“Xiongnu: The World’s First Nomadic Empire” Bryan K. Miller (Oxford University Press, 2024)
Pubblicato nel 2024 da Oxford University Press, il libro di Bryan K. Miller propone un rovesciamento di prospettiva su uno dei grandi nodi della storia eurasiatica: che cosa intendiamo davvero quando parliamo di “impero”, e chi ha il diritto di essere riconosciuto come soggetto capace di costruirne uno. Il caso degli Xiongnu – potenza della steppa che interagì per secoli con la Cina degli Han e con un vasto arco di regni e “stati mobili” dell’Asia interna – è qui trattato non come una parentesi barbarica ai margini della “civiltà”, ma come un laboratorio storico in cui si sperimentano forme di governo, integrazione e sfruttamento delle risorse in condizioni molto diverse da quelle agrarie e urbane. L’interrogativo di fondo non è soltanto se gli Xiongnu possano essere “classificati” come impero, ma quali presupposti nascosti guidino le classificazioni tradizionali: la centralità della scrittura, della burocrazia, delle città, delle infrastrutture stabili. Miller invita a osservare la politica dall’interno di un mondo in cui ricchezza e potere sono mobili, in cui la coesione si produce attraverso reti di persone, mandrie, rituali e oggetti, e in cui l’autorità si misura soprattutto nella capacità di controllare movimenti. Ne risulta una domanda più ampia e attuale: quante altre forme di statualità e di dominazione restano invisibili se continuiamo a usare, come metro universale, l’esperienza degli imperi agrari “sedentari”.


