Il 12 settembre 2026 la giuria di Venezia Classici ha assegnato il premio per il miglior film restaurato a La lunga notte del ’43 di Florestano Vancini, realizzato nel 1960 e tornato alla Mostra nel centenario della nascita del regista. Il restauro è stato curato dalla Fondazione Cineteca di Bologna in collaborazione con Compass Film. Il film aveva già avuto a Venezia una prima consacrazione, vincendo nel 1960 il Premio Opera Prima; sessantasei anni dopo è stato nuovamente selezionato, proiettato e premiato, questa volta non come opera nuova ma come patrimonio cinematografico restituito alla circolazione. Il passaggio è rilevante perché chiarisce che conservare il cinema non significa semplicemente impedire che una pellicola scompaia. Occorre stabilire quale copia utilizzare, quali deterioramenti correggere, quali caratteristiche mantenere, come digitalizzare l’immagine e il suono, quale versione presentare e soprattutto quali film meritino investimenti sufficienti per tornare visibili. Un restauro riuscito conserva un’opera, ma modifica anche le condizioni nelle quali quell’opera può essere conosciuta. Nel cinema contemporaneo la memoria culturale dipende quindi sempre più da una combinazione di sopravvivenza materiale, decisioni archivistiche, tecnologie digitali, diritti, finanziamento e programmazione. La questione non è se il restauro falsifichi necessariamente il passato. È più precisa: quanto della cultura che consideriamo ancora in grado di parlare al presente dipende dalle decisioni attraverso cui alcune opere vengono rese nuovamente accessibili mentre altre rimangono nei depositi, esistono soltanto in copie deteriorate oppure non possono essere mostrate?
Restaurare un film significa anche decidere come il passato torna visibile
Conservazione, scelte tecniche e nuova circolazione determinano quali opere cinematografiche possono ancora essere viste, studiate e trasmesse.



