“The Algorithm: The Hypergrowth Formula That Transformed Tesla, Lululemon, General Motors, and SpaceX”, Jon McNeill, con Stephen Baker (Portfolio/Penguin, 2026)
Pubblicato nel 2026 da Portfolio/Penguin, The Algorithm: The Hypergrowth Formula That Transformed Tesla, Lululemon, General Motors, and SpaceX di Jon McNeill, con Stephen Baker, affronta una questione centrale per le imprese contemporanee: come trasformare organizzazioni, processi e prodotti quando la crescita, la competizione e l’innovazione tecnologica procedono a una velocità incompatibile con le tradizionali strutture decisionali. Il punto di partenza dell’autore è la propria esperienza come presidente di Tesla tra il 2015 e il 2018, periodo nel quale osservò dall’interno un sistema operativo che Elon Musk definiva “the Algorithm”. McNeill precisa tuttavia che il libro non intende essere né una biografia di Musk né una valutazione delle sue posizioni politiche o sociali: ciò che interessa è isolare un metodo di organizzazione e innovazione e verificare se possa funzionare indipendentemente dalla personalità del suo ideatore. La domanda che attraversa l’opera è quindi più generale: quanto di ciò che appare eccezionale nelle imprese ad altissima crescita dipende dal talento irripetibile di singoli individui e quanto, invece, può essere ricondotto a principi trasferibili? Il problema assume particolare importanza perché molte organizzazioni, crescendo, accumulano regole, procedure, autorizzazioni, livelli gerarchici e sistemi tecnologici concepiti per risolvere problemi del passato. Questi elementi possono inizialmente garantire ordine e controllo, ma possono successivamente trasformarsi in ostacoli alla capacità di adattamento. McNeill guarda dunque all’impresa come a un insieme dinamico di processi che devono essere continuamente interrogati, eliminati, semplificati e accelerati. L’obiettivo non è soltanto ridurre i costi: è aumentare la capacità dell’organizzazione di apprendere e modificarsi. L’esperienza di Tesla costituisce il principale laboratorio empirico, ma l’autore estende l’osservazione a General Motors, Lululemon, ristorazione, assicurazioni, servizi automobilistici e imprese nate nell’incubatore DVx Ventures. Ne emerge un interrogativo di fondo che riguarda qualsiasi organizzazione: quanta parte della complessità nella quale opera è davvero necessaria e quanta, invece, sopravvive semplicemente perché nessuno ha più chiesto perché esista? È precisamente in questa distanza fra ciò che viene considerato inevitabile e ciò che potrebbe essere ripensato che McNeill individua lo spazio dell’innovazione.


