Punti cardinali #84
La ricerca accademica internazionale è il luogo dove nascono i concetti che definiscono il nostro tempo e dove vengono forgiati gli strumenti per leggere la realtà. Eppure, l’accesso a questa fonte strategica è bloccato da barriere strutturali: la complessità delle opere originali, la loro assenza nel mercato italiano e i costi proibitivi dei volumi specialistici.
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In questo numero: l’analisi di 3 nuove opere appena pubblicate dalle maggiori case editrici accademiche.
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“Causal Inference” Paul R. Rosenbaum (The MIT Press, 2023)
Causal Inference di Paul R. Rosenbaum (The MIT Press, 2023) affronta una questione che attraversa molte decisioni pubbliche e private: capire che cosa “produce” davvero un effetto, e non soltanto che cosa gli assomiglia o lo accompagna. In medicina, nelle politiche sociali, nell’economia e perfino nella vita quotidiana, siamo circondati da correlazioni che sembrano parlare chiaro e che invece possono ingannarci: un trattamento pare funzionare, un comportamento pare dannoso, una scelta pare migliorare la vita, ma non è detto che sia la causa di ciò che osserviamo. Il libro invita a prendere sul serio questa differenza, perché da essa dipendono scelte con conseguenze reali: curare o non curare, regolamentare o non regolamentare, finanziare o non finanziare, incentivare o disincentivare. La prospettiva dell’autore è metodologica e insieme profondamente pratica: non propone una filosofia astratta della causalità, ma un modo disciplinato di costruire evidenza, di riconoscere quando l’evidenza è solida e quando è fragile, di capire quali obiezioni siano pertinenti e quali siano solo retoriche. Il filo conduttore è un’idea semplice ma esigente: per sapere cosa accade “se interveniamo”, dobbiamo chiarire che cosa intendiamo per intervento, quali alternative stiamo confrontando, e quali condizioni rendono quel confronto credibile.
“The Avoidable War : The Dangers of a Catastrophic Conflict between the US and Xi Jinping’s China” Kevin Rudd (Odile Jacob, 2025)
In Chine–États-Unis. Cette guerre qu’on peut encore éviter (Odile Jacob, 2025), Kevin Rudd affronta un problema che non appartiene più alla sola diplomazia, ma alla “condizione” geopolitica del presente: la possibilità che la rivalità tra Stati Uniti e Cina degeneri in una crisi irreversibile, fino al conflitto aperto. L’idea-guida non è consolatoria né fatalista: la guerra è un esito possibile, perfino plausibile in certe circostanze, ma non è un destino scritto. Proprio perché evitabile, impone una disciplina dell’analisi e dell’azione: capire i meccanismi che producono escalation, riconoscere le illusioni che alimentano l’incomprensione reciproca, ricostruire gli interessi vitali e le linee rosse effettive, distinguere ciò che è competizione “gestibile” da ciò che diventa “esistenziale”. Rudd scrive da una posizione singolare, maturata tra studi, esperienza diretta della Cina e rapporti di governo con gli Stati Uniti: ciò gli consente di trattare la relazione bilaterale come un sistema complesso, dove ideologia, economia, sicurezza e percezioni pubbliche si influenzano a vicenda, e dove le parole (“contenimento”, “ordine basato su regole”, “sovranità”, “sicurezza”) funzionano spesso come segnali più che come descrizioni. Il libro, fin dall’avvio, chiede di abbandonare due scorciatoie: l’idea che basti “voler cooperare” per evitare lo scontro e, all’opposto, l’idea che la collisione sia inevitabile perché “così vuole la storia”.
“Battleground: Ten Conflicts that Explain the New Middle East” di Christopher Phillips (Yale University Press, 2024)
In Battleground: Ten Conflicts that Explain the New Middle East (Yale University Press, 2024) Christopher Phillips parte da un’intuizione semplice ma esigente: se si vuole capire davvero la politica internazionale mediorientale contemporanea, bisogna smettere di cercare una chiave unica e rassicurante. La regione è attraversata da fratture che appaiono, a uno sguardo esterno, come un groviglio di guerre civili, rivalità confessionali, crisi umanitarie, occupazioni e interventi stranieri; e tuttavia proprio questa impressione di caos, secondo l’autore, deriva spesso dal modo sbagliato in cui si raccontano e si interpretano gli eventi. Phillips invita a sostituire le spiegazioni “a slogan” con domande più dure: che cosa trasforma una protesta in un conflitto armato? quando e perché un attore esterno decide di entrare in una guerra altrui? come si combinano scelte di élite locali, strutture statali fragili, memorie storiche e opportunismi regionali? Il libro merita attenzione perché affronta il Medio Oriente non come un’enorme eccezione permanente, ma come un campo di interazioni complesse in cui decisioni politiche, paure e calcoli strategici producono esiti cumulativi. La prospettiva è dichiaratamente “da fuori”, rivolta a un pubblico che cerca un punto d’ingresso affidabile senza ridurre tutto a religione, petrolio o imperialismo, e che vuole capire perché, nel XXI secolo, alcuni conflitti si amplificano fino a ridefinire gli equilibri dell’intera area.
“Battleground Ukraine: From Independence to the War with Russia” di Adrian Karatnycky (Yale University Press, 2024)
Questo libro affronta una domanda che, dal 1991 in poi, non ha mai smesso di gravare sull’Europa: come nasce e si consolida uno Stato quando l’indipendenza arriva dopo decenni di dominio imperiale, con istituzioni fragili, identità interne diseguali e un vicino potente deciso a contestarne la sovranità. Adrian Karatnycky osserva l’Ucraina come un laboratorio politico e sociale in cui, in poco più di trent’anni, si accelerano processi che altrove hanno richiesto secoli: ricostruzione della memoria storica, ridefinizione di lingua e appartenenze, creazione di apparati statali, formazione di un’economia post-statale, e infine la prova estrema della guerra. Il punto di partenza non è l’epica nazionale, ma la materialità delle fratture: l’eredità della repressione sovietica, la russificazione, le differenze regionali, la competizione tra società civile e reti di potere, e l’oscillazione geopolitica tra Occidente e Russia. Dentro questa cornice, l’autore propone di leggere l’Ucraina non come “caso periferico”, ma come nodo centrale di un conflitto di modelli: pluralismo contro autoritarismo, autonomia nazionale contro ricomposizione imperiale, Stato di diritto contro cattura oligarchica. Pubblicato nel 2024 da Yale University Press, il volume invita a prendere sul serio l’idea che la costruzione di una nazione non sia un fatto simbolico, bensì una questione di sopravvivenza politica.





