Rinegoziare in modo ordinato: che cosa prevedono le clausole di hardship
Quando il contratto non è impossibile da eseguire ma l’equilibrio economico salta, la soluzione può passare da regole di rinegoziazione scritte bene.
Questo articolo nasce nell’ambito delle attività di Terza Missione promosse da Stroncature in collaborazione con l’Università di Camerino. Il testo rielabora in forma divulgativa il contributo scientifico “El impacto del Covid-19 en los contratos comerciales transnacionales a la luz de las ‘force majeure’ y ‘hardship clauses’” di Agostina Latino, docente dell’Università di Camerino, per renderne i contenuti più fruibili a un pubblico non specialista.
Riferimento originale:
Latino, Agostina, El impacto del Covid-19 en los contratos comerciales transnacionales a la luz de las “force majeure” y “hardship clauses”, in Antonio Flamini, Freddy Andrés Hung Gil (Coordinadores), Estudios de Derecho Civil, Editorial UNIJURIS, La Habana, 2024, pp. 158–184 (ISBN 978-959-7219-88-7).
Nelle crisi, spesso il problema non è che “non si può più fare” qualcosa, ma che farla alle condizioni pattuite diventa difficilmente sostenibile. Il Covid-19 ha creato proprio questo tipo di scosse: non solo blocchi e chiusure, ma anche cambiamenti improvvisi che hanno alterato costi, tempi, organizzazione e valore degli scambi. In molti casi, l’esecuzione del contratto restava possibile, ma con un peso economico completamente diverso da quello immaginato al momento della firma. È qui che entra in gioco la rinegoziazione: non come gesto informale o improvvisato, ma come percorso strutturato quando le regole sono state scritte prima, dentro una clausola di hardship. Il punto è proprio questo: non “cancellare” il contratto, ma provare ad adattarlo.
Nel testo, la hardship viene presentata come una situazione di eccessiva onerosità che altera in modo sostanziale l’equilibrio del contratto senza renderne impossibile l’esecuzione. L’idea di equilibrio, qui, non è astratta: può cambiare perché aumentano molto i costi per una parte, oppure perché si riduce in modo significativo il valore della controprestazione (cioè ciò che l’altra parte offre in cambio). Questo è il cuore pratico della hardship: il contratto “sta in piedi”, ma non sta più in piedi allo stesso modo, e la differenza è talmente forte da giustificare un meccanismo di adattamento. La forza della nozione, nel paper, è proprio questa: separare i casi di impossibilità dai casi di squilibrio profondo.
Per delimitare quando la hardship può essere invocata, il testo richiama i Principi Unidroit (regole modello per i contratti commerciali internazionali) e indica condizioni precise. L’evento deve avvenire (o diventare noto alla parte svantaggiata, cioè a chi subisce lo squilibrio) dopo la conclusione del contratto; non deve essere stato prevedibile secondo criteri ordinari al momento della firma; deve essere fuori dalla sfera di controllo della parte che subisce lo squilibrio; e, infine, quella parte non deve aver già assunto il rischio di un evento del genere. Dette in parole semplici, queste condizioni servono a evitare che ogni difficoltà diventi automaticamente un pretesto: la hardship scatta solo quando cambia davvero il contesto, in modo inatteso, e quel cambiamento non era “messo in conto” da chi ora lo subisce.
Il paper descrive anche come sono costruite, nella prassi, le clausole di hardship: spesso hanno una struttura in due parti. La prima parte definisce quando la clausola si attiva, richiamando circostanze non previste e fuori dal controllo delle parti — economiche, politiche o tecniche — che rendono l’esecuzione molto onerosa per una di esse. La seconda parte spiega quali sono gli effetti: cioè che cosa devono fare le parti una volta riconosciuta la situazione. La logica è preventiva: le clausole non nascono per “scappare” dal contratto, ma per gestire una crisi con regole chiare, fissando un percorso che riduce ambiguità e conflitti.
Quando la clausola scatta, la conseguenza tipica è l’apertura di una richiesta di revisione del contratto. Il testo sottolinea che l’idea è spingere le parti a discutere e cercare una nuova sistemazione, cioè una rinegoziazione. In mancanza di accordo, può scattare l’arbitrato previsto dal contratto. In questa architettura, l’arbitrato (o, nei casi previsti, l’intervento del giudice competente) diventa una “seconda tappa” per evitare che il rapporto si trasformi subito in contenzioso: prima si prova a ricomporre, poi — solo se necessario — interviene un terzo.
Il testo mette in evidenza anche il valore di clausole standard e modelli aggiornati, perché rendono più chiaro che cosa è incluso e che cosa no. Richiama, ad esempio, la ICC Hardship Clause 2020 dell’ICC (Camera di Commercio Internazionale), collocandola nel contesto delle revisioni rese necessarie dalla pandemia. Il senso, per come emerge nel paper, non è che un modello risolva tutto, ma che una clausola scritta bene riduca l’incertezza: definisce i criteri di attivazione, chiarisce gli obblighi delle parti e organizza la procedura. In un contesto transnazionale, dove contano anche legge applicabile e differenze interpretative, questa chiarezza può essere decisiva per evitare letture opposte dello stesso problema.
In conclusione, la hardship è presentata come uno strumento per “tenere in vita” contratti messi sotto stress, senza far finta che nulla sia cambiato. Non è una scorciatoia e non è un lasciapassare: richiede condizioni precise e un cambiamento sostanziale dell’equilibrio. Ma, quando esiste davvero quello squilibrio, una clausola di hardship ben costruita offre una via ordinata: si apre la rinegoziazione, si prova a trovare un nuovo equilibrio e, se non basta, si prevedono strumenti di decisione esterna come l’arbitrato. È un modo, molto concreto, per trasformare una crisi in un percorso gestibile, riducendo il rischio che un contratto finisca in contenzioso solo perché mancavano regole chiare per adattarlo.



