Il libro di Leon Wansleben si inserisce nel dibattito sul ruolo delle banche centrali come istituzioni cardine dell’economia contemporanea, proponendo una lettura che unisce storia economica, sociologia politica e analisi istituzionale. L’autore intende dimostrare che la centralità delle banche centrali non può essere compresa riducendola a una questione tecnica di gestione monetaria, ma va vista come parte di una trasformazione più ampia dei rapporti tra Stato e capitalismo. Dopo la Seconda guerra mondiale, le banche centrali erano inserite nei regimi di politica economica keynesiani e subordinate agli esecutivi; dagli anni Settanta in poi, con la crisi del compromesso socialdemocratico, esse hanno acquisito un’autonomia crescente, legittimata dall’idea di neutralità tecnica e dal mandato di controllo dell’inflazione. Wansleben mostra come, a partire dagli anni Novanta e soprattutto dopo la crisi del 2008, le banche centrali siano diventate non solo arbitri ma attori attivi nei mercati finanziari, garantendo la stabilità del sistema e contribuendo direttamente alla sua riproduzione. Il libro mette in luce la tensione tra il loro potere tecnico e la debole legittimazione democratica, ponendo una domanda centrale: fino a che punto è compatibile con la democrazia un capitalismo in cui le banche centrali esercitano un ruolo così pervasivo?
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