche per le aziende ad alta intensità (tramite un’estensione del gas price cap e investimenti nelle rinnovabili per calmierare i costi) e la semplificazione dei permessi ambientali e urbanistici per favorire nuovi insediamenti produttivi[102]. Merz ha insistito sulla necessità di “tagliare la giungla burocratica” entro l’estate, spingendo il ministero della Giustizia a presentare proposte per abolire almeno il 20% delle norme regolamentari obsolete. Inoltre, il cancelliere vuole mettere l’accento su innovazione e digitale: ha chiesto al suo vice (il socialdemocratico Hubertus Heil, Ministro del Lavoro) e al Ministro della Ricerca (Silvia Bär, FDP) di collaborare a un piano per formare nei prossimi 18 mesi almeno 100.000 specialisti nelle tecnologie chiave (dall’intelligenza artificiale all’idrogeno verde) da impiegare nei settori emergenti. Questo because la carenza di manodopera qualificata è considerata uno dei freni principali alla crescita, come hanno evidenziato gli economisti alla fine del 2025. Merz sta dunque cercando di “accordare” la sua squadra di governo sul sostegno all’economia dopo un primo anno con pochi risultati tangibili. La Zeit nota una certa urgenza retorica: il Cancelliere avrebbe detto internamente che “il 2026 decide se vinciamo o perdiamo la scommessa economica”. Egli sembra deciso ad accelerare anche su riforme rimaste in sospeso: ha riaperto il dossier della riforma fiscale organica, proponendo di unificare alcuni scaglioni IRPEF e ridurre gradualmente la kalte Progression (l’aumento occulto delle tasse per via dell’inflazione). Questo punto era caro alla FDP, ma frenato dal vincolo di bilancio: Merz pare ora disposto a trovare margini, magari destinando alle riduzioni d’imposta parte dei maggiori incassi fiscali nominali dovuti all’inflazione. Nell’articolo si sottolinea come questa “Wirtschaftsoffensive” di Merz abbia anche una chiave politica: vuole ricompattare la coalizione attorno a un tema unificante (l’economia), smorzando le tensioni su altri fronti (ad esempio le politiche climatiche, che nel 2025 avevano generato attriti tra SPD/Verdi e FDP). L’idea è che un successo economico possa ridare fiato ai partiti di governo, in difficoltà nei sondaggi rispetto ad AfD. Di qui l’enfasi su un messaggio positivo: “il peggio è passato, la Germania tornerà a crescere”. C’è scetticismo però: gli esperti interpellati dalla Zeit ricordano che molte di queste misure erano già in programma e non hanno finora invertito i trend. Il segnale, tuttavia, è chiaro: Merz mette la faccia sulla ripresa economica e prepara il terreno per intestarsene i meriti qualora arrivi (o per individuare capri espiatori in caso contrario). In sintesi, l’articolo dipinge un governo che entra nel 2026 con determinazione pragmatica: meno bandiere ideologiche, più focus su imprese, lavoro e redditi. Se questo basterà a “riaccendere i motori” – e a convincere i cittadini della rotta giusta – è la grande incognita dei mesi a venire.
[1] [2] [3] [4] [5] [6] Neujahrsansprache des Bundeskanzlers: Kein Wort über die wirtschaftlichen Sorgen der Bürger | taz.de
https://taz.de/Neujahrsansprache-des-Bundeskanzlers/!6141992/
[7] [8] [9] [10] Politisches Jahr 2026: Kein Grund zu verzweifeln - Gesellschaft - SZ.de
[11] [22] [23] [24] [25] [92] [93] [94] [95] Alle Artikel in „Politik“ vom 06.01.2026
https://www.tagesspiegel.de/politik/archiv/2026/01/06
[12] [13] [14] [15] [16] [17] [18] [19] [20] [21] Zwei Jahre Bündnis Sahra Wagenknecht: Aufstieg und Fall des BSW | taz.de
https://taz.de/Zwei-Jahre-Buendnis-Sahra-Wagenknecht/!6143386/
[26] [27] [28] [29] [30] [31] Kiesewetter: Ukraine-Einsatz nicht ausschließen | WEB.DE
[32] [33] [34] [35] [38] [39] Merz, Wadephul, Trump und das Völkerrecht: Die deutsche Außenpolitik führt einen Eiertanz auf
[36] [37] Ukraine-Krieg aktuell: Trump zweifelt russische Angaben zu Angriff auf Putin-Residenz an
[40] [41] Das Politische Feuilleton der ZEIT | DIE ZEIT
https://www.zeit.de/politisches-feuilleton/index
[42] [43] Ukraine-Krieg im Liveticker - Aktuelle News
https://www.zdfheute.de/politik/ausland/ukraine-russland-konflikt-blog-102.html
[44] Ukraine: Deutsche Beteiligung an Schutztruppe? Merz’ Kurs wirft Fragen auf
[45] Wie die „Koalition der Willigen“ die Ukraine schützen will - OVB online
[46] Bis zu 5000 Soldaten sollen Ost-Flanke stärken: Litauen erwartet ...
[47] [48] [49] [50] [51] Neues Wehrdienstgesetz in Kraft: Pistorius fordert Bundeswehr zu geschlossener Unterstützung auf
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[91] SPD in 2026: Kann sich diese Partei retten? - DIE ZEIT
[96] Konjunktur in Deutschland: Und wo ist jetzt das Wachstum? | DIE ZEIT
[97] Konjunktur: Startet die deutsche Wirtschaft 2026 endlich durch?
https://www.zeit.de/news/2025-12/01/startet-die-deutsche-wirtschaft-2026-endlich-durch
[98] [99] Bundeshaushalt 2026: Die Regierung verspielt ihre Glaubwürdigkeit
https://www.zeit.de/wirtschaft/2025-11/bundeshaushalt-2026-schwarz-rot-schulden
[100] [101] Bundesrat: Bundesrat beschließt Wehrdienst, Rentenpaket und Haushalt für 2026 | DIE ZEIT
https://www.zeit.de/politik/deutschland/2025-12/bundesrat-rente-haushalt-steuersenkungen-gxe
[102] Merz stimmt Regierung auf Unterstützung der deutschen Wirtschaft ein


