Il problema del Metaverso non coincide con la semplice domanda se una determinata moda tecnologica sia destinata a durare. Riguarda, più in profondità, il modo in cui le persone potrebbero abitare gli ambienti digitali, attribuire valore a oggetti immateriali, costruire identità alternative e trasferire nel virtuale attività che oggi richiedono presenza fisica. The Virtual Universe: Unlocking the Possibilities of the Metaverse, pubblicato nel 2026 da Columbia University Press per l’imprint Columbia Business School Publishing, affronta tali questioni in una fase particolarmente adatta all’analisi: l’entusiasmo mediatico suscitato nel 2021 dalla strategia di Meta si è ormai attenuato, ma le tecnologie, gli investimenti e gli esperimenti avviati non sono scomparsi. Andreas Kaplan osserva quindi il fenomeno dopo il picco delle aspettative, quando diventa possibile distinguere le trasformazioni strutturali dalle promesse pubblicitarie. La sua prospettiva nasce inoltre da un’esperienza di ricerca iniziata circa vent’anni prima con Second Life e successivamente estesa allo studio dei social media. Il volume invita a non confondere la diminuzione dell’attenzione pubblica con l’irrilevanza del fenomeno: una tecnologia può attraversare lunghi periodi di maturazione, trovare applicazioni diverse da quelle inizialmente immaginate e riemergere quando infrastrutture e comportamenti sociali sono pronti ad accoglierla. L’interrogativo decisivo non è dunque soltanto quando il Metaverso diventerà tecnicamente realizzabile, ma quale forma assumerà, chi ne controllerà le strutture e fino a che punto sarà opportuno trasferirvi relazioni, lavoro, consumo e rappresentazione personale. Il libro merita attenzione perché considera insieme possibilità e limiti, evitando sia l’adesione incondizionata alle visioni utopiche sia la liquidazione del Metaverso come semplice fallimento commerciale.
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