Lo scorso 24 giugno, Stroncature ha ospitato un incontro dal titolo “Dieta e invecchiamento in salute: leggere il tempo biologico negli orologi epigenetici”. L’appuntamento si inserisce nelle attività di Terza Missione promosse da Stroncature in collaborazione con l’Università di Camerino e prende le mosse dalla ricerca della prof.ssa Laura Bordoni, “Evaluating the connection between diet quality, EpiNutrient intake and epigenetic age: an observational study”, pubblicata su The American Journal of Clinical Nutrition. A discutere questi temi con la prof.ssa Bordoni sono state Cinzia Mannozzi e Giorgia Vici, entrambe ricercatrici presso l’Università di Camerino. Al centro del webinar c’era una domanda concreta: in che modo la qualità della dieta può essere associata ai segnali biologici dell’invecchiamento? Il tema è stato affrontato attraverso il riferimento agli orologi epigenetici, strumenti di ricerca che permettono di stimare l’età biologica a partire da specifiche modificazioni del DNA.
Il punto di partenza è la distinzione tra età cronologica ed età biologica. L’età cronologica indica il tempo trascorso dalla nascita; l’età biologica cerca invece di descrivere lo stato di invecchiamento dell’organismo in rapporto alla sua funzionalità e alla sua salute nel lungo periodo. Due persone con la stessa età anagrafica possono trovarsi in condizioni biologiche diverse: una può mostrare segnali di invecchiamento più marcati, l’altra un profilo più favorevole. In ambito scientifico questa differenza è rilevante perché l’invecchiamento è uno dei principali fattori di rischio per molte patologie non trasmissibili, tra cui malattie metaboliche, cardiovascolari, neurodegenerative e alcuni tumori. Misurare l’età biologica non significa prevedere in modo semplice il futuro di una persona, ma cercare indicatori capaci di descrivere meglio il rapporto tra tempo, salute e rischio.
Gli orologi epigenetici si inseriscono in questo quadro. Per comprenderli occorre partire dall’epigenetica, cioè dall’insieme dei meccanismi che regolano l’uso delle informazioni contenute nel DNA. Il genoma può essere paragonato a un libretto di istruzioni presente in tutte le cellule; ciò che cambia è il modo in cui queste istruzioni vengono lette, attivate o silenziate in momenti diversi e in tessuti diversi. Le modificazioni epigenetiche non cambiano la sequenza del DNA, ma influenzano il modo in cui essa viene utilizzata. Tra queste modificazioni, la metilazione del DNA è una delle più studiate. Gli orologi epigenetici analizzano i livelli di metilazione in specifici siti del genoma e li usano per stimare l’età biologica. Il risultato può poi essere confrontato con l’età cronologica: se l’età biologica appare più alta si parla di accelerazione, se appare più bassa si parla di decelerazione.
La ricerca presentata nel webinar ha analizzato circa 760 individui della coorte LifeLines. Lo studio è di tipo osservazionale e trasversale: fotografa una popolazione in un determinato momento e cerca associazioni tra abitudini alimentari e accelerazione o decelerazione dell’età biologica. Le abitudini alimentari sono state ricostruite attraverso questionari di frequenza alimentare, strumenti molto usati negli studi di popolazione, ma non privi di limiti. A partire da questi dati, i ricercatori hanno valutato diversi aspetti della dieta: qualità complessiva, apporto di alcuni micronutrienti, carico glicemico, consumo di alimenti classificati in base al grado di processamento e presenza di gruppi alimentari già associati a livelli di infiammazione.
I risultati indicano un’associazione tra migliore qualità complessiva della dieta e decelerazione di diversi orologi epigenetici. In particolare, il consumo di vegetali e tè è risultato collegato a segnali più favorevoli, mentre gli alimenti ultra-processati, con un ruolo rilevante delle bevande zuccherate, sono stati associati a un profilo meno favorevole. Lo studio ha preso in considerazione anche alcune vitamine coinvolte nei processi di metilazione, in particolare vitamine del gruppo B e vitamina C. Questi nutrienti sono importanti perché partecipano ai meccanismi cellulari che rendono possibile la metilazione e la demetilazione del DNA. L’associazione osservata con vitamina B9, vitamina B12 e vitamina C conferma il razionale biologico dello studio, ma non autorizza semplificazioni: non basta isolare un singolo nutriente per spiegare un fenomeno complesso come l’invecchiamento biologico.
Una parte importante della discussione ha riguardato gli alimenti ultra-processati. Cinzia Mannozzi ha richiamato la necessità di non banalizzare il tema. La tecnologia alimentare, infatti, non è di per sé un problema: processi come pastorizzazione, sterilizzazione e trasformazione possono servire a garantire sicurezza, qualità, conservabilità e riduzione degli sprechi. La questione cambia quando la progettazione del prodotto è guidata soprattutto da finalità commerciali, dalla ricerca di massima appetibilità, facilità di consumo e ripetizione dell’acquisto. In questo caso il problema non è soltanto il “processo”, ma l’insieme di ingredienti raffinati, additivi, formulazioni, marketing e contesto di consumo. Il webinar ha quindi evitato una contrapposizione semplicistica tra tecnologia alimentare e salute, mettendo invece in evidenza la necessità di ridefinire meglio le categorie e di progettare prodotti che aiutino realmente le persone a costruire una dieta più equilibrata.
Giorgia Vici ha ricondotto il discorso alla qualità complessiva della dieta. Non esiste, in senso assoluto, il singolo alimento “buono” o “cattivo”; esiste piuttosto un insieme di scelte che, nel tempo, costruiscono un comportamento alimentare più o meno favorevole. Una dieta di qualità deve soddisfare i fabbisogni di energia, macronutrienti, vitamine e sali minerali, ma deve anche essere varia, sostenibile, praticabile nella vita quotidiana e coerente con indicazioni nutrizionali solide. In questa prospettiva, il riferimento a un’alimentazione prevalentemente basata su prodotti vegetali non significa escludere automaticamente tutti gli alimenti di origine animale, ma modulare le frequenze di consumo e dare maggiore spazio a frutta, verdura, legumi e prodotti poco trasformati. La qualità della dieta dipende anche dalla capacità di scegliere, leggere le etichette, conservare e preparare gli alimenti: per questo l’educazione alimentare resta un punto centrale.
Il messaggio conclusivo del webinar riguarda il ruolo della nutriepigenetica e i suoi limiti attuali. Gli orologi epigenetici sono strumenti promettenti per studiare l’impatto delle esposizioni ambientali, compresa l’alimentazione, sui processi biologici dell’invecchiamento. Possono essere utili soprattutto negli studi su gruppi di popolazione e nel monitoraggio dell’efficacia di interventi di prevenzione. Tuttavia, la loro applicazione al singolo individuo è ancora limitata e non deve essere trasformata in una scorciatoia diagnostica. Lo stesso vale per lo studio presentato: essendo osservazionale, mostra associazioni, non rapporti diretti di causa ed effetto. Per stabilire nessi causali servirebbero studi prospettici e trial clinici. Il valore della ricerca sta quindi nel contribuire a un quadro più ampio: capire come dieta, stile di vita e regolazioni epigenetiche possano interagire nel tempo, senza promettere soluzioni immediate, ma offrendo strumenti più raffinati per studiare l’invecchiamento in salute.








