La fine della Guerra fredda sembrò aprire uno spazio politico che per decenni era stato inconcepibile. La Russia poteva costruire rapporti diversi con i paesi occidentali, mentre questi ultimi dovevano imparare a confrontarsi con uno Stato che non guidava più l’Unione Sovietica. Eppure la scomparsa di un antagonismo non risolve automaticamente le questioni di potere, sicurezza e riconoscimento che lo avevano accompagnato. Chi avrebbe definito le regole della nuova Europa? Quanto avrebbe contato la volontà dei paesi divenuti indipendenti? E quale posto avrebbe occupato una Russia ancora vasta e militarmente importante, ma attraversata da una crisi profonda? Sono le domande che rendono rilevante The Return of Russia: From Yeltsin to Putin, the Story of a Vengeful Kremlin, pubblicato da Yale University Press nel 2025. James Rodgers le affronta da storico e da giornalista che ha seguito sul campo alcuni passaggi decisivi di quel periodo. La sua prospettiva tiene insieme le decisioni dei governi e il modo in cui esse furono vissute e interpretate: una scelta che a una parte appariva prudente poteva essere letta dall’altra come un’umiliazione o una minaccia. Il libro invita così a esaminare come nasca una contrapposizione fra Stati che avevano avuto anche occasioni concrete di cooperare. Comprendere quel percorso richiede di distinguere le intenzioni dichiarate, le condizioni in cui furono prese le decisioni e le conseguenze che divennero visibili soltanto in seguito.
“The Return of Russia: From Yeltsin to Putin, the Story of a Vengeful Kremlin”, James Rodgers (Yale University Press, 2025)



