“The First Fascist: The Sensational Life and Dark Legacy of the Marquis de Morès” Sergio Luzzatto (Harvard University Press, 2026).
The First Fascist: The Sensational Life and Dark Legacy of the Marquis de Morès di Sergio Luzzatto, pubblicato da Harvard University Press nel 2026, affronta una questione storica tanto delicata quanto decisiva: come alcune forme della politica contemporanea abbiano potuto nascere prima ancora che esistessero le parole con cui oggi le definiamo. Il libro non si limita a seguire l’esistenza avventurosa di un aristocratico francese morto a trentotto anni nel Sahara; usa quella vita come punto di osservazione per comprendere un passaggio più ampio, in cui il vecchio mondo nobiliare, il capitalismo globale, la società di massa, il colonialismo, l’antisemitismo politico e la violenza organizzata iniziano a saldarsi tra loro. La figura del marchese de Morès interessa Luzzatto proprio perché sfugge alle categorie semplici: non è soltanto un avventuriero, non è soltanto un antisemita, non è soltanto un fallito, non è soltanto un aristocratico nostalgico. È un uomo che attraversa mondi diversi, dall’Europa all’America, dall’Asia all’Africa, trasformando ogni esperienza in materiale politico. Il libro merita attenzione perché mostra come il fascismo, prima di diventare regime, poté esistere come stile d’azione, come modo di stare sulla scena pubblica, come culto della forza, come ricerca di un nemico assoluto e come pretesa di ricomporre la società attraverso una violenza presentata come rigeneratrice.
L’impianto dell’opera è costruito a partire da un forte cortocircuito temporale. Luzzatto apre infatti nella Cannes del 1942, quando il regime di Vichy decide di intitolare un giardino pubblico al Marquis de Morès. Il gesto non è commemorativo in senso neutro: avviene nel pieno della persecuzione antiebraica, mentre la Francia collaborazionista partecipa alla deportazione degli ebrei verso Auschwitz. In quel contesto Morès viene recuperato come precursore, come “uomo d’azione” che avrebbe intuito prima di altri l’esistenza di un nemico ebraico, anglosassone e finanziario. Questa apertura permette all’autore di stabilire subito il punto centrale della sua indagine: la vita di Morès va letta non solo nel suo tempo, cioè nella Francia di fine Ottocento, ma anche nella lunga durata delle culture politiche che confluiranno nel fascismo e nel collaborazionismo. Luzzatto dialoga implicitamente con la questione delle origini francesi del fascismo, richiamando il problema posto da Hannah Arendt e poi da Zeev Sternhell: fino a che punto la Francia del caso Dreyfus, dell’antisemitismo di massa e della rivolta contro il parlamentarismo liberale può essere considerata una matrice del fascismo europeo? La risposta del libro è prudente ma netta: Morès non “inventa” il fascismo e non può spiegare da solo Mussolini o Hitler; tuttavia anticipa una combinazione destinata a diventare centrale nel Novecento, fatta di populismo, antisemitismo, estetica del capo, mobilitazione di strada e violenza paramilitare.
La formazione di Antoine de Vallombrosa, futuro Marquis de Morès, è ricostruita come il prodotto di un ambiente aristocratico profondamente segnato dalla fine dell’ancien régime e dalla crisi della Francia post-rivoluzionaria. Nato nel 1858 a Parigi, nel Faubourg-Saint-Germain, cresce tra il prestigio delle grandi famiglie, i castelli di Abondant e Cannes, il culto della distinzione sociale e la memoria monarchica. Ma Luzzatto insiste su un punto importante: questa aristocrazia non vive soltanto di nostalgia. Essa partecipa alla modernizzazione, investe nelle ferrovie, frequenta i circuiti della finanza, entra nella società dei consumi e della comunicazione, pur continuando a considerarsi depositaria di un primato morale, sociale e politico. La guerra franco-prussiana del 1870, la sconfitta di Sedan, la Comune di Parigi e la nascita dolorosa della Terza Repubblica costituiscono lo sfondo decisivo della giovinezza di Morès. In questo contesto egli viene educato prima in istituti cattolici, poi dai gesuiti, in un ambiente in cui la reazione alla modernità assume forme religiose, sociali e politiche. Il Sacré-Cœur, pensato come monumento di espiazione contro democrazia, secolarizzazione e socialismo, diventa il simbolo di quel mondo. È in questa cultura che il giovane Morès assorbe un antisemitismo nuovo: non più soltanto religioso, ma sociale e politico, centrato sull’idea che gli ebrei siano i dominatori occulti della finanza, del capitalismo e della modernità disgregatrice.
L’esperienza militare a Saint-Cyr e a Saumur aggiunge alla formazione aristocratica un secondo elemento: il culto dell’azione, del corpo, dell’arma, dell’onore e della disciplina, anche se Morès si rivela uno studente mediocre nelle materie teoriche e brillante solo dove contano abilità fisica, cavalleria, scherma e lingue. Il suo profilo è quello di un uomo poco incline allo studio e molto incline alla rappresentazione di sé come cavaliere moderno. Il rapporto con Charles de Foucauld, la vita dissipata, i debiti, le bravate e l’episodio dell’usuraio ebreo Jacob a Saumur mostrano già una miscela di privilegio sociale, violenza di gruppo e antisemitismo pratico. Luzzatto non riduce però l’antisemitismo di Morès a un’origine psicologica semplice. Anche l’episodio di Louise Fould, giovane ebrea ricchissima che non ricambia il suo interesse, viene trattato con cautela: può aver contribuito a un risentimento, ma non basta a spiegare nulla. Più rilevante è il crollo della Union Générale, banca cattolica in cui Morès aveva investito una somma ingente. Quel fallimento alimenta in Francia l’idea, falsa ma potente, che la finanza ebraica abbia distrutto un’impresa cattolica. Qui si consolida un nesso destinato a diventare fondamentale: la critica al capitalismo non prende la forma di un’analisi economica, ma quella di una denuncia etnica e cospirativa. Il matrimonio con Medora von Hoffmann, ereditiera americana energica e indipendente, gli offre poi il capitale necessario per passare dalla dissipazione aristocratica all’avventura imprenditoriale.
La parte americana è uno dei nuclei concettuali più importanti del libro. Negli Stati Uniti Morès cerca di diventare un innovatore dell’industria della carne, fondando nella Dakota Territory la città di Medora, costruendo un mattatoio moderno e tentando di usare i vagoni refrigerati per saltare gli intermediari di Chicago. Il progetto è ambizioso: macellare il bestiame vicino ai luoghi di allevamento e spedire la carne direttamente verso i mercati dell’Est, riducendo il potere dei grandi gruppi della filiera. Ma il libro mostra che l’America non è per Morès solo un laboratorio economico. È soprattutto un laboratorio politico e antropologico. Nelle Bad Lands egli incontra un mondo in cui la frontiera è segnata dalla conquista dei territori indigeni, dalla distruzione del bisonte, dall’avanzata della ferrovia, dall’assenza di un forte monopolio statale della violenza e dalla presenza di vigilantes, detective privati, milizie spontanee e giustizia sommaria. L’episodio dell’uccisione di Riley Luffsey, le assoluzioni ottenute, la partecipazione indiretta alla repressione dei ladri di bestiame, i rapporti con Theodore Roosevelt e l’ammirazione della stampa francese trasformano Morès in una figura nuova: non più solo aristocratico europeo, ma capo d’azione capace di presentare la violenza privata come fondazione dell’ordine. Il fallimento dell’impresa, schiacciata dalla qualità mediocre della carne, dalla stagionalità dell’allevamento, dai costi logistici e dal potere dei grandi cartelli di Chicago, non cancella l’apprendimento politico maturato in America.
Dopo l’America, l’Asia conferma il medesimo schema: Morès trasforma ogni fallimento in un argomento contro un nemico. Il viaggio in India, con le cacce alla tigre e al rinoceronte, rafforza la dimensione coloniale e virile della sua immagine pubblica; il progetto ferroviario in Tonchino trasferisce invece sul terreno asiatico la lezione appresa nel West americano, cioè l’idea che la ferrovia sia insieme strumento economico, infrastruttura coloniale e mezzo di penetrazione politica. Morès propone di collegare il Golfo del Tonchino alla frontiera cinese, immaginando una grande via di accesso commerciale verso la Cina meridionale. Anche qui la visione è smisurata, sostenuta da un linguaggio di civilizzazione, produttività e pacificazione, ma il progetto si arena tra incertezze tecniche, rivalità amministrative, interessi coloniali e diffidenze ministeriali. Tornato in Francia, Morès interpreta la sconfitta non come limite proprio, ma come prova della corruzione delle oligarchie politiche e finanziarie. È a questo punto che entra definitivamente nella politica. L’incontro con Édouard Drumont gli fornisce l’alleanza decisiva: Drumont è l’uomo della parola antisemita, Morès vuole essere l’uomo dell’azione. Il suo programma combina antisemitismo e corporativismo: da un lato l’individuazione degli ebrei come nemico assoluto, accusato di controllare banche, commercio, Stato e stampa; dall’altro la promessa di ricomporre la società attraverso cooperative, credito ai piccoli produttori, solidarietà interclassista e subordinazione del conflitto sociale a una comunità nazionale gerarchica. Qui prende forma il Morès politico: un capo che parla ai lavoratori senza diventare socialista in senso proprio, che attacca il capitalismo trasformandolo in questione razziale, e che cerca nella piazza, nella stampa e nel duello la legittimazione che non riesce a ottenere dalle istituzioni.
La politica di Morès prende forma pienamente quando l’antisemitismo smette di essere soltanto un discorso da libro, da giornale o da salotto e diventa una pratica di strada. Luzzatto mostra con precisione questo passaggio: intorno a Morès si forma un ambiente fatto di fogli polemici, venditori ambulanti, manifesti, opuscoli, riunioni pubbliche, piccoli imprenditori in difficoltà, artigiani, cocchieri, macellai, operai e militanti di varia provenienza. La stampa popolare di fine Ottocento non è più solo un mezzo di informazione: è una macchina capace di costruire paure, nemici, scandali e mobilitazioni. In questo quadro Morès comprende che il tema sociale può essere trasformato in tema razziale. La sua proposta sul credito ai lavoratori nasce da un problema reale: l’accesso al capitale, il peso degli intermediari, la dipendenza dei piccoli produttori dalle banche e dai grandi gruppi economici. Ma la soluzione viene caricata di un significato politico distorto: il credito deve diventare un bene nazionale, garantito dallo Stato ai lavoratori francesi, mentre la banca privata, la speculazione, le società anonime e la finanza vengono identificate con il “potere ebraico”. Il corporativismo di Morès promette di superare la lotta di classe non emancipando i lavoratori in senso socialista, ma inglobandoli in una comunità nazionale gerarchica. È qui che La Villette diventa centrale: il mondo dei macellai parigini, chiuso, virile, corporativo, legato al sangue animale, alla forza fisica e a una precisa gerarchia professionale, appare a Morès come il nucleo di una possibile milizia sociale. Non è più solo un pubblico da convincere, ma un corpo da mobilitare.
La saldatura tra agitazione sociale, propaganda antisemita e violenza simbolica emerge con particolare evidenza nel 1892, quando Parigi vive anche la paura degli attentati anarchici. Il caso Ravachol, le bombe, la sorveglianza della polizia, il panico dei quartieri borghesi creano un clima in cui l’idea della violenza politica diventa onnipresente. Morès non si identifica semplicemente con l’anarchismo: anzi, distingue la sua violenza da quella indiscriminata degli attentatori. Tuttavia, condivide con quel mondo l’idea che la politica possa uscire dal perimetro della legalità ordinaria e assumere la forma dell’azione diretta. Luzzatto ricostruisce bene questa zona ambigua: Morès pubblica opuscoli, frequenta ambienti sorvegliati, distribuisce materiali attraverso i venditori di strada, alimenta la contrapposizione tra Rothschild e Ravachol come figure entrambe distruttive, ma in senso opposto. Nella sua logica, il banchiere ebreo è più pericoloso dell’anarchico perché non fa esplodere case con la dinamite, ma corrompe la società dall’interno. La manifestazione contro il matrimonio Rothschild-Léonino, con le bombe maleodoranti lanciate contro gli invitati, appartiene a questo linguaggio politico: non è ancora terrorismo, ma non è più semplice satira. È un rito di umiliazione pubblica, una forma aggiornata di charivari popolare, caricata però di antisemitismo moderno. Anche la mobilitazione degli studenti e le aggressioni intorno alla sede di La Libre Parole confermano che Morès sta costruendo un antisemitismo fisico, gestuale, aggressivo, pronto a trasformare la parola stampata in pressione sulla strada.
Il punto più drammatico di questa trasformazione è la campagna contro gli ebrei nell’esercito. Per Luzzatto, qui Morès anticipa direttamente il clima che renderà possibile l’Affare Dreyfus. La sua operazione è semplice e pericolosa: poiché l’esercito è il cuore simbolico della nazione dopo Sedan, insinuare che esso sia infiltrato dagli ebrei significa colpire insieme la Repubblica, l’emancipazione ebraica e l’idea stessa di cittadinanza. La Libre Parole diventa lo strumento di questa offensiva, mentre Morès si presenta come colui che difende l’onore militare francese contro ufficiali ebrei descritti come estranei, sospetti, moralmente incompatibili con la nazione. La logica del duello viene piegata a questa strategia. Non è più soltanto una pratica aristocratica di riparazione dell’onore, ma un dispositivo politico: costringere gli ufficiali ebrei a battersi significa trasformare la loro integrazione nell’esercito in una prova di sangue. La morte del capitano Armand Mayer, ferito mortalmente da Morès in un duello alla Grande Jatte, segna il passaggio irreversibile dall’agitazione alla tragedia. Morès non appare come un assassino comune, ma come un uomo che porta fino alle estreme conseguenze la teatralizzazione della lotta razziale. Il processo che segue, concluso con l’assoluzione, rafforza ulteriormente la sua immagine presso i militanti antisemiti. I macellai di La Villette gli offrono una spada celebrativa: il gesto rivela che, agli occhi dei suoi sostenitori, egli non ha semplicemente vinto un processo, ma ha combattuto una battaglia esemplare contro il nemico designato.
La parabola politica di Morès resta però segnata dal fallimento. Come imprenditore della carne era stato sconfitto dai vincoli tecnici, dai cartelli economici e dalla propria incapacità di misurare realisticamente i rapporti di forza. Come promotore ferroviario in Tonchino era stato travolto dagli apparati coloniali e dalle rivalità amministrative. Come leader politico non riesce mai a costruire una vera organizzazione stabile. Luzzatto insiste su questa contraddizione: Morès è politicamente decisivo non perché vinca, ma perché mostra in anticipo una forma di azione. Il suo distacco da Drumont nasce proprio da qui. Drumont è l’uomo del libro, dell’articolo, della denuncia; Morès vuole uomini, bastoni, armi, presenza fisica, disciplina. Da questa esigenza nasce anche il ricorso all’immagine dei fasci. Quando parla della necessità di ricomporre i “fasci” spezzati della società francese, Morès non propone una semplice nostalgia feudale. Egli guarda indietro, verso una società gerarchica ordinata in corpi, ma guarda anche avanti, verso una mobilitazione moderna delle masse intorno a nazionalismo, colonialismo e antisemitismo. La sua idea non è ancora il fascismo storico, che nascerà in un altro contesto, dopo la guerra mondiale e la rivoluzione russa. Ma ne anticipa un elemento essenziale: la promessa di superare il conflitto sociale non attraverso l’uguaglianza, bensì attraverso l’unità obbligata della nazione contro un nemico assoluto. Il simbolo dei fasci, nella lettura di Luzzatto, consente di vedere Morès come figura di transizione tra il mondo aristocratico, la politica di massa e la futura cultura fascista dell’azione.
L’ultima fase della vita di Morès sposta questa costruzione ideologica sul terreno africano. Dopo le sconfitte e le rotture parigine, egli cerca nel Sahara una nuova scena d’azione. L’Africa diventa per lui lo spazio in cui ricomporre colonialismo francese, antisemitismo, antibritannismo e alleanza con l’Islam. L’idea, elaborata anche in dialogo con ambienti come quello del principe de Polignac, è che la Francia debba allearsi con le popolazioni musulmane e berbere del deserto contro l’espansione britannica e contro quella che Morès interpreta come una regia ebraica degli equilibri internazionali. La sua visione geopolitica è cospirativa: gli inglesi, i finanzieri ebrei, gli agenti consolari e le potenze rivali formano ai suoi occhi un unico blocco ostile alla missione francese in Africa. Anche qui, il dato reale — la competizione coloniale nel Mediterraneo e nel Sahara — viene assorbito dentro una mitologia politica. Morès parte quindi per la sua ultima spedizione con l’intenzione di aprire un canale di influenza verso i Tuareg Ajjer, presentandosi ancora una volta come uomo d’azione capace di fare ciò che diplomatici, funzionari e governi non sanno fare. La morte nel deserto, nel 1896, chiude la sua esistenza nel modo più coerente con il personaggio che egli stesso aveva costruito: non come ritiro, ma come ultima battaglia. Luzzatto però distingue il fatto storico dalla leggenda successiva: la morte di Morès verrà rapidamente trasformata dai suoi seguaci in prova di un complotto ebraico e britannico, mentre il libro ricostruisce il processo attraverso cui un episodio coloniale violento diventa mito politico.
La parte conclusiva dell’opera mostra che la vera importanza storica di Morès si misura dopo la sua morte. Il funerale, la mobilitazione degli ambienti antisemiti, il ruolo di Drumont, il discorso di Barrès, la costruzione dell’immagine del cavaliere caduto, la memoria coltivata dalla vedova e poi recuperata dalla destra nazionalista trasformano un fallito in un precursore. La sua vita viene purificata dalle sconfitte e ricomposta come leggenda: il rancher delle Bad Lands, il cacciatore di tigri, il ferroviere del Tonchino, il duellante, il capo dei macellai, il crociato del Sahara. In questa mitologia, ogni fallimento diventa prova di grandezza incompresa, ogni sconfitta prova di persecuzione, ogni violenza gesto di rigenerazione. Il prologo e l’epilogo ambientati nella Cannes di Vichy servono proprio a mostrare la lunga durata di questa costruzione. Nel 1942, mentre gli ebrei vengono arrestati e deportati, il nome di Morès può essere ufficialmente celebrato come quello di un veggente dell’antisemitismo politico. Questo è il punto più inquietante dell’opera: Morès non conta perché abbia fondato un partito vittorioso o un regime, ma perché ha reso praticabili forme di immaginario e di azione che altri, nel Novecento, avrebbero portato a compimento. La sua biografia permette così di comprendere il fascismo non come dottrina già compiuta, ma come costellazione di gesti, linguaggi, nemici, simboli e pratiche di violenza. In questa prospettiva, il libro di Luzzatto non è solo la storia di un uomo, ma una genealogia della politica come mobilitazione del rancore.
Sintesi finale
The First Fascist ricostruisce la vita del Marquis de Morès come una traiettoria in cui aristocrazia, modernità e violenza politica si incontrano in modo precoce e rivelatore. La tesi centrale del libro è che Morès non fu il fondatore del fascismo storico, ma uno dei suoi padri simbolici e pratici, perché anticipò forme di azione, linguaggi e dispositivi politici che nel Novecento sarebbero diventati centrali. La sua importanza non deriva dai successi ottenuti, quasi sempre fragili o mancati, ma dalla capacità di trasformare ogni sconfitta in una narrazione di persecuzione, complotto e rigenerazione. Luzzatto mostra come Morès abbia compreso prima di molti che la politica di massa poteva essere costruita attraverso stampa, scandalo, gestualità, duello, corpo del capo e mobilitazione di strada. Il suo antisemitismo trasformò un pregiudizio religioso e sociale in un programma politico fondato sull’individuazione di un nemico assoluto. Gli ebrei divennero nella sua visione il punto di convergenza di capitalismo finanziario, corruzione parlamentare, cosmopolitismo, tradimento nazionale e dissoluzione dei legami sociali. La critica alla modernità economica non produsse in lui un’analisi strutturale del capitalismo, ma una spiegazione cospirativa e razziale. Il suo corporativismo prometteva di superare la lotta di classe attraverso una comunità nazionale gerarchica, interclassista e disciplinata. L’esperienza americana nelle Bad Lands gli insegnò il valore politico della frontiera, della ferrovia, della conquista, della giustizia privata e della violenza esercitata fuori dal pieno controllo dello Stato. In Dakota egli vide come l’ordine potesse nascere anche dalla forza di gruppi armati, vigilantes e poteri privati. A Parigi trasferì questa lezione nella costruzione di un seguito composto da macellai, piccoli commercianti, militanti, venditori di strada e ceti popolari minacciati dalla trasformazione economica. La Villette divenne per lui il laboratorio di una politica fondata su mestiere, sangue, disciplina, identità corporativa e aggressività collettiva. Il duello, da rito aristocratico di riparazione dell’onore, fu trasformato in strumento di propaganda razziale e di teatralizzazione della lotta politica. La morte del capitano Mayer mostrò il punto in cui l’antisemitismo spettacolare poteva diventare violenza irreversibile. Il fallimento politico di Morès non ne ridusse l’importanza storica, perché la sua forza stava nell’anticipazione di una forma più che nella costruzione di un’organizzazione stabile. Il simbolo dei fasci sintetizzò il suo progetto di unire corpi sociali diversi contro un nemico comune, ricomponendo in chiave autoritaria ciò che la modernità aveva diviso. La fase africana trasferì questa visione su scala geopolitica, saldando antisemitismo, antibritannismo, colonialismo e immaginazione imperiale. La sua morte nel Sahara rese possibile la trasformazione dell’avventuriero sconfitto in martire nazionalista. La memoria costruita dopo il 1896 cancellò incoerenze, debiti, fallimenti e improvvisazioni, conservando l’immagine dell’uomo d’azione caduto per una causa superiore. Il recupero di Morès nella Francia di Vichy mostra la continuità tra antisemitismo ottocentesco, cultura della destra radicale e persecuzione novecentesca. L’opera di Luzzatto mostra quindi che il fascismo nacque anche come pratica politica, come estetica della forza e come mobilitazione del rancore, prima ancora di diventare dottrina compiuta o regime.
Scheda metadati
Autore: Sergio Luzzatto
Titolo in originale: The First Fascist: The Sensational Life and Dark Legacy of the Marquis de Morès
Casa editrice: Harvard University Press
Anno di pubblicazione: 2026
Categoria: Storia e archeologia


