L’intelligenza artificiale come l'elettricità?
Nel suo articolo del 31 luglio 2026, Robert Armstrong sostiene sul Financial Times che la volatilità dei titoli tecnologici non rappresenti necessariamente una manifestazione dell’irrazionalità dei mercati. Gli investitori starebbero cercando di stabilire quale struttura competitiva emergerà dall’intelligenza artificiale e, soprattutto, quali imprese saranno in grado di trattenere il valore economico prodotto dalla nuova tecnologia. Armstrong formula l’ipotesi (che è una immagina ricorrente) nel modo più netto: «l’intelligenza diventerà una commodity, quasi come l’elettricità» . L’analogia non implica che i modelli siano tecnicamente assimilabili all’energia elettrica, né che l’intera filiera dell’intelligenza artificiale sia destinata a diventare indifferenziata. Indica una possibilità più precisa: una tecnologia può essere pervasiva, indispensabile e capace di modificare profondamente la produttività senza consentire ai propri produttori di ottenere rendite proporzionate al valore complessivo creato. Il problema non consiste allora nello stabilire se l’intelligenza artificiale cambierà l’economia, ma se i produttori dei modelli riusciranno ad appropriarsi di una parte sufficiente di quel cambiamento da giustificare gli investimenti sostenuti e le valutazioni riconosciute dal mercato.
Rassegna della stampa tedesca #175
23-29 luglio 2026, a cura della redazione di Stroncature per la Fondazione Hanns Seidel Italia/Vaticano. Il numero è attraversato da un filo unico: la distanza fra ciò che viene deciso e ciò che viene eseguito. La riorganizzazione del governo e della CDU corregge gli equilibri di potere senza garantire una linea politica; le misure di sicurezza proposte dopo l’attentato al Christopher Street Day di Berlino risultano in larga parte già disponibili ma applicate in modo diseguale fra i Länder; la richiesta tedesca di ridurre il bilancio pluriennale dell’Unione non è accompagnata da una gerarchia esplicita delle priorità europee; il caso di Lingen mostra che l’uscita nazionale dal nucleare non ha eliminato la dipendenza tecnologica. Sulla difesa la stessa tensione si legge in positivo, con il passaggio dalla produzione artigianale alle linee di serie e la sperimentazione di cicli di adattamento software molto più brevi del procurement tradizionale. Chiudono il quadro il confronto su pensioni e integrazione nel mercato del lavoro e segnali congiunturali meno negativi, ma non ancora di ripresa.
Pace, pace, pace. Donne e uomini contro la guerra nel Medioevo, di Ermanno Orlando (il Mulino)
Sulla guerra medievale esiste una bibliografia sterminata; sulla pace, saggistica ma quasi nessun libro di sintesi. La ragione è che la pace sembra un non fatto: la guerra scoppia ed è fragorosa, la pace si negozia; la guerra è la regola, la pace una parentesi; la guerra si presta alla cronaca, la pace è elusiva e quasi mai sensazionale. Ermanno Orlando colma quella lacuna scegliendo la via di una storia umana — non un’idea di pace, ma le donne e gli uomini che fra X e XV secolo la pensarono e la fecero, spesso andando controcorrente, spesso inascoltati, spesso perdenti. Il titolo viene da un grido del canzoniere di Petrarca davanti all’Italia trecentesca lacerata da guerre e divisioni, e ha un’eco in Caterina da Siena, che ai potenti del suo tempo ripeteva di non indugiare più. Il percorso attraversa i movimenti della pace e della tregua di Dio, l’elaborazione dei concetti di guerra giusta e di pace nel pensiero e nel diritto della Chiesa, la rivoluzione degli ordini mendicanti con Francesco d’Assisi e Domenico di Guzmán, la pace scandalosa di Federico II, i movimenti di penitenza del basso Medioevo, la maturazione di una dottrina laica della pace in età comunale, la genesi di un’alternativa pacifista alle crociate — gli oblocutores, i contestatori — e infine il contributo delle donne. Ne emerge un Medioevo che non è pacifista contrapposto a un Medioevo guerriero: pace e guerra appartengono al medesimo sistema culturale e si giustificano a vicenda, tanto che Caterina invocava la pace fra i cristiani e sosteneva insieme la crociata. La pace del libro è del resto concretissima, fatta di gesti fisici — il bacio della pace scelto per la copertina, il banchetto condiviso, le armi deposte a terra.
Le politiche energetiche in Italia. Dalle crisi petrolifere alla rinuncia al nucleare (1975-1987), di Silvio Labbate (Carocci)
Il termine stesso di «politica energetica» viene coniato in Italia soltanto dopo il primo shock petrolifero: prima di allora, e in particolare dopo la morte di Enrico Mattei nel 1962, il paese non ne ha una in senso proprio. Silvio Labbate ricostruisce il decennio che va dal primo piano energetico nazionale del 1975 ai referendum del 1987, muovendosi sulle scelte di governo e su una base documentaria che comprende atti parlamentari, carte dell’Archivio centrale dello Stato, fondi Adolfo Battaglia e Aldo Moro, carte IRI e del Ministero delle partecipazioni statali, l’archivio del Dipartimento di Fisica della Sapienza e documentazione estera — perché una politica energetica, allora come oggi, non è separabile dal contesto internazionale. Il punto di forza del piano del 1975 è il ritorno al nucleare, con l’ipotesi di venti centrali, ma il programma incontra da subito ostacoli procedurali e autorizzativi nelle amministrazioni locali e regionali, e va aggiornato nel giro di pochi anni senza modificare granché la posizione del paese: l’Italia arriva impreparata anche al secondo shock, fra il 1978 e il 1979. Nel frattempo si consolida la scelta del gas naturale, con le trattative avviate negli anni Sessanta verso Algeria, Unione Sovietica e Paesi Bassi. Dopo Černobyl’ i tre referendum del 1987 non chiedevano in modo esplicito la rinuncia al nucleare, ma la produssero di fatto — e con essa, osserva l’autore, una limitazione meno discussa e forse più pesante: il ritorno dell’Enel ai compiti originari le impedì di partecipare ai programmi nucleari esteri, con la conseguente dispersione di competenze e personale tecnico. Il libro chiude quel percorso mostrando come da lì derivi una dipendenza dalle fonti fossili, e dal gas in particolare, di cui il paese si è riaccorto bruscamente nel 2022.
Licosia: ogni libro è un luogo
Licosia ha un nuovo sito. La casa editrice del circuito Stroncature — indipendente, di ispirazione liberale e laica — si presenta oggi con una veste completamente rinnovata, all’indirizzo di sempre: www.licosia.com. Pubblichiamo ricerca scientifica e accademica in collane con direttori e comitati scientifici, per una convinzione che ci accompagna da sempre e che anima anche Stroncature: sono la ricerca scientifica, culturale e tecnologica a muovere il mondo, e i libri ne sono il carburante. Da qui l’idea che dà forma al nuovo sito: ogni libro è un luogo. Un luogo dove si va per discuterne, dove si ritorna, di cui si può avere nostalgia o l’ansia di arrivare. Per questo, accanto al catalogo, alle collane, al processo di peer review e all’impegno per l’open access, ogni volume vive come una piattaforma — presentazioni video, dibattiti, incontri del circuito.
Ma la novità vera sono due sezioni pensate per chi la ricerca la fa e la deve pubblicare. La prima riguarda i fondi di ateneo e di dipartimento: la maggior parte dei docenti ha diritto a risorse per la pubblicazione che restano inutilizzate perché nessuno spiega come si chiedono. Il sito raccoglie le schede dei principali atenei italiani, verificate sui regolamenti vigenti, con l’indicazione di chi delibera, quali documenti servono, in quali finestre temporali si presenta la domanda. C’è un vademecum in cinque passi che accompagna dalla verifica della capienza del fondo alla rendicontazione finale, e c’è un modulo per chiedere una verifica gratuita: entro quarantotto ore si riceve la risposta su quale fondo è utilizzabile per il proprio volume e con quale procedura. La burocrazia la fa la casa editrice, non l’autore.
La seconda è lo screening dei finanziamenti esterni: oltre quaranta canali fra bandi ministeriali, europei, regionali e fondazioni private, ciascuno con l’importo, la scadenza e i requisiti di ammissibilità. Lo stato aperto o chiuso si aggiorna da solo, e ogni scheda porta la data dell’ultima verifica, così non capita di lavorare su un bando scaduto tre mesi fa.




