Punti cardinali #122
La ricerca accademica internazionale è il luogo dove nascono i concetti che definiscono il nostro tempo e dove vengono forgiati gli strumenti per leggere la realtà e le sue evoluzioni. Eppure, l’accesso a questa fonte strategica è bloccato da barriere strutturali: la complessità delle opere originali, la loro assenza nel mercato italiano e i costi spesso proibitivi delle opere accademici e specialistiche.
Punti Cardinali nasce per abbattere queste barriere.
Ogni numero mette a disposizione degli abbonati schede analitiche sulle opere più rilevanti: sintesi ragionate che restituiscono il nucleo teorico di ciascun volume, senza sacrificarne la profondità. Il risultato è un vantaggio concreto — assimilare in poco tempo strumenti di analisi che altrimenti richiederebbero settimane — e un accesso diretto al meglio del pensiero globale, indipendentemente dalla lingua o dal prezzo dell’originale.
L’intero catalogo, con migliaia di titoli, è disponibile per gli abbonati.
Lessons from the New Cold War: America Confronts the China Challenge, Hal Brands (a cura di), Johns Hopkins University Press, 2025
Nel 2025, per Johns Hopkins University Press, esce “Lessons from the New Cold War: America Confronts the China Challenge”, volume collettaneo curato da Hal Brands che propone una lettura unitaria ma non monolitica della rivalità sino-americana come questione ordinatrice del presente. L’idea di fondo, esplicitata fin dalle pagine introduttive, è che la competizione con Pechino non sia una crisi tra le altre, bensì una cornice dentro cui molte crisi vengono reinterpretate, misurate e persino accelerate. Chiamarla “nuova guerra fredda” serve meno a evocare un passato da replicare, e più a indicare un tipo di conflitto politico-strategico che si svolge in un’area intermedia tra guerra e pace: fatta di pressioni economiche, vincoli tecnologici, logiche di coalizione, posture militari, operazioni di influenza e scelte interne che diventano, a loro volta, risorse o vulnerabilità. In questo quadro, l’interrogativo che attraversa l’opera è concreto e, per certi versi, scomodo: quali lezioni si possono trarre da un decennio di confronto ormai dichiarato, e quanto sono solide le premesse dell’azione americana, se “vincere” in un conflitto di lunga durata significa spesso riconoscere progressi minimi, reversibili, difficili da misurare? Il libro merita attenzione perché costringe a guardare la competizione non come un dossier settoriale, ma come un problema di architettura: di ordine internazionale, di resilienza economica, di capacità industriale, di alleanze e di coerenza politica.
“Infocracy: Digitalization and the Crisis of Democracy” Byung-Chul Han (Presses Universitaires de France, 2023)
In “Infocratie. Numérique et crise de la démocratie” (Presses Universitaires de France, 2023), Byung-Chul Han mette a fuoco un mutamento di regime che non riguarda solo le tecnologie, ma la forma stessa del potere e le condizioni cognitive della vita pubblica. Il suo punto di partenza è semplice e insieme ambizioso: la digitalizzazione non si limita a “influenzare” la politica, bensì ristruttura ciò che intendiamo per spazio pubblico, opinione, decisione e verità, alterando la trama di abitudini percettive e temporali su cui la democrazia moderna si è storicamente appoggiata. L’autore non propone un’ennesima critica moralistica dei social media, ma ricostruisce una dinamica sistemica: quando l’informazione diventa ambiente totale, e quando l’elaborazione algoritmica si intreccia con l’intelligenza artificiale, cambiano insieme la grammatica della visibilità, le modalità della persuasione, la produzione della fiducia e persino le forme della soggettività. In questo contesto, la crisi democratica non è solo istituzionale o economica: è una crisi di attenzione, di ascolto, di tempo condiviso e di capacità di discorso. La domanda che attraversa il libro, senza esaurirsi in una diagnosi tecnologica, è allora come possa sopravvivere una pratica democratica fondata su confronto argomentato, mediazione e responsabilità, in un ecosistema che premia velocità, eccitazione, profilazione e frammentazione.
“Original Sins. The (Mis)education of Black and Native Children and the Construction of American Racism” Eve L. Ewing (One World, 2025)
“Original Sins. The (Mis)education of Black and Native Children and the Construction of American Racism” (Eve L. Ewing, One World, 2025) parte da una domanda volutamente semplice e per questo destabilizzante: a cosa servono davvero le scuole? La forza del libro sta nel rifiuto di trattare la scuola come uno sfondo neutro, un’istituzione “buona per definizione” che al massimo riflette problemi esterni. Ewing propone invece di guardare all’educazione come a un meccanismo centrale della vita politica e morale degli Stati Uniti: un luogo dove si imparano non solo competenze, ma soprattutto gerarchie, confini di appartenenza, criteri di valore umano. L’autrice chiama in causa due fatti originari che, nella sua ricostruzione, non sono “capitoli del passato” ma strutture persistenti: la colonizzazione insediativa fondata sull’espropriazione e sul genocidio dei popoli indigeni, e la schiavitù come sistema di produzione e di classificazione delle persone. Il punto di partenza non è quindi la “disparità scolastica” intesa come problema tecnico, bensì la domanda su quale tipo di Paese la scuola abbia contribuito a costruire, quali figure umane abbia reso pensabili e quali invece abbia reso marginali, impossibili o sacrificabili. In questa prospettiva la scuola diventa un laboratorio di realtà: produce abitudini di sguardo, narrazioni autorizzate, modelli di cittadinanza, pratiche di controllo dei corpi e aspettative economiche. Il libro chiede al lettore di sospendere l’idea consolatoria dell’educazione come ascensore sociale universale e di verificare, nella storia concreta, come le scuole abbiano funzionato diversamente “per persone diverse”, creando promesse per alcuni e vincoli per altri.




