Sintesi
La settimana, dal 18 al 25 settembre 2026, è dominata dalle conseguenze del doppio voto regionale del 20 settembre. Nel Meclemburgo-Pomerania Anteriore l’AfD si conferma primo partito con il 38,2 per cento dei voti, mentre la CDU, ferma al 4,9 per cento, resta per la prima volta nella sua storia fuori da un parlamento regionale; a Berlino la Linke diventa prima forza con il 25,7 per cento e l’affluenza tocca il livello più alto dal 1990. A tre settimane dal 43,8 per cento ottenuto dall’AfD in Sassonia-Anhalt, il quadro nazionale è fotografato dal Politbarometer del 25 settembre: AfD al 28 per cento nella proiezione, Unione al 21, cancelliere Merz al minimo storico di gradimento, tre quarti degli elettori insoddisfatti della coalizione e appena il 28 per cento convinto che le riforme annunciate andranno in porto. Le analisi raccolte in questa rassegna convergono su una diagnosi: i successi tattici dei partiti democratici, la rimonta di Manuela Schwesig a Schwerin e la vittoria di Elif Eralp a Berlino, non intaccano la crescita strutturale della destra radicale, e la CDU appare ormai marginale nella politica dei Länder orientali.
Il secondo filone è la trattativa berlinese e lo scontro sull’antisemitismo nella Linke. Le presenze alla festa elettorale di Neukölln, i messaggi scambiati dal deputato Ferat Koçak con un membro di una famiglia del crimine organizzato e la radicalizzazione della sezione locale dopo il 7 ottobre 2023 mettono in discussione la coalizione fra Linke, SPD e Verdi prima ancora che le trattative comincino. La stampa di sinistra riconosce insieme il carattere strumentale della campagna avversaria e la responsabilità della dirigenza del partito. In Sassonia-Anhalt, dove l’AfD si prepara a governare, l’attenzione si sposta sugli strumenti giuridici e amministrativi che possono limitarne l’azione: la dimensione delle commissioni parlamentari, l’obbligo di rimostranza dei funzionari pubblici, il vincolo internazionale sull’inclusione scolastica.
Sul fronte della sicurezza l’evento della settimana è la prima lettura, il 24 settembre, della riforma dei servizi di informazione. Il Bundesnachrichtendienst e l’Ufficio per la protezione della Costituzione diventano servizi «pienamente operativi», con la facoltà di entrare di nascosto nelle abitazioni, di raccogliere dati in massa e di attivare un «caso speciale di accertamento» che trasferisce poteri d’emergenza dal Bundestag al governo. La dottrina costituzionale segnala vizi di competenza e lacune di controllo; l’opposizione annuncia il ricorso alla Corte di Karlsruhe, che ha fissato al 31 dicembre 2026 il termine per la nuova disciplina. Sul versante militare la Bundeswehr riceve il primo caccia F-35A, vede il proprio capo di stato maggiore eletto alla presidenza del Comitato militare della NATO e conferma un organico di 186.356 militari. Il sondaggio annuale del centro di sociologia militare delle forze armate misura un consenso al riarmo ormai trasversale, con il 94 per cento favorevole alla difesa del territorio e il 58 per cento a ulteriori aumenti di spesa, accanto a una disponibilità personale a servire che resta minoritaria.
In economia la diagnosi congiunta d’autunno degli istituti di ricerca alza la previsione di crescita per il 2026 all’1,3 per cento, ma intitola il capitolo di politica economica «finanza pubblica fuori rotta»: la spesa primaria netta cresce del 18,6 per cento fra il 2025 e il 2028 contro il 13,3 per cento consentito dalle regole europee, il deficit sale al 4,7 per cento del prodotto nel 2028 e il debito continua ad aumentare fino al 2031. L’istituto di ricerca dell’Agenzia federale del lavoro prevede 208.000 occupati in meno nel 2026 nonostante la ripresa, con il potenziale di forza lavoro in calo per la prima volta. Il governo replica intanto lo sconto sui carburanti, 14 centesimi al litro da ottobre a dicembre per circa 2,5 miliardi di euro, approvato da Bundestag e Bundesrat il 25 settembre e giudicato dalla ricerca economica regressivo e inefficace. La Bundesbank certifica il terzo anno consecutivo di utili elevati per le banche tedesche, 52,3 miliardi, e un’analisi dei flussi occupazionali mostra che la crisi industriale procede per mancate assunzioni, non per licenziamenti, con la difesa come unico comparto che assume.
Avvertenza sulle fonti. In questa edizione le sette testate prioritarie, Frankfurter Allgemeine, Süddeutsche, Handelsblatt, Zeit, Spiegel, Welt e WirtschaftsWoche, non sono risultate accessibili per ragioni tecniche indipendenti dai contenuti e dai paywall. La selezione poggia quindi sulla taz, sulle riviste e sui portali specialistici raggiungibili e su una quota più ampia di rapporti di istituti di ricerca e fonti istituzionali. I dettagli sono nella nota di consegna separata.
1. Analisi e commenti
Quadro analitico
Le cinque voci di questa sezione leggono la settimana elettorale da angolazioni diverse e convergono su una diagnosi: il sistema politico tedesco si sta ristrutturando intorno all’AfD, e le vittorie dei partiti democratici lasciano un sapore amaro. La direttrice della taz parla di «una vittoria di sinistra che non sembra tale»; l’editorialista di IP Quarterly spiega perché Merz sopravvive a un voto disastroso soltanto per mancanza di alternative, mentre una nuova generazione di candidati regionali rende l’AfD più presentabile. Sul terreno economico Mathias Brodkorb, già ministro socialdemocratico delle Finanze, contesta la lettura ottimistica della diagnosi congiunta e la rivendicazione del governo: la crescita sarebbe un effetto temporaneo di spesa pubblica finanziata a debito. Due saggi allargano lo sguardo. Silke Mertins accusa il giornalismo tedesco di alimentare la sfiducia con un pregiudizio sistematico verso le cattive notizie; Robert Misik propone di misurare la pericolosità dell’AfD dalla trasformazione psicologica dei suoi seguaci più che dal programma. Le terapie divergono: tenere la rotta delle riforme, cambiare il modo di raccontare il Paese, o riconoscere che milioni di elettori di estrema destra «non si possono festeggiare via». Le affiliazioni: la taz è un quotidiano di sinistra senza barriere di pagamento; IP Quarterly è la rivista in inglese della Deutsche Gesellschaft für Auswärtige Politik; Cicero è un mensile di orientamento liberal-conservatore; il Verfassungsblog è una piattaforma accademica ad accesso aperto.
Una vittoria di sinistra che non sembra tale: la notte elettorale letta dalla direttrice della taz
Wahlen in Berlin und Meck-Pomm: Ein linker Sieg, der sich nicht so anfühlt
taz · Ulrike Winkelmann · 20 settembre 2026 · Testata giornalistica · Commento
Il commento della direttrice della taz è scritto la sera stessa del doppio voto nel Meclemburgo-Pomerania Anteriore e a Berlino, e ne fissa la lettura di fondo dal punto di vista della sinistra. Nel Land nord-orientale Manuela Schwesig compie una rimonta impressionante: la sua SPD, che i sondaggi davano in caduta, chiude intorno al 35 per cento e resta l’unico argine a un’AfD che sfiora il 38. Ma proprio qui sta il primo motivo di amarezza: la socialdemocrazia ha consolidato gli elettori che non vogliono la destra radicale, chiamandoli a raccolta con la formula «io o l’AfD», senza convincere un solo elettore dell’AfD a tornare indietro. A Berlino la Linke vince con Elif Eralp, una politica progressista di origine immigrata che diventa il volto di una sinistra urbana capace di parlare ai giovani e agli inquilini; ma il risultato è inquinato fin dalla prima ora dalla sezione di Neukölln e dagli «ospiti non invitati» comparsi alla festa elettorale, che daranno agli avversari l’argomento per delegittimare la coalizione. La CDU crolla in entrambi i Länder e il cancelliere Merz, invece di trarne una lezione, annuncia che proseguirà con le riforme impopolari. La tesi dell’autrice è che i successi dei partiti democratici siano vittorie tattiche, ottenute contro qualcuno e non per un progetto condiviso, e che per questo non producano sollievo né slancio.
L’argomento centrale è formulato con una frase destinata a restare: milioni di tedeschi che votano estrema destra «non si possono festeggiare via». Ogni sera elettorale in cui i democratici brindano per aver evitato il peggio nasconde il fatto che il peggio cresce comunque, elezione dopo elezione, e che il perimetro delle coalizioni possibili si restringe. Winkelmann non porta dati nuovi oltre ai risultati della serata, ma collega tre elementi che le analisi dei giorni successivi confermeranno: la mobilitazione contro l’AfD come unico collante della SPD nel Meclemburgo, che ha prosciugato i partiti minori e lascia Schwesig con una coalizione di necessità; la fragilità della vittoria berlinese, esposta dal primo giorno ai conflitti interni della Linke sul Medio Oriente e sui rapporti con ambienti radicali; la reazione del cancelliere, che legge la sconfitta come conferma della necessità di riforme che l’elettorato dell’Est rifiuta. L’autrice non propone una via d’uscita e non discute le responsabilità specifiche della sinistra nella perdita di consenso a Est; il commento vale come termometro dell’umore della sinistra tedesca nella notte del voto: nessuna euforia, la consapevolezza che il fronte democratico si riduce a coalizioni obbligate e che la domanda decisiva, come riportare voti dall’AfD, resta senza risposta. È il genere a segnarne il limite: un pezzo a caldo, senza scenari sulla formazione dei governi.
Perché Merz sopravvive a un voto disastroso e che cosa ne perde la Germania in Europa
The AfD Wins Again, but Merz Clings On
Internationale Politik Quarterly (DGAP), rubrica Berlin Cable · Henning Hoff · 21 settembre 2026 · Rivista di politica estera · Commento
Henning Hoff, direttore esecutivo di IP Quarterly, commenta il giorno dopo le elezioni del 20 settembre per un pubblico internazionale, nella rubrica che spiega Berlino alle capitali alleate. I fatti che riporta: l’AfD sfiora il 39 per cento nel Meclemburgo-Pomerania Anteriore e supera il 16 a Berlino; la CDU del cancelliere Merz precipita al 4,9 per cento nel Meclemburgo e resta fuori dal Landtag per la prima volta nella sua storia; a Berlino la Linke diventa primo partito. Merz dichiara che resterà in carica per attuare l’agenda di riforme, con la formula «voglio che il nostro Paese torni a essere un Paese di nuovi inizi». La tesi dell’autore è che il cancelliere, pur con un’impopolarità che definisce storica, sopravviva per una ragione strutturale e non per forza propria: non esiste un successore evidente. Il candidato naturale, il presidente della Renania Settentrionale-Vestfalia Hendrik Wüst, attende le elezioni regionali dell’aprile 2027 prima di muoversi, perché una sfida lanciata ora lo esporrebbe a una campagna in cui la CDU nazionale è in caduta. Nel frattempo, osserva Hoff, la CDU viene «cancellata» dalla politica dell’Est, dove l’AfD domina, e nei due Länder appena votati governeranno con ogni probabilità coalizioni di sinistra, a Schwerin intorno alla SPD e a Berlino intorno alla Linke.
Il contributo più originale del pezzo riguarda le ragioni del successo dell’AfD. Hoff individua un fattore nuovo: una generazione di candidati regionali più «levigata» e carismatica, come Ulrich Siegmund in Sassonia-Anhalt e Leif-Erik Holm nel Meclemburgo, che si distingue dalla leadership nazionale descritta come arrabbiata, fredda e predicatoria. Il partito diventa così accettabile per elettori che non si riconoscono nel tono di Alice Weidel e Tino Chrupalla, e la normalizzazione passa dai volti prima che dal programma. L’implicazione che interessa la rubrica è di politica estera: un cancelliere indebolito in patria, che sopravvive per inerzia, riduce l’autorità della Germania nel Consiglio europeo e complica le ambizioni di guida europea che Berlino ha rivendicato dopo la svolta del 2022; i partner, suggerisce l’autore, dovranno abituarsi a un interlocutore tedesco che negozia guardando ai sondaggi interni. Hoff non offre scenari quantificati né una data per l’eventuale successione, e alcune cifre elettorali differiscono di qualche decimale dai risultati provvisori ufficiali. Il valore analitico sta nel meccanismo di sopravvivenza per assenza di alternative e nel collegamento esplicito fra debolezza interna e capacità di azione europea, un nesso che le analisi italiane sulla Germania tendono a trascurare.
Un fuoco di paglia finanziato a debito: la lettura conservatrice delle nuove previsioni
Cicero · Mathias Brodkorb · 24 settembre 2026 · Rivista mensile · Commento
Mathias Brodkorb, già ministro delle Finanze socialdemocratico del Meclemburgo-Pomerania Anteriore e oggi editorialista economico di Cicero, interviene il giorno stesso in cui gli istituti di ricerca pubblicano la diagnosi congiunta d’autunno. Gli istituti alzano la previsione di crescita per il 2026 dallo 0,6 all’1,3 per cento, citando la domanda mondiale, il boom degli investimenti in intelligenza artificiale e la forte spesa pubblica; il cancelliere Merz rivendica subito il risultato come effetto delle «misure del governo». Brodkorb legge gli stessi numeri in senso opposto. La crescita, sostiene, è un effetto keynesiano temporaneo, prodotto dalla spesa per la difesa e per le infrastrutture finanziata con il debito consentito dalla riforma del freno costituzionale: per definizione la spesa pubblica alza il prodotto interno lordo, ma non dice nulla sulla salute dell’economia sottostante. La prova sta, a suo avviso, nel profilo stesso della previsione: 1,1 per cento nel 2027 e appena 0,4 nel 2028, mentre il debito accelera. Una ripresa autentica richiederebbe consumi privati e investimenti aggiuntivi delle imprese, e proprio questi restano depressi; senza di loro, quando l’impulso pubblico si esaurirà, l’economia tornerà al punto di partenza con un debito più alto.
L’argomentazione poggia sulla distinzione fra congiuntura e struttura. Le cause di fondo della debolezza tedesca, scrive Brodkorb, sono le stesse di prima e nessuna di esse è stata affrontata: un’offerta di lavoro che si contrae per ragioni demografiche, un’energia più cara che nei Paesi concorrenti, contributi sociali in continua salita che gravano sul costo del lavoro. Il bersaglio politico è il cancelliere, che l’autore contrappone al portavoce degli istituti Oliver Holtemöller, secondo cui la ripresa poggia «su fondamenta strette». La tesi conclusiva è che il problema tedesco sia di competitività perduta, non di domanda insufficiente: senza riforme dell’offerta il Paese si avvia a una stagnazione accompagnata da obblighi fiscali crescenti, e la spesa pubblica di oggi diventerà il vincolo di domani, quando le clausole di esenzione europee scadranno e gli interessi peseranno sul bilancio. Il commento non porta dati propri e non discute le componenti della revisione che gli istituti attribuiscono alle esportazioni e alla correzione statistica della recessione 2023–2024, che ridimensionano il peso della spesa pubblica nella spiegazione; per questo va letto insieme al rapporto originale, sintetizzato nella sezione economica. È la voce liberal-conservatrice più netta della settimana e anticipa la linea con cui una parte dell’opinione pubblica giudicherà il bilancio federale 2027 e il pacchetto di riforme in discussione nella coalizione.
A caccia di cattive notizie: come il giornalismo tedesco alimenta la sfiducia che premia l’AfD
Auf Jagd nach schlechten Nachrichten
taz · Silke Mertins · 19 settembre 2026 · Testata giornalistica · Saggio
Alla vigilia del voto del 20 settembre la taz pubblica un saggio autocritico sul ruolo dei media nel successo dell’AfD. La tesi è che il giornalismo tedesco lavori con un pregiudizio sistematico verso la negatività, che gli studiosi Charlotte Galpin e Hans-Jörg Trenz descrivono come una «spirale del cinismo» in atto dagli anni Settanta: più i media raccontano il fallimento della politica, più il pubblico se ne allontana, più i media inseguono il pubblico con nuovi racconti di fallimento. La copertura tedesca enfatizza le disfunzioni, pensioni, sanità, scuola, clima, infrastrutture, senza alcun contesto comparativo: ciò che in altri Paesi europei sarebbe considerato un problema ordinario viene presentato in Germania come sintomo di un collasso imminente. Il giornalismo investigativo è diventato l’unico standard aureo della professione, per cui la notizia che «funziona» è sempre uno scandalo; e lo storytelling, la tecnica narrativa importata dal giornalismo anglosassone, piega i fatti verso conclusioni predefinite in cui il cittadino è vittima e lo Stato colpevole. Mertins ricorda l’autocritica di Giovanni di Lorenzo, direttore della Zeit, nel 2016, e le riflessioni di Christoph Hickmann dello Spiegel per mostrare che il problema è noto da anni all’interno della categoria ma non è mai stato affrontato.
La proposta non è il cosiddetto giornalismo costruttivo, che l’autrice considera una scorciatoia rassicurante, ma l’equilibrio: raccontare anche ciò che funziona, dare le proporzioni dei fenomeni, evitare che l’eccezione diventi la regola narrativa. Come modello cita l’approccio «Complicating the Narratives» della giornalista americana Amanda Ripley, che sostituisce la contrapposizione binaria con la ricostruzione della complessità e delle motivazioni di tutte le parti, e il giornalismo locale, dove la vicinanza ai fatti frena la drammatizzazione perché il lettore può verificare di persona. Il nesso con l’AfD è indiretto ma esplicito: un elettorato convinto che tutto vada male e che nessuno se ne occupi è pronto a votare chi promette di rovesciare tutto, e i media che hanno costruito quel convincimento non possono poi stupirsi del risultato. Il saggio non quantifica il fenomeno, non distingue fra testate e non affronta il ruolo dei social media, che sfuggono a ogni deontologia; la sua forza sta nella sede in cui appare, perché è la sinistra giornalistica che si accusa di aver contribuito al clima che deplora. Per il lettore italiano offre un parallelo utile al dibattito sulla responsabilità dei media nella crescita del populismo, con il vantaggio di un’argomentazione interna alla professione e non imposta dall’esterno.
La personalità fascista: valutare l’AfD dalla trasformazione dei suoi seguaci, non dal programma
Die faschistische Persönlichkeit: Agitation, Affektbewirtschaftung und Gefühlspolitik
Verfassungsblog · Robert Misik · 18 settembre 2026 · Piattaforma accademica · Saggio
Il saggista austriaco Robert Misik interviene sul Verfassungsblog nel dibattito, riaperto dal voto in Sassonia-Anhalt, sulla pericolosità costituzionale dell’AfD, con un argomento che sposta il fuoco della discussione. I giuristi, osserva, valutano un partito dal programma, dalle dichiarazioni dei dirigenti e dagli atti; ma ciò che rende davvero pericoloso un movimento è la trasformazione psicologica dei suoi seguaci, che nessun documento programmatico registra. Misik la descrive come una «educazione alla crudeltà»: la paura, coltivata quotidianamente da pseudo-media e comizi, viene fatta salire fino alla paranoia; la paranoia erode le inibizioni morali; e la propaganda offre infine fantasie di vendetta contro i nemici designati, migranti, élite, giornalisti, che il seguace vive come liberazione. Il riferimento teorico è la Scuola di Francoforte, con gli studi di Adorno sulla personalità autoritaria, l’analisi di Leo Löwenthal della propaganda come «psicoanalisi al contrario», che invece di sciogliere le pulsioni le rafforza, e le riflessioni di Horkheimer, integrate dal lavoro recente dello psicoanalista Hans-Jürgen Wirth. La Germania di oggi, con l’AfD al 28 per cento nei sondaggi nazionali e oltre il 40 in Sassonia-Anhalt, è il caso su cui la cornice viene applicata.
La seconda tesi riguarda le alleanze culturali che rendono possibile il fenomeno. Il sentimento fascistoide, scrive Misik, si salda con un conservatorismo duro e con un neoliberismo radicalizzato, il cui «culto della durezza» celebra il vincitore, disprezza il debole e distrugge la solidarietà, diffondendo un clima apocalittico a somma zero in cui il vantaggio di uno è per forza la perdita di un altro. In questa lettura l’AfD non è un corpo estraneo alla società tedesca, ma il punto d’arrivo di una cultura politica che ha normalizzato la rabbia come risorsa e la durezza come virtù, e che trova nel partito l’organizzazione che le dà forma. Il saggio è teorico e non porta dati empirici; la centralità tedesca è quella del caso di studio, non di un’analisi sul campo, e l’autore non affronta la questione, decisiva per un eventuale procedimento di divieto, di come tradurre osservazioni psicologiche in prove giuridicamente utilizzabili. Il suo valore per il dibattito sta nel suggerire che la soglia costituzionale del «combattere attivamente l’ordinamento liberal-democratico», richiesta dall’articolo 21 della Legge fondamentale, andrebbe letta anche attraverso gli effetti del partito sulla disposizione alla violenza dei militanti e non solo attraverso i suoi testi. Per il lettore italiano è una cornice interpretativa, non un’analisi della settimana.
2. Politica estera e sicurezza
Quadro analitico
La settimana della politica di sicurezza tedesca ruota intorno alla riforma dei servizi di informazione, discussa in prima lettura al Bundestag il 24 settembre: «la più grande revisione del diritto dei servizi» secondo la ministra della Cancelleria Nina Warken, «una nuova polizia segreta tedesca» secondo la Linke. Tre voci la esaminano da prospettive complementari. Il resoconto di netzpolitik.org documenta il dibattito parlamentare, i contenuti del testo e le posizioni dei gruppi; due contributi del Verfassungsblog entrano nel merito costituzionale, l’uno sul nuovo «caso speciale di accertamento» che sposta poteri d’emergenza dal Bundestag al governo, l’altro sul diritto d’accesso ai propri dati presso il servizio estero. La convergenza fra i giuristi è netta: la riforma è difendibile nell’obiettivo di dare al Bundesnachrichtendienst le stesse capacità dei servizi alleati, ma eccede negli strumenti e riduce il controllo; il ricorso alla Corte costituzionale è dato per certo da tutte le parti. La quarta voce collega il voto regionale alla politica estera: la taz avverte che nei nuovi parlamenti siederanno molti «comprensivi verso la Russia» e che una Linke più influente indebolirebbe il sostegno all’Ucraina. Il rapporto del Global Public Policy Institute, infine, colloca la Germania al terzo posto mondiale per esposizione al potere cinese, con un profilo economico e culturale più che militare, e mostra che la strategia di riduzione dei rischi ha ridotto l’esposizione dal picco del 2022. Le affiliazioni: netzpolitik.org è un portale indipendente sui diritti digitali finanziato dai lettori; il Verfassungsblog è ad accesso aperto; il GPPi è un think tank privato non partitico di Berlino.
La Germania terza al mondo per esposizione al potere cinese: il China Exposure Index 2026
The China Exposure Index (2013–2025), Europe Edition
Global Public Policy Institute (GPPi), Berlino · George Yin · 23 settembre 2026 · Think tank · Rapporto
Il Global Public Policy Institute pubblica l’edizione europea del proprio China Exposure Index, costruito con il Mercator Institute for China Studies e la National Taiwan University, che misura per 184 Paesi la capacità latente di Pechino di esercitare influenza attraverso tre canali: la coercizione, la cooptazione economica e la diplomazia pubblica. Gli indicatori comprendono le esportazioni verso la Cina in rapporto al prodotto interno lordo, le importazioni, gli investimenti diretti cinesi in entrata e quelli nazionali in uscita verso la Cina, la presenza militare e il numero di Istituti Confucio; i pesi dei singoli indicatori sono determinati con simulazioni al calcolatore anziché fissati dall’analista, e le traiettorie degli anni precedenti influiscono sul punteggio di ciascun anno, così che l’indice registra la persistenza dei legami e non solo la loro intensità istantanea. La Germania risulta seconda in Europa e terza nel mondo nel 2025, con un punteggio di 2,62, preceduta da Corea del Sud e Russia, entrambe a 2,73; la distanza di 0,11 punti ricade entro intervalli di incertezza che si sovrappongono. Il picco tedesco risale al 2022, con 2,74; da allora l’esposizione scende: le esportazioni verso la Cina passano dal 2,84 all’1,82 per cento del prodotto, quinto valore in Europa, e le importazioni dal 3,26 per cento del 2022 al 2,30 del 2025. L’esposizione tedesca, osserva l’autore, «corre attraverso il potere economico e soft», non attraverso quello militare.
Il tratto che distingue la Germania è la rete di 19 Istituti Confucio, la più estesa fra le grandi economie, mentre gli investimenti cinesi diretti pesano meno che altrove. La Francia, con 2,54 punti, presenta un profilo diverso: più investimenti in uscita verso la Cina, pari all’1,04 per cento del prodotto, e 18 Istituti; Regno Unito e Spagna hanno combinazioni ancora differenti; la Svezia registra il calo più forte, dalla sedicesima alla trentanovesima posizione europea, per effetto del deterioramento politico dei rapporti con Pechino. La tesi generale del rapporto è che 14 dei 15 Paesi più esposti al mondo siano democrazie, e che l’esposizione europea abbia toccato il massimo intorno al 2020 per poi ridursi sotto l’effetto combinato della qualifica di «rivale sistemico» adottata dall’Unione nel 2019, della pandemia, dell’invasione russa dell’Ucraina e della strategia di riduzione dei rischi. L’autore precisa che l’indice misura il potere e non l’influenza effettiva né l’allineamento politico: quanto più cresce il divario fra l’esposizione di un Paese e le sue scelte politiche, tanto meno praticabile diventa la strategia dell’inerzia, perché Pechino dispone di leve che prima o poi userà. Il rapporto non formula raccomandazioni e non scompone i settori tedeschi più esposti, come l’automobile, la chimica e le terre rare; i dati mancanti sono trattati con metodi computazionali. L’Italia compare per l’uscita dalla Belt and Road Initiative nel 2023, che ne ha ridotto il punteggio.
Non abbastanza e tuttavia troppo: la riforma dei servizi e la costituzione d’emergenza
Nicht genug und doch zu viel: Die Nachrichtendienstrechtsreform und die Notstandsverfassung
Verfassungsblog, simposio Geheimdienstreform · Robert Frau, Nicole Näther · 21 settembre 2026 · Piattaforma accademica · Analisi giuridica
Due giuristi della Technische Universität Bergakademie Freiberg esaminano, nel simposio del Verfassungsblog dedicato alla riforma dei servizi, un aspetto che il dibattito pubblico ha trascurato: il rapporto fra i nuovi poteri e i quattro stati di emergenza previsti dalla Legge fondamentale, dal caso di tensione al caso di difesa. Il punto critico è il paragrafo 125, terzo comma, del nuovo testo della legge sul Bundesnachrichtendienst, che introduce un «caso speciale di accertamento», uno stadio intermedio fra la normalità e lo stato di tensione in cui i servizi ottengono facoltà ampliate. A dichiararlo sarebbero il governo federale e l’organo parlamentare di controllo dei servizi, non il Bundestag riunito in seduta plenaria. Gli autori vi vedono un aggiramento dell’articolo 115a della Costituzione, che riserva al Parlamento, con maggioranza qualificata, le dichiarazioni d’emergenza proprio perché hanno un peso geopolitico e segnalano all’esterno la posizione del Paese. L’organo di controllo, ricordano, riunisce lo 0,95 per cento dei deputati e delibera in segreto: affidargli una decisione di tale portata trasforma un atto politico visibile in una procedura riservata. Il titolo riassume il giudizio: il progetto fa «non abbastanza», perché non risolve i problemi di competenza, e «troppo», perché costruisce un labirinto di procedure parallele che nessuno potrà controllare.
Il problema di competenza è tecnico ma sostanziale. L’articolo 80a della Legge fondamentale, che disciplina le facoltà speciali in caso di tensione, rimanda alla legislazione di difesa fondata sull’articolo 73, primo comma, numero 1; il Bundesnachrichtendienst e l’Ufficio per la protezione della Costituzione poggiano invece su basi diverse, gli affari esteri per il primo e la sicurezza interna per il secondo. Il diritto d’emergenza, concepito per le forze armate e per la protezione civile, è dunque strutturalmente inadatto ai servizi di informazione, e il legislatore non può trasferirlo per analogia. La conclusione degli autori rovescia la logica del governo: i servizi dovrebbero precedere l’emergenza, informando i decisori in tempo perché la possano evitare, non operare sotto poteri d’emergenza una volta che questa è dichiarata; e la Costituzione consente già di attribuire ai servizi competenze ampliate in tempo normale, con le garanzie ordinarie di legge e di controllo giurisdizionale. Le clausole speciali servirebbero soltanto come copertura politica per misure che si potrebbero adottare alla luce del sole, con il rischio che la loro attivazione venga letta all’estero come un passo verso la mobilitazione. L’analisi non discute l’efficacia operativa delle nuove facoltà e resta sul piano della compatibilità costituzionale; è però la prima a segnalare che la riforma tocca l’equilibrio fra Parlamento e governo nella gestione delle crisi, un tema che in Italia rimanda al dibattito sui poteri d’emergenza dell’esecutivo.
Ciò che il BND non dovrà più dire: il nuovo diritto d’accesso ai propri dati
Was der BND künftig nicht mehr sagen muss
Verfassungsblog, simposio Geheimdienstreform · Markus Ogorek, Luca Manns · 24 settembre 2026 · Piattaforma accademica · Analisi giuridica
Markus Ogorek, direttore del centro di ricerca sui servizi di informazione dell’Università di Colonia, e il suo collaboratore Luca Manns analizzano il paragrafo 102 del nuovo testo della legge sul Bundesnachrichtendienst, che crea un regime autonomo per il diritto dei cittadini di sapere quali dati il servizio estero conserva su di loro. Oggi la materia è regolata per rinvio alla disciplina generale della protezione dei dati; il progetto la sostituisce con una norma propria che introduce tre esclusioni categoriche, applicabili senza alcun bilanciamento caso per caso: i dati che rivelerebbero l’esistenza o il contenuto di partenariati con servizi stranieri, i dati la cui comunicazione minerebbe la funzionalità operativa del servizio, i dati che comprometterebbero la cooperazione internazionale. Accanto a queste restano quattro motivi di rifiuto soggetti a valutazione discrezionale. La cornice costituzionale è il diritto all’autodeterminazione informativa, che la Corte costituzionale ricava dall’articolo 2, primo comma, in combinazione con l’articolo 1 della Legge fondamentale; la Corte amministrativa federale ammette esclusioni categoriche là dove l’interesse dello Stato prevale in modo tipico e sistematico, per cui il bilanciamento individuale sarebbe una finzione. Il contesto politico è la crescita documentata dei tentativi di spionaggio stranieri, in primo luogo russi e cinesi, che il governo cita come giustificazione dell’intera riforma.
Gli autori giudicano la riforma difendibile come misura di efficienza, perché un servizio che deve motivare ogni rifiuto d’accesso rischia di rivelare, con la motivazione stessa, ciò che intende proteggere; contestano però due punti. Il primo: la relazione governativa esagera ciò che la Costituzione richiede e descrive le esclusioni come atti privi di discrezionalità, in tensione con la giurisprudenza secondo cui anche una categoria tipizzata lascia al servizio un margine di apprezzamento che deve essere esercitato e, se del caso, controllato dal giudice. Il secondo: il testo introduce le cosiddette risposte Glomar, dal nome della nave americana per cui la formula fu coniata, con cui il servizio né conferma né smentisce di possedere dati sul richiedente; una tecnica che toglie al cittadino anche la certezza negativa di non essere sorvegliato e che la Corte europea dei diritti dell’uomo ha messo in dubbio in un caso svedese. Le proposte al Bundestag sono precise: distinguere la «funzionalità» del servizio dal generico disturbo operativo, per evitare che ogni richiesta scomoda venga respinta; chiarire che la discrezionalità costituzionale sopravvive alle esclusioni; prevedere una riforma parallela per l’Ufficio per la protezione della Costituzione, che altrimenti resterebbe con un regime diverso; ripensare le risposte Glomar alla luce della giurisprudenza di Strasburgo. Il contributo è tecnico ma decisivo per capire dove la riforma sposta il confine fra segreto e trasparenza; non affronta i poteri operativi, oggetto delle altre voci di questa sezione.
Il Bundestag sulla riforma dei servizi: tra «distruggere» e «correggere»
Bundestagsdebatte zur Geheimdienstreform: Zwischen Schreddern und Nachbessern
netzpolitik.org · Anna Biselli · 24 settembre 2026 · Portale specialistico · Resoconto parlamentare
Il 24 settembre il Bundestag discute in prima lettura la riforma del diritto dei servizi di informazione, un pacchetto di oltre seicento pagine che riscrive le leggi sul Bundesnachrichtendienst, sull’Ufficio per la protezione della Costituzione e sul controllo parlamentare. La ministra della Cancelleria Nina Warken la presenta come «la più grande revisione del diritto dei servizi del nostro Paese»; il ministro dell’Interno Alexander Dobrindt ne sintetizza la filosofia con una formula destinata a far discutere: «dai servizi di informazione nascono veri servizi segreti». I contenuti, ricostruiti da netzpolitik.org, sono i seguenti. Il servizio estero potrà analizzare immagini con sistemi di intelligenza artificiale, raccogliere in massa dati dalle reti internet e armare i propri agenti all’estero, senza facoltà di uso letale. Il servizio interno potrà entrare di nascosto nelle abitazioni per installare strumenti di sorveglianza, senza notifica successiva all’interessato e senza tutela giurisdizionale specifica. Le funzioni di controllo confluiscono in un nuovo Consiglio indipendente di controllo, dal quale viene escluso il Garante federale per la protezione dei dati; l’organo è composto in prevalenza da giuristi e privo, secondo i critici, di competenze tecniche. Il governo motiva l’urgenza con l’attacco con drone a Lipsia attribuito alla Russia e con un sospetto sabotaggio presso una base aerea.
Le posizioni espresse in aula tracciano il perimetro dello scontro che si aprirà in commissione. Clara Bünger, per la Linke, ricorda che il principio di separazione fra polizia e servizi è «eredità diretta dei crimini del fascismo tedesco» e della Gestapo, parla di «un apparato statale incontrollabile» e chiede di «distruggere» il testo, aggiungendo che una simile riforma arriva «proprio ora», mentre l’AfD si avvicina al governo di un Land, e che sarà quella a servirsene. Konstantin von Notz, dei Verdi e membro storico dell’organo di controllo parlamentare, distingue: riconosce l’esigenza di parità operativa del servizio estero con i partner alleati, che oggi ricevono dalla Germania meno di quanto le danno, ma definisce «esagerati» i piani per il servizio interno e prevede che finiranno davanti alla Corte costituzionale. Daniel Baldy, per la SPD, difende la riforma come risposta «corretta» al terrorismo e agli Stati ostili, Russia e Cina, ma segnala lacune sulla tutela dei giornalisti, delle fonti e sul controllo parlamentare, e annuncia correzioni in commissione. Il consenso, osserva l’autrice, esiste sul servizio estero e manca sul servizio interno; il governo, avendo legato i due pacchetti in un solo testo, si espone al rischio che la resistenza sul secondo blocchi anche il primo. Seguiranno l’esame in commissione Interni e un’audizione di esperti, con il termine del 31 dicembre 2026 imposto dalla Corte costituzionale per la nuova disciplina della sorveglianza. La Gesellschaft für Freiheitsrechte e il Garante giudicano minata «l’intera architettura costituzionale delle autorità di sicurezza».
La scelta delle armi: il voto nei Länder letto dal fronte del sostegno all’Ucraina
Ukraine und Landtagswahlen: Wahl der Waffen
taz · Yelizaveta Landenberger · 23 settembre 2026 · Testata giornalistica · Commento
La taz legge i risultati del 20 settembre dal punto di vista della politica verso l’Ucraina e della sicurezza europea, un angolo che il dibattito sulle coalizioni ha lasciato in ombra. Il dato di partenza è che nei nuovi parlamenti regionali siederanno «molti comprensivi verso la Russia»: un berlinese su sei ha votato AfD, la campagna elettorale è stata accompagnata da un’attività di disinformazione russa che l’autrice definisce senza precedenti, con falsi siti di notizie e campagne coordinate sui social, e il Bündnis Sahra Wagenknecht, pur restando sotto il 5 per cento in entrambi i Länder, ha spostato il dibattito verso la richiesta di trattative con Mosca. Manuela Schwesig ammette che la SPD del Meclemburgo ha perso elettori contrari agli aiuti a Kiev, e che una parte del suo elettorato tradizionale è passata all’AfD proprio su questo tema. L’autrice critica la stessa Schwesig per il passato di sostenitrice del gasdotto Nord Stream 2 e per l’evasività mostrata nelle inchieste sulla fondazione per il clima creata dal Land per aggirare le sanzioni americane; critica la Linke per l’opposizione alle forniture d’armi, riaffermata nell’estate dal capogruppo berlinese Pantisano, che si è espresso contro ogni ulteriore consegna. La tesi è che il voto regionale abbia un effetto federale: più influenza della Linke nel Bundesrat e nel dibattito nazionale significa meno sostegno militare all’Ucraina, e più spazio a chi chiede una «pace» alle condizioni di Mosca.
L’argomento si chiude con una formula netta: «i missili russi non si fermano con belle parole, solo con altri missili». Il commento non porta dati oltre a quelli elettorali, ma collega tre fatti che altrove restano separati: la crescita di partiti ostili agli aiuti militari, la vulnerabilità dell’opinione pubblica orientale alla propaganda russa e la possibilità che una coalizione berlinese con la Linke condizioni le posizioni della SPD nazionale, che nel governo federale deve invece sostenere la linea di Pistorius. La convergenza con la ricerca è parziale: il sondaggio del centro di sociologia militare della Bundeswehr, sintetizzato nella sezione dedicata alla difesa, mostra che la percezione della Russia come minaccia militare scende dal 71 al 66 per cento in un anno e che gli elettori dell’AfD sono l’unico gruppo in cui la guerra in Ucraina non è considerata una minaccia dalla maggioranza; conferma quindi l’esistenza di un elettorato «comprensivo», ma anche che resta minoritario nel Paese. Per il lettore italiano il pezzo documenta come la politica estera entri nel calcolo delle coalizioni regionali tedesche, con la Linke che chiede di escludere le commesse militari ai cantieri del Meclemburgo come condizione per governare con la SPD, un fenomeno che la copertura italiana della Germania tende a ignorare. Il limite è il registro polemico, che semplifica le posizioni interne alla Linke e non distingue fra pacifismo di principio e filorussismo.
3. Industria della difesa e questioni militari
Quadro analitico
La settimana militare tedesca è fatta di fatti più che di dibattito. Il 18 settembre il ministro Pistorius riceve a Fort Worth il primo dei 35 F-35A destinati a sostituire i Tornado nella partecipazione nucleare della NATO; lo stesso giorno il Ministero pubblica i dati sull’organico, 186.356 militari al 31 agosto, con un calo stagionale dei volontari e un balzo dei contratti brevi introdotti dal nuovo servizio militare; il 19 il capo di stato maggiore Carsten Breuer viene eletto futuro presidente del Comitato militare dell’Alleanza, dove succederà all’italiano Giuseppe Cavo Dragone; il 23 la commissione Bilancio del Bundestag autorizza una serie di programmi d’armamento sopra i 25 milioni di euro, dai missili AMRAAM e Meteor alla difesa aerea per le fregate della classe F125. La voce analitica della sezione è il sondaggio annuale del centro di sociologia militare della Bundeswehr: fiducia record nelle forze armate all’87 per cento, sostegno alla difesa del territorio al 94, favore per la nuova leva volontaria al 59, ma una disponibilità personale a servire nelle forze armate che resta fra il 23 e il 29 per cento e un calo, dal 64 al 58, di chi vuole ancora più spesa. La tensione che attraversa la sezione è fra un consenso politico al riarmo ormai trasversale e i limiti materiali e umani della sua attuazione: l’obiettivo di 190.000 militari nel 2027, la dipendenza dagli Stati Uniti per il velivolo che porterà le armi nucleari, la domanda se il volontariato basti. Le affiliazioni: il ZMSBw è un ente del Ministero della Difesa; Augen geradeaus! è il blog indipendente del giornalista Thomas Wiegold; hartpunkt è un portale specialistico indipendente sulla difesa.
Quanto è pronta a difendersi la società tedesca: il sondaggio del ZMSBw per il 2026
Zentrum für Militärgeschichte und Sozialwissenschaften der Bundeswehr (ZMSBw), Forschungsbericht 140 · Timo Graf · 21 settembre 2026 · Istituto di ricerca della Bundeswehr · Rapporto di ricerca (sondaggio)
Il rapporto è l’indagine rappresentativa annuale del centro di sociologia militare delle forze armate, in serie ininterrotta dal 1996 e quindi la fonte più lunga sull’atteggiamento dei tedeschi verso la difesa. La rilevazione del 2026 si basa su 2.232 interviste personali della durata di circa un’ora, condotte fra il 20 aprile e il 24 maggio presso residenti di lingua tedesca dai 16 anni in su, con un tasso di risposta del 39 per cento. L’autore organizza l’analisi intorno a un modello a piramide con tre livelli: alla base la percezione della minaccia, al centro il sostegno alla politica di difesa, al vertice la disponibilità all’impegno personale; e sostiene che i dubbi, diffusi nel dibattito pubblico, sulla «prontezza» della società tedesca non trovino riscontro ai primi due livelli. La fiducia nella Bundeswehr sale all’87 per cento, tre punti in più del 2025, seconda soltanto a quella nella polizia, all’89; l’immagine complessiva è positiva per l’84 per cento; l’83 per cento considera le forze armate «parte normale della società», cinque punti in più. La difesa del territorio nazionale contro un attacco militare raccoglie il 94 per cento di sostegno, con un balzo di otto punti; la NATO è ritenuta necessaria alla sicurezza del Paese dal 76 per cento; il 79 approva l’aiuto militare a un alleato attaccato e il 55 un intervento tedesco a difesa di un membro orientale dell’Alleanza. Il 58 per cento vuole che gli Stati Uniti restino coinvolti nella sicurezza europea, benché la fiducia nell’alleato americano sia descritta come «danneggiata».
Le variazioni rispetto al 2025 segnalano un assestamento dopo il picco di allarme degli anni precedenti. La Russia è percepita come minaccia militare dal 66 per cento, contro il 71 dell’anno prima; scomponendo per aspetti, il 70 per cento teme gli attacchi informatici, il 66 il riarmo russo, il 63 la politica estera del Cremlino, il 60 la guerra in Ucraina. Gli elettori dell’AfD sono l’unico gruppo in cui la guerra in Ucraina non è considerata una minaccia dalla maggioranza, con il 41 per cento; gli elettori della Linke sono i più critici sulla spesa, con il 38 per cento a favore di ulteriori aumenti. Nel complesso il sostegno a una spesa per la difesa ancora più alta scende dal 64 al 58 per cento, mentre il 29 la vuole invariata e il 9 ridotta; la richiesta di più personale resta al 64. Il nuovo servizio militare, volontario con rilevazione obbligatoria, raccoglie il 59 per cento di accettazione, sei punti in più, e il 52 per cento vuole che valga per uomini e donne; fra i giovani dai 16 ai 29 anni lo ritiene necessario il 50 per cento dei maschi e il 40 delle femmine, e il 20 per cento dei giovani uomini considera una carriera militare. La disponibilità personale resta il vertice stretto della piramide: a difendere il Paese con le armi in caso di attacco sarebbe pronto il 53 per cento degli uomini e il 15 delle donne; fra il 23 e il 29 per cento si impegnerebbe nelle forze armate, il 49 nella protezione civile, il 44 in ambito sanitario, il 28 nei settori economici rilevanti per la difesa. Non emergono divari significativi fra Est e Ovest, salvo una lieve sottostima della minaccia russa nei Länder orientali. L’autore legge il divario fra sostegno politico e impegno individuale come un tratto strutturale di ogni società democratica, osservabile anche in Ucraina, e non come un deficit da correggere; il rapporto non contiene raccomandazioni. La rappresentatività è limitata alla popolazione germanofona residente in famiglie private.
Organico della Bundeswehr ad agosto: 186.356 militari, calo dei volontari, boom dei contratti brevi
Personalstärke August 2026: Leichter Rückgang, mit über 186.000 weiter im „Zielkorridor”
Augen geradeaus! · Thomas Wiegold · 18 settembre 2026 · Blog specialistico · Analisi di dati ufficiali
Il blog di Thomas Wiegold, punto di riferimento del giornalismo tedesco sulle forze armate, analizza i dati mensili sull’organico pubblicati dal Ministero della Difesa il 18 settembre. Al 31 agosto 2026 la Bundeswehr conta 186.356 militari, circa 350 in meno rispetto a luglio ma circa 4.000 in più rispetto allo stesso mese del 2025, e resta dentro il «corridoio obiettivo» fissato dalla legge sul nuovo servizio militare, che prevede una crescita graduale verso i 190.000 nel 2027 e oltre nel decennio. La composizione: 61.627 militari di carriera, 113.378 a ferma lunga, 5.796 a ferma breve, fra i 12 e i 23 mesi, e 5.555 volontari con contratti da 6 a 11 mesi; per grado, 24.190 ufficiali, 91.540 sottufficiali e 54.700 di truppa; le donne sono 25.439, pari al 13,6 per cento; i dipendenti civili 81.751. Il calo mensile si concentra nei volontari a breve termine, per le uscite stagionali di fine estate verso l’università e la formazione professionale, e non riguarda il personale di carriera. Il dato più significativo è la crescita dei contratti di ferma breve, saliti da circa 2.000 in febbraio a oltre 5.500 in agosto: è il primo effetto misurabile del nuovo modello di servizio, che offre ai giovani un periodo di uno o due anni con retribuzione piena come porta d’ingresso.
Sul fronte del reclutamento il Ministero comunica per l’anno in corso 85.000 colloqui di orientamento, 53.100 domande di arruolamento, il 28 per cento in più, e 17.000 assunzioni, il 13 per cento in più; ai giovani sono stati inviati 451.400 questionari di rilevazione, il passaggio obbligatorio introdotto dalla riforma per censire la disponibilità delle nuove coorti. Una risposta del governo a un’interrogazione parlamentare, riportata da Wiegold, indica che circa un terzo dei candidati sottoposti a visita nel secondo trimestre del 2026 è stato giudicato non idoneo: un dato che ridimensiona le domande in assunzioni effettive e che alimenta il dubbio sulla qualità del bacino. L’obiettivo per il 2027 è di 190.000 militari, con una crescita netta di circa 4.000 all’anno che il ritmo attuale consente appena. La discussione fra i lettori esperti del blog, che l’autore non tronca perché la considera parte del suo prodotto, verte sulla domanda se il volontariato basti o se la leva obbligatoria sia il passo successivo, come lo stesso commissario parlamentare per le forze armate aveva ipotizzato nel rapporto annuale di marzo. L’analisi non contiene giudizi propri oltre alla lettura dei numeri, ma è la fonte più affidabile per seguire mese per mese l’attuazione della riforma. Poiché il Ministero non pubblica più il rapporto semestrale sulla prontezza operativa dei principali sistemi d’arma, sostituito da un quadro riservato trasmesso al Bundestag, i dati sul personale restano l’unico indicatore pubblico regolare della crescita della Bundeswehr.
Consegnato alla Bundeswehr il primo F-35A: la partecipazione nucleare della NATO cambia velivolo
Fürs Archiv: Erster US-Jet F-35 an die Bundeswehr übergeben
Augen geradeaus! · Thomas Wiegold · 18 settembre 2026 · Blog specialistico · Notizia documentata
Il 18 settembre, negli stabilimenti Lockheed Martin di Fort Worth, in Texas, il ministro della Difesa Boris Pistorius riceve il primo dei 35 caccia F-35A ordinati dalla Germania, per un valore complessivo di circa 8,4 miliardi di dollari. Il blog documenta la cerimonia, riporta il discorso del ministro e ricostruisce il programma nel suo insieme. Otto velivoli resteranno negli Stati Uniti, dove gli equipaggi tedeschi saranno addestrati insieme a quelli americani; 27 saranno schierati in Germania, con consegne al ritmo di circa dieci all’anno per tre anni e mezzo. La base di destinazione è Büchel, nell’Eifel, dove gli F-35 sostituiranno i Tornado, in servizio dagli anni Ottanta, nel compito della partecipazione nucleare della NATO, cioè il trasporto delle bombe americane B61 custodite in Germania: è questo compito, per il quale l’Eurofighter non è certificato, ad aver determinato la scelta del velivolo americano. La cronologia decisionale è ricostruita con precisione: la decisione del governo Scholz risale al marzo 2022, poche settimane dopo l’invasione russa dell’Ucraina; l’autorizzazione all’esportazione da parte del governo americano è di luglio; il via libera della commissione Bilancio del Bundestag è del dicembre 2022, a valere sul fondo speciale da 100 miliardi di euro istituito con la modifica costituzionale della «svolta epocale». La consegna arriva dunque quattro anni e mezzo dopo la decisione, un tempo che il blog registra senza commento ma che dà la misura dei cicli dell’industria aeronautica.
Il valore del pezzo, oltre al fatto in sé, sta nel dibattito che lo segue nei commenti, che l’autore considera parte integrante del blog e che riflette con fedeltà le posizioni della comunità tedesca di esperti militari. Tre temi lo attraversano. Il primo è la dipendenza dagli Stati Uniti per un sistema d’arma la cui manutenzione, gli aggiornamenti del software e la catena logistica dei ricambi restano sotto controllo americano, in un momento in cui la fiducia nell’alleato è, secondo il sondaggio del centro di sociologia militare della Bundeswehr, «danneggiata» e in cui il dibattito europeo discute apertamente il rischio di un blocco delle forniture. Il secondo è la logistica di una flotta mista, con Eurofighter di tre tranche diverse, Tornado in dismissione e ora F-35, che moltiplica le linee di manutenzione e di addestramento. Il terzo è la domanda se l’ordine aggiuntivo di Eurofighter deciso nel 2024 sia da leggere come una copertura contro possibili interruzioni americane, tema che il Ministero non ha mai confermato. Il velivolo entra in una Bundeswehr che, secondo il Policy Brief del Kiel Institut pubblicato a inizio settembre, porterà la spesa per la difesa a circa 140 miliardi di euro nel 2027, con la quota degli acquisti di materiali salita dal 17 al 43 per cento del bilancio in cinque anni. Il blog non fornisce cifre sui costi operativi per ora di volo né sulla data di piena capacità operativa a Büchel, che dipenderà dal completamento delle infrastrutture di sicurezza richieste dagli americani.
La commissione Bilancio approva nuovi programmi d’armamento: missili, difesa aerea navale, elicotteri
Haushaltsausschuss gibt grünes Licht für neue Rüstungsvorhaben
hartpunkt · Redazione (lah) · 24 settembre 2026 · Portale specialistico · Notizia documentata
Nella seduta del 23 settembre la commissione Bilancio del Bundestag approva una serie di «proposte da 25 milioni», i contratti di valore superiore a quella soglia che il Ministero della Difesa deve sottoporre al Parlamento prima della firma. Il portale hartpunkt ne pubblica l’elenco completo, che dà un’immagine concreta delle priorità del riarmo. Per l’aeronautica sono autorizzati due lotti aggiuntivi di missili aria-aria a medio raggio AIM-120 AMRAAM, destinati sia agli F-35A sia agli Eurofighter e acquistati dagli Stati Uniti attraverso il canale governativo delle Foreign Military Sales, e due lotti speciali di missili Meteor per l’Eurofighter, destinati alle prove di integrazione con il nuovo radar a scansione elettronica. Per la marina viene approvata la versione navalizzata del sistema di difesa aerea IRIS-T SLM, che sarà installata sulle fregate della classe F125 per colmare una lacuna nota da anni nella loro capacità di autodifesa contro missili e droni. Per l’esercito la commissione autorizza l’aggiornamento del simulatore dell’elicottero da trasporto NH90, la fornitura di radio digitali per i veicoli da ricognizione Fennek nelle versioni 1A1 e 1A2, la seconda modifica contrattuale del programma di difesa aerea a corto raggio con moduli montati sul veicolo Boxer e container di addestramento, razzi da 70 millimetri per gli elicotteri da combattimento Tiger e per gli elicotteri leggeri, e i designatori laser Rattler XR della Elbit per le squadre congiunte di supporto di fuoco, che guidano le munizioni di precisione sul bersaglio.
Completano l’elenco la tecnologia di comunicazione sicura SINA, usata per il trattamento delle informazioni classificate, e la proroga del contratto SALIS per il trasporto aereo strategico con velivoli cargo pesanti noleggiati, che la Germania condivide con altri alleati. Il portale non riporta gli importi delle singole autorizzazioni, che il Ministero comunica di norma soltanto in forma aggregata a fine anno; l’ordine di grandezza complessivo di questa tornata resta perciò non verificato. Il valore del documento sta nel mostrare la routine con cui il riarmo tedesco procede: non attraverso grandi programmi annunciati in conferenza stampa, ma con una sequenza di autorizzazioni settimanali che completano sistemi già in servizio, riducono lacune di capacità note e adeguano munizionamento e sensori alle esigenze di un conflitto ad alta intensità. La concentrazione su missili e difesa aerea riflette la priorità che il Kiel Institut aveva individuato nel bilancio della difesa 2027, dove le sole munizioni valgono 9,65 miliardi di euro e sedici programmi sopra il miliardo assorbono l’83 per cento degli acquisti. Nessuna delle testate specialistiche raggiungibili ha pubblicato nella settimana analisi sul bilancio della difesa 2027, in esame nella stessa commissione fino alla seduta di chiusura del 12 novembre, né sul quadro riservato sulla capacità operativa che dal luglio 2026 sostituisce il rapporto pubblico sulla prontezza dei sistemi d’arma.
Breuer eletto futuro presidente del Comitato militare della NATO: un tedesco succede a un italiano
Bundeswehr-Generalinspekteur Breuer zum künftigen Chef des NATO-Militärausschusses gewählt
Augen geradeaus! · Thomas Wiegold · 19 settembre 2026 · Blog specialistico · Notizia documentata
Il 19 settembre i capi di stato maggiore della difesa dei Paesi della NATO, riuniti a Copenaghen, eleggono il generale Carsten Breuer, 61 anni, ispettore generale della Bundeswehr, futuro presidente del Comitato militare dell’Alleanza. Breuer entrerà in carica nell’estate del 2027 per un mandato di tre anni e succederà all’ammiraglio italiano Giuseppe Cavo Dragone, in carica dal gennaio 2025. È il sesto ufficiale tedesco alla guida dell’organo che riunisce i vertici militari dei trentadue Paesi membri, che consiglia il Consiglio Atlantico sulle questioni militari e che fa da cerniera fra la direzione politica e i due comandi strategici. La candidatura concorrente era quella della generale canadese Jennie Carignan, capo di stato maggiore delle forze armate del suo Paese; il blog non riporta l’esito numerico del voto, che la NATO non rende pubblico. Breuer resterà ispettore generale fino al passaggio di consegne, per cui la successione al vertice della Bundeswehr si aprirà in una fase delicata, con la riforma del servizio militare in attuazione, il bilancio 2027 in discussione e i nuovi documenti strategici, approvati in aprile, da tradurre in piani. I nomi che circolano per la successione, che Wiegold riporta come non ufficiali, sono quelli dei generali Christian Freuding, Alexander Sollfrank e Kai Stawitzki.
Il significato politico dell’elezione va oltre la carriera individuale. Breuer è l’ufficiale che ha coniato la formula della «Kriegstüchtigkeit», la capacità di condurre una guerra, come obiettivo che la Bundeswehr deve raggiungere entro il 2029, l’anno in cui secondo le valutazioni dei servizi tedeschi la Russia potrebbe essere in grado di attaccare un Paese della NATO; la sua scelta segnala che gli alleati riconoscono alla Germania un ruolo militare guida in Europa, coerente con la spesa per la difesa più alta del continente e con il ruolo di nazione quadro sul fianco orientale. Per l’Italia il passaggio è diretto: Cavo Dragone lascia a un tedesco la presidenza dell’organo militare in un momento in cui le posizioni di Roma e Berlino sull’Ucraina, sul livello di spesa e sulla politica industriale non sempre coincidono, e in cui la Germania, con il ritorno del suo ispettore generale a Bruxelles, rafforza la presenza nelle sedi decisionali dopo aver ottenuto anche la guida di comandi multinazionali. Il blog documenta il fatto senza analisi, e la questione della successione interna è riportata come voce non confermata; la data esatta del passaggio dipenderà dalla NATO e dalla scadenza del mandato di Cavo Dragone. La notizia si collega al sondaggio del centro di sociologia militare, secondo cui il 76 per cento dei tedeschi ritiene la NATO necessaria alla sicurezza del Paese e il 79 approva l’aiuto militare a un alleato attaccato.
4. Politica interna e questioni sociali
Quadro analitico
La sezione è dominata dalle conseguenze del voto del 20 settembre e dalla preparazione del governo dell’AfD in Sassonia-Anhalt. L’analisi elettorale della Konrad-Adenauer-Stiftung sul Meclemburgo-Pomerania Anteriore, scritta dalla fondazione del partito uscito distrutto dalle urne, descrive con i dati di flusso una «polarizzazione» in cui l’AfD diventa un polo e la SPD di Manuela Schwesig un partito pigliatutto anti-AfD che assorbe i partiti minori. La ricostruzione della taz sullo scandalo berlinese documenta i fatti che mettono a rischio la coalizione fra Linke, SPD e Verdi: le presenze di attivisti vicini a Hamas e di un patriarca del crimine organizzato alla festa della Linke, la sezione di Neukölln radicalizzata dopo il 7 ottobre, le condizioni poste dai partner. Due contributi guardano alla Sassonia-Anhalt: la taz chiede che cosa faranno i funzionari pubblici sotto un governo dell’AfD, fra obbligo di rimostranza e pensione anticipata; il Verfassungsblog dimostra che la proposta dell’AfD di commissioni parlamentari a dodici membri, che le darebbero un potere di veto che non ha in aula, viola il principio di specularità ed è impugnabile. Il Politbarometer del 25 settembre chiude con il quadro nazionale: AfD al 28 per cento, Unione al 21, cancelliere Merz al minimo storico, appena il 28 per cento convinto che porterà a termine le riforme. Le voci convergono sulla diagnosi, la marginalizzazione della CDU nell’Est e la fragilità delle coalizioni costruite contro l’AfD, e divergono sui rimedi. Le affiliazioni: la Konrad-Adenauer-Stiftung è la fondazione vicina alla CDU; la Forschungsgruppe Wahlen lavora per la televisione pubblica ZDF; la taz è un quotidiano di sinistra; il Verfassungsblog è ad accesso aperto.
Meclemburgo-Pomerania: l’AfD al 38 per cento e la CDU fuori dal Landtag, anatomia di un voto polarizzato
Wahlanalyse der Landtagswahl in Mecklenburg-Vorpommern am 20. September 2026
Konrad-Adenauer-Stiftung, Monitor Wahl- und Sozialforschung · Viola Neu, Sabine Pokorny · 22 settembre 2026 · Fondazione politica (CDU) · Analisi elettorale
L’analisi della fondazione vicina alla CDU, pubblicata due giorni dopo il voto sulla base dei risultati provvisori e dei sondaggi del giorno delle elezioni di Infratest dimap e Forschungsgruppe Wahlen, ricostruisce un esito senza precedenti nella storia della Repubblica federale. L’AfD ottiene il 38,2 per cento dei voti, 21,5 punti in più rispetto al 2021, e 32 seggi su 71; la SPD il 35,5 per cento, 4,1 in meno, e 29 seggi; la Linke il 6,5 per cento e cinque seggi; i Verdi il 5,7 e cinque seggi; la CDU il 4,9 per cento, 8,4 in meno, e per la prima volta nella sua storia non entra in un parlamento regionale; il Bündnis Sahra Wagenknecht si ferma al 4,8, la FDP all’1,0. L’affluenza raggiunge il 78,1 per cento, 7,3 punti in più, la seconda più alta mai registrata nel Land. I flussi di voto spiegano il meccanismo: l’AfD guadagna 198.000 voti netti, di cui 66.000 da ex astenuti, 48.000 dalla SPD, 32.000 dalla CDU e 16.000 dalla FDP; la CDU perde circa 72.000 voti, 32.000 verso l’AfD e 25.000 verso la SPD, schiacciata dai due poli. I profili sociali sono nitidi: l’AfD raccoglie il 44 per cento fra gli uomini e il 33 fra le donne, il 53 fra gli operai, fra il 45 e il 49 fra chi ha titoli di studio bassi o medi; la SPD il 52 per cento fra gli over settanta e fra il 38 e il 42 fra i laureati. Solo l’11 per cento degli elettori giudica buona la situazione economica del Land, contro il 25 del 2016; i temi decisivi sono stati il costo della vita e i salari per il 33 per cento, la scuola per il 21, economia e lavoro per il 13.
La tesi delle autrici è che il Land mostri «tendenze alla polarizzazione», a differenza della frammentazione osservata a Berlino: l’AfD si è costituita come polo, e la SPD di Manuela Schwesig, indicata come presidente preferita dal 60 per cento degli elettori con un premio personale di 1,3 punti sulla scala di gradimento, si è trasformata in un partito pigliatutto contro l’AfD, che ha «macinato» i partiti minori a cominciare dalla CDU, il cui candidato Daniel Peters era conosciuto soltanto dal 12 per cento degli intervistati e che non superava il 10 per cento di competenza attribuita su quasi nessun tema. La SPD è ritenuta più competente su economia e giustizia sociale, con il 34–36 per cento; l’AfD sull’asilo, con il 43. Nonostante il record, l’AfD cresce di soli 3,2 punti rispetto al voto federale del febbraio 2025, segno che il suo bacino si è stabilizzato più che ampliato. Il 59 per cento degli elettori dichiara di aver deciso sulla base della politica regionale e non di quella federale, un dato che le autrici usano per relativizzare l’effetto Merz. Le preoccupazioni sono distinte per elettorato: il 90 per cento degli elettori dell’AfD teme il cambiamento culturale legato all’immigrazione, il 78 di quelli della CDU l’espansionismo russo. L’analisi è descrittiva, non contiene proiezioni sulla coalizione, si basa su dati provvisori e proviene dalla fondazione del partito sconfitto; il tono resta però rigoroso e i dati sono quelli degli istituti demoscopici indipendenti.
Che cosa c’è di vero nelle accuse alla Linke di Berlino: la ricostruzione dello scandalo
Debatte nach Wahlsieg: Was dran ist an den Vorwürfen gegen die Linke Berlin
taz · Anne Fromm, Konrad Litschko · 25 settembre 2026 · Testata giornalistica · Inchiesta
Cinque giorni dopo la vittoria della Linke a Berlino, due cronisti della taz ricostruiscono i fatti che rischiano di far saltare la coalizione con SPD e Verdi prima ancora che le trattative comincino. Alla festa elettorale nel quartiere di Neukölln, la sera del 20 settembre, compaiono due figure che gli avversari politici trasformano subito in simbolo: Ibrahim Ibrahim, attivista che l’Ufficio per la protezione della Costituzione collega a Hamas e al Fronte popolare per la liberazione della Palestina, e che secondo diverse fonti avrebbe mobilitato le comunità arabe del quartiere a favore della Linke; e Issa Remmo, patriarca del clan omonimo, noto per i furti nei musei berlinesi e per il riciclaggio, mai condannato personalmente. Nei giorni successivi emergono i messaggi scambiati su Instagram fra il deputato Ferat Koçak, volto noto della sinistra migrante, e Firas Remmo, figlio del patriarca, che lo chiama «fratello». Il contesto, ricostruito dagli autori, è la sezione di Neukölln, che dopo il 7 ottobre 2023 ha registrato un afflusso di iscritti politicizzati dalla guerra di Gaza: il suo gruppo di lavoro sulla Palestina giustifica la «resistenza armata», e due neoelette al parlamento regionale hanno collaborato con figure controverse. La capolista Elif Eralp si dice «scioccata» per l’esibizione, a un evento del partito, del rapper Dahabflex, che ha inneggiato alla morte dei soldati israeliani e al Fronte popolare; la sezione di Neukölln liquida però ogni addebito come «colpa per contatto».
Le conseguenze politiche sono immediate e concrete. SPD e Verdi chiedono, come condizione per aprire le trattative, impegni espliciti contro l’antisemitismo e garanzie strutturali che la frazione di Neukölln non possa decidere la tenuta della coalizione; alcuni negoziatori indicano la necessità di un cuscinetto di quindici seggi oltre la maggioranza, per non dipendere dai deputati radicali. I diretti interessati non mostrano alcuna volontà di compromesso: una consigliera contesta la propria espulsione, una neoeletta dichiara di preferire «l’opposizione di principio» al governo, e Koçak, dopo essersi scusato, si limita a sospendere il proprio lavoro in commissione. Il presidente della CSU Markus Söder minaccia di tagliare i fondi federali alla capitale se governerà con «estremisti». Gli autori riportano anche la lettura diffusa all’interno della Linke, secondo cui la campagna sarebbe un pretesto per bloccare il programma di socializzazione delle grandi società immobiliari, il vero terreno di scontro con gli interessi economici della città; e ricordano che il Bundestag ha dedicato al caso un dibattito d’attualità il 23 settembre, in cui il decano della Linke Gregor Gysi ha ammesso che «alcuni membri esagerano nettamente la critica a Israele». L’inchiesta non prende posizione e per questo è la base fattuale più completa fra le fonti accessibili: mostra che il conflitto non riguarda l’antisemitismo come accusa astratta, ma la governabilità di un partito la cui sezione più forte rifiuta la disciplina di coalizione. Il seguito è il congresso straordinario del 25 settembre, chiamato ad autorizzare le esplorazioni con SPD e Verdi.
Resistenza o pensione: che cosa faranno i funzionari della Sassonia-Anhalt sotto un governo dell’AfD
AfD und Beamte: Widerstand oder Ruhestand
taz · Benno Stieber · 23 settembre 2026 · Testata giornalistica · Analisi
Mentre a Magdeburgo si prepara la seduta costitutiva del Landtag in cui l’AfD dispone di 39 seggi su 83, la taz pone una domanda che il dibattito sul divieto del partito ha trascurato: come si comporterà l’amministrazione pubblica del Land se l’AfD formerà il governo, come è probabile dopo il rifiuto di tutti gli altri partiti di collaborare con essa e l’apertura del solo Bündnis Sahra Wagenknecht. Gli strumenti giuridici a disposizione dei funzionari esistono e l’autore li elenca. Il diritto della funzione pubblica prevede la rimostranza, l’obbligo per il dipendente di contestare per iscritto al superiore un ordine che ritiene illegittimo e, se l’ordine è confermato, di rivolgersi al livello successivo, con la conseguenza che l’esecuzione di un atto palesemente illegale resta comunque punibile. La legge del 2023 sulla tutela dei segnalanti consente inoltre di denunciare irregolarità al di fuori della catena gerarchica, presso organismi esterni. Un dato gioca a favore della tenuta: soltanto il 38 per cento dei dipendenti pubblici del Land ha votato AfD, la quota più bassa fra tutte le categorie professionali, contro il 43,8 dell’elettorato nel suo insieme. Ma l’autore è scettico. La cultura burocratica tedesca premia l’obbedienza e la lealtà verso il governo in carica, e la sostituzione del personale dirigente, come mostrano le ricerche comparate che cita, incluse quelle sul caso israeliano, è «un metodo collaudato dei regimi autoritari» per piegare un’amministrazione senza bisogno di cambiare le leggi. Il capo dell’AfD regionale Ulrich Siegmund ha già annunciato l’intenzione di sostituire fino a 200 dirigenti, un numero ben superiore alla normale rotazione a inizio legislatura.
La conclusione è che la resistenza istituzionale sarà minoritaria: molti funzionari sceglieranno «l’emigrazione interna o la pensione», cioè l’adempimento passivo o l’uscita anticipata, lasciando spazio a nomine di fedeltà, e i pochi che si opporranno lo faranno a costo della carriera. L’analisi non cita casi concreti già avvenuti, perché il governo non è ancora formato, e non discute il ruolo della giustizia amministrativa, che in Germania è il vero contrappeso alle decisioni illegittime e che potrebbe essere investita dai funzionari stessi; non affronta nemmeno il ruolo dei sindacati del pubblico impiego. Il suo valore sta nell’aprire un fronte che le altre fonti della settimana toccano solo di sponda: la dimensione amministrativa dell’arrivo al potere dell’AfD, che passa più dalla gestione del personale, dai bilanci delle scuole e dai fondi alle associazioni che da atti eclatanti o incostituzionali. Il pezzo va letto insieme all’analisi giuridica del Verfassungsblog sulle commissioni del Landtag, che mostra come l’AfD cerchi fin dai primi giorni di trasformare la maggioranza relativa in potere di veto, e alla ricerca finanziata dalla Hans-Böckler-Stiftung sulle 822 interrogazioni con cui i gruppi dell’AfD hanno già esercitato pressione sul lavoro sociale nei parlamenti di Turingia e Meclemburgo fra il 2020 e il 2025. Per il lettore italiano è un’introduzione al problema della «cattura» dell’amministrazione, che l’esperienza ungherese e polacca ha reso familiare e che la Germania affronta ora per la prima volta a livello di Land.
Specchio deformato: perché le commissioni a dodici membri volute dall’AfD in Sassonia-Anhalt sono incostituzionali
Verzerrtes Spiegelbild: Verfassungsrechtliche Grenzen für die Festlegung der Ausschussgröße
Verfassungsblog · Robert Böttner · 22 settembre 2026 · Piattaforma accademica · Analisi giuridica
Il costituzionalista dell’Università di Halle-Wittenberg analizza la prima mossa dell’AfD nel nuovo parlamento della Sassonia-Anhalt, eletto il 6 settembre. Con 39 seggi su 83, ottenuti con il 43,8 per cento dei voti, il partito dispone del 47 per cento dei seggi ma non della maggioranza assoluta, che è a 42; gli altri quattro partiti democratici, CDU, Linke, Verdi e SPD, ne hanno insieme 39, e il Bündnis Sahra Wagenknecht, con cinque seggi, è l’ago della bilancia. In questa situazione l’AfD propone che le commissioni parlamentari abbiano dodici membri anziché undici o tredici. L’aritmetica è il cuore della questione: con dodici membri l’AfD ne avrebbe sei, il 50 per cento, e quindi un potere di blocco su ogni decisione delle commissioni che in aula non possiede; con undici ne avrebbe cinque, il 45,5 per cento, vicino alla sua forza reale; con tredici ne avrebbe sei su tredici, il 46 per cento. Il principio in gioco è la Spiegelbildlichkeit, la regola per cui le commissioni devono rispecchiare fedelmente la composizione del plenum, che la Corte costituzionale federale ha ricavato dall’uguaglianza del voto e dallo status paritario dei deputati in due sentenze di riferimento, nel 1989 e nel 2004, e che la costituzione del Land rafforza all’articolo 48, secondo comma, con la garanzia dei diritti dell’opposizione. Una commissione in cui la minoranza parlamentare può bloccare la maggioranza rovescia, secondo l’autore, il principio democratico, perché è nelle commissioni che si svolge il lavoro legislativo effettivo e che si decidono le audizioni e gli emendamenti.
Böttner affronta il precedente contrario, una sentenza della Corte costituzionale bavarese del 2009 che tollerò una distorsione analoga in nome dell’autonomia organizzativa del Parlamento, e ne prende le distanze: la giurisprudenza federale successiva ha rafforzato il vincolo di specularità, e una «possibilità di blocco distruttiva», che consente a una minoranza di paralizzare l’attività legislativa, non è coperta dall’autonomia regolamentare, che serve a organizzare il lavoro e non a ridistribuire il potere. La conclusione è che la proposta è impugnabile davanti alla Corte costituzionale del Land con un procedimento fra organi, e i fatti seguono l’analisi: secondo il portale giuridico beck-aktuell del 25 settembre, Verdi e SPD valutano il ricorso nel caso in cui il Bündnis Sahra Wagenknecht voti con l’AfD, come sembra probabile visto che è l’unico partito ad aver aperto un dialogo con essa; il consiglio provvisorio degli anziani si è riunito il 25 settembre e la decisione sul regolamento è attesa il 6 ottobre, alla seduta costitutiva. Il contributo è breve, tecnico e tempestivo, e mostra come il controllo di costituzionalità stia diventando lo strumento concreto con cui i partiti democratici cercano di contenere un’AfD forte ma priva di maggioranza assoluta, prima ancora che si ponga la questione del governo. Per il lettore italiano è un caso di scuola sui limiti giuridici che un ordinamento federale oppone alla maggioranza relativa, e un esempio dell’uso preventivo della dottrina costituzionale nel dibattito politico tedesco.
Politbarometer: AfD al 28 per cento, Merz al minimo storico, dubbi sul corso delle riforme
Forschungsgruppe Wahlen per ZDF · Forschungsgruppe Wahlen · 25 settembre 2026 · Istituto demoscopico · Sondaggio
Il Politbarometer di fine settembre, rilevato fra il 22 e il 24 del mese su un campione di 1.346 elettori intervistati per telefono e online, fotografa il Paese nella settimana successiva al doppio voto regionale. Nella proiezione, che corregge le intenzioni di voto grezze in base alla probabilità di partecipazione e alle tendenze di lungo periodo, l’AfD sale al 28 per cento, un punto in più rispetto alla rilevazione precedente, mentre la CDU/CSU scende al 21, un punto in meno; la SPD è al 13, in lieve recupero, i Verdi al 14, la Linke al 12, la FDP al 3 e gli altri partiti sommano il 9 per cento. Con sette punti di vantaggio sull’Unione, l’AfD è stabilmente il primo partito nei sondaggi nazionali. Il giudizio sul governo è il peggiore della legislatura: il 74 per cento degli intervistati si dichiara insoddisfatto del lavoro della coalizione fra Unione e SPD, il 20 per cento soddisfatto. Friedrich Merz tocca il minimo storico nella scala di gradimento che va da meno cinque a più cinque, con un punteggio di meno 1,9 e il 79 per cento di giudizi negativi; soltanto il 31 per cento crede che resterà cancelliere fino alla fine della legislatura nel 2029, e soltanto il 28 ritiene che riuscirà a portare a termine le riforme annunciate, contro il 67 che ne dubita. In testa alla classifica dei dieci politici più importanti resta il ministro della Difesa Boris Pistorius con più 1,4, seguito da Cem Özdemir con più 0,9 e dal ministro degli Esteri Johann Wadephul con più 0,4; in coda, dopo Merz, la leader dell’AfD Alice Weidel con meno 2,4.
Due rilevazioni tematiche completano il quadro. Lo sconto sui carburanti approvato dal Parlamento nella stessa settimana raccoglie il 50 per cento di favorevoli e il 44 di contrari, con il 63 per cento di contrari fra gli elettori dei Verdi; ma il 78 per cento ritiene che il governo faccia troppo poco contro i prezzi dell’energia, e questo spiega perché la coalizione abbia scelto una misura che la ricerca economica giudica inefficace: la domanda di intervento è molto più forte del giudizio sul singolo strumento. Sulle decisioni di incompatibilità della CDU, il 59 per cento appoggia il rifiuto di ogni cooperazione con l’AfD e soltanto il 38 il rifiuto di cooperare con la Linke; la doppia chiusura verso destra e verso sinistra, difesa dal cancelliere, è quindi asimmetrica nell’opinione pubblica, che considera i due partiti in modo diverso. Il margine di errore è di circa tre punti. La rilevazione precede di poche ore la chiusura di questa rassegna e va letta come istantanea, non come tendenza: conferma che la sconfitta del 20 settembre non ha prodotto alcun effetto di compattamento intorno al cancelliere, come talvolta accade dopo una crisi, e che il problema di consenso della coalizione riguarda insieme la persona di Merz, il metodo di governo e il contenuto delle riforme. La pagina della Forschungsgruppe Wahlen non era raggiungibile al momento della chiusura; il collegamento rimanda al comunicato ufficiale della ZDF, che riporta integralmente i dati.
5. Questioni economiche e finanziarie
Quadro analitico
La settimana economica è segnata da una revisione al rialzo delle previsioni e da un giudizio severo sulla finanza pubblica. La diagnosi congiunta d’autunno, il documento previsionale che il governo utilizza per la propria proiezione e per il bilancio, porta la crescita del 2026 all’1,3 per cento ma intitola il capitolo di politica economica «finanza pubblica fuori rotta»: il sentiero di spesa non è compatibile con le regole europee nemmeno applicando la clausola per la difesa, e il debito continuerà a salire fino al 2031. L’istituto di ricerca dell’Agenzia federale del lavoro mostra il rovescio della ripresa: 208.000 occupati in meno nel 2026 nonostante la crescita, con il potenziale di forza lavoro in calo per la prima volta per ragioni demografiche. L’analisi di Enzo Weber e Yasemin Yilmaz ne spiega il meccanismo: l’industria perde posti non per licenziamenti ma per mancate assunzioni, e la difesa è l’unico comparto che assume. La Bundesbank certifica il terzo anno consecutivo di utili elevati per le banche, 52,3 miliardi di euro, con un credito alle imprese che non riparte. Sulla decisione politica della settimana, lo sconto sui carburanti da circa 2,5 miliardi approvato il 25 settembre, il DIW documenta che il precedente sconto ha lasciato oltre 200 milioni alle compagnie petrolifere e propone trasferimenti diretti alle famiglie. Le convergenze sono forti: tutte le voci descrivono una ripresa su base stretta, sostenuta dalla spesa pubblica, con problemi strutturali di offerta di lavoro, energia e investimenti privati. Le affiliazioni: gli istituti della diagnosi congiunta sono enti Leibniz e l’ifo, su mandato del Ministero dell’Economia; l’IAB è l’istituto dell’Agenzia federale del lavoro; il DIW è un istituto Leibniz di orientamento keynesiano; la Bundesbank è la banca centrale; Makronom è una rivista indipendente di politica economica.
Ripresa con problemi strutturali, finanza pubblica fuori rotta: la diagnosi congiunta d’autunno
Aufschwung mit Strukturproblemen – Finanzpolitik auf Abwegen. Gemeinschaftsdiagnose Herbst 2026
Projektgruppe Gemeinschaftsdiagnose (DIW Berlin, ifo, Kiel Institut, IWH Halle, RWI Essen) · Projektgruppe Gemeinschaftsdiagnose · 24 settembre 2026 · Istituti di ricerca economica su mandato del governo federale · Rapporto di previsione
La 153ª diagnosi congiunta degli istituti di ricerca economica, commissionata dal Ministero dell’Economia e dell’Energia e base della proiezione autunnale del governo, chiusa il 17 settembre e pubblicata il 24 sotto embargo, rivede nettamente al rialzo le previsioni per la Germania: prodotto interno lordo reale in crescita dell’1,3 per cento nel 2026, 0,7 punti in più rispetto alla primavera, dell’1,1 nel 2027, 0,2 in più, e dello 0,4 nel 2028. Con il 2026 il prodotto supera per la prima volta il livello precedente la crisi energetica del 2022. La revisione deriva da un primo semestre più dinamico del previsto, trainato dalle esportazioni e dalla produzione industriale nel boom mondiale degli investimenti in intelligenza artificiale, dal forte consumo pubblico e da una revisione statistica dei conti nazionali che ha reso meno grave la recessione del 2023–2024; in senso contrario agisce lo shock energetico legato al conflitto nel Golfo, con il greggio sopra i 100 dollari al barile e il gas liquefatto raddoppiato di prezzo in Europa. La produzione industriale è calata «sensibilmente» in luglio, per i bassi livelli dei fiumi e la perdita di potere d’acquisto. L’inflazione è prevista al 2,8 per cento nel 2026, al 3,2 nel 2027 e al 2,0 nel 2028; la disoccupazione scende dal 6,4 al 5,8 per cento nel triennio; l’occupazione cala per due anni consecutivi dai 45,7 milioni del 2026; il commercio mondiale cresce del 5,3 per cento nel 2026, poi del 3,0 e del 2,8. L’intervallo di previsione al 68 per cento va da 1,1 a 1,5 per il 2026, ma da meno 0,6 a più 2,8 per il 2027: la coda negativa è ampia, e gli istituti la attribuiscono all’incertezza geopolitica.
Il cuore del rapporto è il capitolo intitolato «Finanzpolitik auf Abwegen», finanza pubblica fuori rotta. La spesa pubblica per la difesa e per le infrastrutture, resa possibile dalla riforma del freno al debito del 2025 e dal fondo speciale da 500 miliardi, sostiene la congiuntura, ma il sentiero di bilancio non è compatibile con le regole europee: la spesa primaria netta cresce del 18,6 per cento fra il 2025 e il 2028 contro il 13,3 consentito dal piano fiscale-strutturale di medio termine concordato con Bruxelles, uno scostamento di 5,3 punti che sussiste anche applicando la clausola nazionale di esenzione per le spese di difesa. Il deficit pubblico sale dal 4,1 per cento del prodotto nel 2026 al 4,4 nel 2027 e al 4,7 nel 2028; alla scadenza delle esenzioni, dal 2029, il bisogno di aggiustamento diventa «acuto» e gli istituti prevedono tensioni con la Commissione; nello scenario di lungo periodo, che il rapporto distingue con cura dalla previsione, il rapporto fra debito e prodotto continua a salire fino al 2031 anche rispettando il freno riformato, e la spesa per interessi passa da circa lo 0,75 per cento del prodotto del periodo precedente il 2022 a circa il 2 per cento nel 2031. I problemi strutturali elencati sono la forza lavoro in contrazione per ragioni demografiche nonostante l’immigrazione, l’occupazione in calo da diciotto mesi, la produttività modesta e gli investimenti privati deboli per condizioni di localizzazione sfavorevoli; l’output gap si chiude anche con una crescita bassa, perché il potenziale stesso si riduce. La raccomandazione, riassunta nel titolo di una sottosezione, è «priorizzare presto invece di correggere tardi»: riforme della previdenza e dei contributi sociali, misure per la partecipazione al lavoro, allineamento alle regole europee prima della scadenza delle esenzioni. I rischi citati sono una correzione delle valutazioni di borsa legate all’intelligenza artificiale, la persistenza dello shock energetico, un rialzo dei tassi a lungo termine e i dazi statunitensi, ancora intorno al 12 per cento sulle merci tedesche.
L’economia cresce ma il lavoro si restringe: la previsione dell’IAB per il 2026–2027
IAB-Prognose 2026/2027: Erwerbstätigkeit schrumpft trotz besserer Konjunktur
Institut für Arbeitsmarkt- und Berufsforschung (IAB), IAB-Kurzbericht 17/2026 · Hermann Gartner, Timon Hellwagner, Markus Hummel, Christian Hutter, Benjamin Lochner, Susanne Wanger, Enzo Weber, Gerd Zika · 24 settembre 2026 · Istituto di ricerca dell’Agenzia federale del lavoro · Rapporto di previsione
L’istituto di ricerca dell’Agenzia federale del lavoro pubblica la previsione autunnale sul mercato del lavoro, che assume una crescita del prodotto interno lordo dell’1,2 per cento nel 2026, con un margine di più o meno 0,2 punti, e dell’1,0 nel 2027, con un margine di più o meno 1,2. Nonostante la ripresa, l’occupazione complessiva diminuisce: da 45,878 milioni di persone nel 2025 a 45,670 nel 2026, cioè 208.000 in meno, pari a meno 0,5 per cento, e a 45,525 nel 2027, altri 144.000 in meno. Gli occupati soggetti a contribuzione sociale, il nucleo del mercato del lavoro tedesco, scendono da 34,963 a 34,890 milioni nel 2026 e a 34,850 nel 2027; gli autonomi calano di 60.000 e poi di 50.000; i minijob, i rapporti a bassa retribuzione esenti da contributi, passano da 4,724 a 4,615 e a 4,514 milioni. I disoccupati salgono da 2,948 a 2,998 milioni nel 2026, con il tasso dal 6,3 al 6,4 per cento, e a 3,020 nel 2027; l’aumento si concentra nell’assicurazione contributiva, con 80.000 disoccupati in più, mentre il sostegno di base ne perde 30.000. Il dato più rilevante è che il potenziale di forza lavoro, cioè l’insieme delle persone disponibili a lavorare, diminuisce per la prima volta nella storia della serie: da 48,659 a 48,585 milioni nel 2026, 74.000 in meno, e a 48,446 nel 2027, altri 139.000 in meno. L’effetto demografico, fra meno 470.000 e meno 490.000 all’anno, non è più compensato dalla migrazione, ipotizzata a un saldo di 125.000 persone contro le 235.000 del 2025, e dall’aumento della partecipazione, che aggiunge 260.000 persone l’anno. La riserva silenziosa, le persone che vorrebbero lavorare ma non cercano attivamente, sale a 1,215 milioni; i lavoratori in orario ridotto sono stimati in 224.000 nel 2026 e 205.000 nel 2027.
La scomposizione per settori spiega perché la crescita non crea lavoro. Nel 2026 l’industria manifatturiera perde 160.000 addetti, il 2,0 per cento, il commercio con i trasporti e l’ospitalità 91.000, i servizi alle imprese 44.000, l’informatica e la comunicazione 21.000, mentre la pubblica amministrazione, l’istruzione e la sanità ne guadagnano 170.000; nel 2027 l’industria perde altri 129.000 posti e il settore pubblico ne aggiunge 150.000. Gli autori indicano quattro ragioni. Le imprese, uscite da tre anni di stagnazione, sfruttano prima le capacità esistenti e assumono soltanto quando la domanda è consolidata. La trasformazione strutturale dell’industria, in particolare dell’auto e della chimica, coincide con i dazi americani e con il conflitto in Medio Oriente, che alzano i costi e riducono i mercati. La pratica di trattenere il personale in attesa della ripresa, diffusa negli anni scorsi, è cessata quando le prospettive industriali si sono fatte incerte. L’aumento del salario minimo dell’8,4 per cento a inizio 2026, con un ulteriore 5 per cento previsto nel 2027, coincide con cali più marcati nei settori a bassa retribuzione: 20.000 minijob in meno nei soli mesi di gennaio e febbraio. Le ore lavorate complessive crescono dello 0,8 per cento nel 2026 e dello 0,2 nel 2027, la produttività per ora dell’1,1 e dell’1,3: l’economia produce di più con meno persone. La conclusione è che «una ripresa autosostenuta non è ancora stabilita»; le priorità di politica economica indicate sono la mobilità dei lavoratori fra settori, la qualificazione e una politica attiva per l’immigrazione di lavoratori qualificati. I rischi citati sono i prezzi dell’energia, l’efficacia effettiva degli impulsi fiscali e un’escalation del conflitto con l’Iran.
Lo sconto sui carburanti premia chi consuma di più: il DIW propone trasferimenti diretti
Direkte Zahlungen entlasten betroffene Haushalte zielgenauer als Eingriffe in den Spritpreis
DIW Berlin, DIW aktuell 125 · Tomaso Duso · 21 settembre 2026 · Istituto di ricerca economica (Leibniz) · Policy paper
Tomaso Duso, direttore del dipartimento Imprese e mercati del DIW e membro della Monopolkommission, interviene quattro giorni prima del voto parlamentare sulla riduzione dell’accisa sui carburanti di 14,04 centesimi al litro, circa 17 con l’imposta sul valore aggiunto, per il trimestre ottobre-dicembre 2026. La misura, approvata da Bundestag e Bundesrat il 25 settembre con 434 voti favorevoli e 128 contrari, costa circa 2,5 miliardi di euro a Bund e Länder e ripete lo sconto di maggio-giugno costato 1,6 miliardi, deciso dopo l’impennata dei prezzi seguita alla guerra con l’Iran; per gennaio 2027 il governo ha annunciato inoltre un tetto ai prezzi alla pompa. Duso costruisce l’analisi su quattro fonti: i dati settimanali sui prezzi del Weekly Oil Bulletin della Commissione europea al 14 settembre, la valutazione della Monopolkommission sul precedente sconto, una scomposizione della formazione dei prezzi in dieci Paesi europei e gli studi empirici sui tetti ai prezzi introdotti in Grecia e in Belgio. Il primo risultato riguarda il trasferimento ai consumatori: lo sconto di primavera fu passato quasi per intero nelle prime settimane, con riduzioni fra 14 e 17 centesimi, ma il trasferimento si ridusse progressivamente verso la scadenza, così che «un importo a tre cifre in milioni», oltre 200 milioni di euro, è rimasto alle compagnie petrolifere e ai distributori invece di arrivare agli automobilisti. Il meccanismo è noto dalla letteratura: quando una misura ha una scadenza certa, gli operatori anticipano il ritorno ai prezzi pieni.
Il secondo risultato riguarda la distribuzione del beneficio, che è proporzionale al consumo e non al bisogno. Un pendolare a basso reddito che percorre distanze medie riceve 57 euro nei tre mesi, un grande automobilista oltre 128; le famiglie senza auto, che sono le più povere, non ricevono nulla ma contribuiscono al costo attraverso la fiscalità generale; e la misura non dà alcun incentivo al risparmio di carburante o al passaggio ad altri mezzi. Il tetto ai prezzi previsto per il 2027 è giudicato ancora peggiore: secondo l’evidenza raccolta in Grecia e in Belgio, un prezzo massimo funge da punto focale di coordinamento, per cui le stazioni che prima vendevano a meno alzano i prezzi verso il tetto e la concorrenza si riduce; comporta oneri amministrativi superiori a quelli della regola sulle variazioni di prezzo alle 12, introdotta in aprile e già giudicata un fallimento; rischia la chiusura delle stazioni rurali con margini bassi; e colpisce il segmento della distribuzione al dettaglio, che è competitivo, anziché la raffinazione e l’ingrosso, dove la Monopolkommission ha individuato i veri problemi concorrenziali. L’alternativa proposta è il trasferimento diretto mirato sul modello francese del 2023, quando lo Stato versò 100 euro a dieci milioni di lavoratori a basso reddito che usano l’auto per lavoro, con una spesa di circa un miliardo: la Germania dispone dal 2024 di un canale di pagamento diretto attraverso la piattaforma fiscale ELSTER e l’Ufficio centrale delle imposte, costruito dopo la crisi energetica del 2022 e finora mai utilizzato. L’analisi distributiva si basa su casi-tipo e non su microdati, e la stima del mancato trasferimento dipende dal metodo della Monopolkommission; entrambi i limiti sono dichiarati dall’autore.
Banche tedesche, terzo anno di utili elevati: 52,3 miliardi, ma il credito alle imprese non riparte
Monatsbericht September 2026 – Die Ertragslage der deutschen Kreditinstitute im Jahr 2025
Deutsche Bundesbank, Monatsbericht 9/2026 · Deutsche Bundesbank · 21 settembre 2026 · Banca centrale · Rapporto mensile
Il rapporto mensile di settembre della Bundesbank, pubblicato il 21, contiene il consueto saggio annuale sui conti economici delle banche tedesche nell’esercizio precedente, la fonte più completa sulla redditività del sistema. Le 1.266 banche attive alla fine del 2025, 39 in meno in un anno per effetto delle fusioni fra istituti locali, comprendono 341 casse di risparmio, 646 banche cooperative, sei Landesbanken e tre grandi banche. Insieme hanno realizzato un utile ante imposte di 52,3 miliardi di euro, 0,9 miliardi in più rispetto al 2024, pari a più 1,8 per cento, il terzo anno consecutivo su livelli storicamente elevati dopo il rialzo dei tassi del 2022–2023. I ricavi operativi toccano il record di 172,5 miliardi, più 4,1 per cento: il margine d’interesse vale 109,9 miliardi, più 2,2, con un margine dell’1,15 per cento sul totale di bilancio; le commissioni nette 43,6 miliardi, più 6,4, trainate dalla gestione del risparmio e dai pagamenti. I costi amministrativi salgono a 102,5 miliardi, più 3,7 per cento, con la spesa per il personale a più 5,7 per effetto dei rinnovi contrattuali; le svalutazioni nette su crediti scendono a 11,9 miliardi, meno 9,1 per cento, sotto la media di lungo periodo di 13,4 miliardi, segno che le insolvenze delle imprese, pur in aumento, non hanno ancora intaccato i bilanci bancari. Il rapporto fra costi e ricavi è del 59,4 per cento; la redditività del capitale proprio ante imposte è del 7,85 per cento, contro l’8,04 del 2024, un valore che la Bundesbank giudica adeguato ma non brillante nel confronto europeo.
La dispersione fra gruppi di banche è ampia e riflette modelli di attività diversi: le tre grandi banche rendono il 16,92 per cento sul capitale, grazie all’attività sui mercati e alla riduzione dei costi; le casse di risparmio l’8,55, con un utile in calo del 4,5 per cento; le cooperative il 7,03; le Landesbanken il 5,65, con un utile in calo del 30,3 per cento per effetto di accantonamenti sull’immobiliare commerciale. Il credito complessivo cresce del 3,7 per cento, contro l’1,4 del 2024, ma il traino sono i mutui residenziali, ripartiti con il calo dei tassi: la ripresa del credito alle imprese, annota la Bundesbank, «non c’è», e questo conferma dal lato finanziario la debolezza degli investimenti privati che la diagnosi congiunta segnala dal lato reale. I rischi sull’immobiliare commerciale aumentano ma «in modo ordinato»; la dotazione di capitale, intorno ai 180 miliardi di euro, è definita «confortevole». Le prospettive citano le incertezze geopolitiche, la debolezza strutturale della competitività tedesca, i rischi informatici e quelli legati all’intelligenza artificiale, la concorrenza delle banche digitali sui clienti più giovani. Lo stesso rapporto contiene altri tre saggi. Uno, sul nesso fra Stati e banche nell’area dell’euro, rileva che circa un terzo delle 56 banche esaminate detiene titoli del proprio Stato per oltre il 75 per cento del portafoglio sovrano e che nel 43 per cento dei casi l’esposizione supera il capitale primario; in Italia i titoli pubblici domestici pesano circa il 16 per cento dei bilanci bancari, in Spagna oltre il 10, in Germania e in Francia circa il 4. La Bundesbank discute maggiorazioni di capitale per concentrazione o limiti quantitativi con periodi transitori, e lega ogni riforma al completamento dell’unione bancaria con l’assicurazione europea dei depositi. Un secondo saggio mostra che la politica monetaria si trasmette con tempi diversi ai settori, con le costruzioni più reattive e i servizi più lenti; un terzo analizza i rischi dei pagamenti eseguiti da agenti di intelligenza artificiale.
L’industria perde posti senza licenziare: la crisi di rinnovamento del lavoro tedesco
Industriebeschäftigung in der Krise: Und sie bewegt sich kaum
Makronom · Enzo Weber, Yasemin Yilmaz (IAB) · 21 settembre 2026 · Rivista di politica economica · Analisi empirica
Due ricercatori dell’istituto dell’Agenzia federale del lavoro pubblicano sulla rivista Makronom un’analisi dei flussi occupazionali che spiega come l’industria tedesca abbia perso circa 600.000 posti di lavoro dal 2019, al ritmo di circa 15.000 al mese dal 2022, senza che si siano visti licenziamenti collettivi di massa. Il meccanismo è il crollo delle nuove assunzioni, scese ai livelli minimi toccati durante la pandemia: le imprese non licenziano, perché temono di non ritrovare le competenze quando la domanda tornerà e perché i costi sociali dei licenziamenti sono alti, ma non sostituiscono chi va in pensione o se ne va, e così l’organico si riduce per attrito. Il metodo scompone le transizioni dei lavoratori in tre tipi, usando i dati amministrativi delle assicurazioni sociali che registrano ogni rapporto di lavoro: i cambi diretti di posto entro due mesi, i passaggi attraverso un periodo di disoccupazione e la mobilità fra settori. I risultati descrivono un mercato del lavoro immobile. I cambi di lavoro all’interno dell’industria sono ai minimi storici; le uscite dai settori in crisi, chimica, metallurgia e automobile, sono soltanto del 10 per cento più frequenti del normale e in valori assoluti passano da poche centinaia a poche migliaia di persone al mese, cifre irrisorie rispetto ai posti persi. La pubblica amministrazione e le assicurazioni sociali hanno assorbito circa 23.000 lavoratori provenienti dall’industria nel 2025, quasi il triplo del periodo precedente la crisi: lo Stato, con la sua espansione di organico, è diventato il principale sbocco per chi lascia la fabbrica.
L’unica eccezione è l’industria della difesa: il settore ha registrato nel 2025 circa 1.100 trasferimenti diretti di lavoratori da altri comparti industriali e circa 1.400 assunzioni dall’esterno, oltre il triplo dell’anno precedente, e resta l’unico comparto manifatturiero in crescita; i numeri assoluti restano però piccoli rispetto alle dimensioni della crisi. La diagnosi degli autori è una «crisi di rinnovamento»: non un’ondata di distruzione di posti, che sarebbe visibile e politicamente gestibile, ma un blocco della ricomposizione fra settori in declino e settori in espansione, che lascia intatte le strutture produttive del passato e impedisce che le competenze si spostino dove servono. La proposta, che chiamano «Flexability» unendo flessibilità e capacità, combina una maggiore flessibilità del mercato del lavoro, per rendere meno costosa la mobilità, con investimenti pubblici e aziendali nella formazione, per rendere possibile il passaggio a mansioni nuove. L’analisi è coerente con la previsione dell’IAB pubblicata nella stessa settimana e ne fornisce il meccanismo microeconomico; non quantifica quanta parte della perdita industriale sia attribuibile ai costi dell’energia rispetto ai dazi o alla concorrenza cinese, e non distingue fra imprese grandi e piccole. Per il lettore italiano è il dato più originale della settimana: la trasformazione industriale tedesca procede per attrito e non per rottura, il che spiega l’assenza di conflitto sociale visibile, e il riarmo è già oggi il principale assorbitore di manodopera industriale qualificata, benché su scala ancora modesta.


