Pubblicato nel 2024 da Indiana University Press, Rethinking Geopolitics di Jeremy Black affronta una questione divenuta nuovamente centrale: in quale misura la posizione geografica condiziona il potere degli Stati e quanto, invece, siano le decisioni umane a trasformare il significato politico dello spazio. Il libro nasce nel centoventesimo anniversario della conferenza in cui Halford Mackinder formulò la celebre interpretazione del “perno” geografico eurasiatico, ma utilizza quella ricorrenza soprattutto per interrogare il presente. Come la Gran Bretagna del 1904, anche gli Stati Uniti contemporanei sono una potenza dominante sottoposta alla pressione di concorrenti in ascesa, obbligata a distribuire risorse limitate tra aree, alleati e minacce differenti. Il problema non consiste soltanto nello stabilire dove si trovino i centri del potere, ma nel comprendere come vengano individuati, rappresentati e trasformati in priorità strategiche. Una carta geografica può mostrare distanze, frontiere e vie di comunicazione, ma non determina automaticamente quali interessi debbano essere difesi, quali rischi siano accettabili o quale valore attribuire a un territorio. Dietro ogni interpretazione geopolitica agiscono aspettative, paure, ideologie, capacità tecnologiche e conflitti interni. Black invita perciò a diffidare delle formule che presentano la geografia come un destino immutabile. Il suo interrogativo fondamentale riguarda il rapporto instabile tra vincoli spaziali e libertà politica: le condizioni materiali contano, ma acquistano significato soltanto attraverso percezioni, scelte e strumenti storicamente mutevoli. È proprio questa tensione, oggi resa più evidente dalla competizione tra Stati Uniti, Cina e Russia, a conferire al libro la sua rilevanza.
“Rethinking Geopolitics”, Jeremy Black (Indiana University Press, 2024)



