Punti cardinali #119
La ricerca accademica internazionale è il luogo dove nascono i concetti che definiscono il nostro tempo e dove vengono forgiati gli strumenti per leggere la realtà e le sue evoluzioni. Eppure, l’accesso a questa fonte strategica è bloccato da barriere strutturali: la complessità delle opere originali, la loro assenza nel mercato italiano e i costi spesso proibitivi delle opere accademici e specialistiche.
Punti Cardinali nasce per abbattere queste barriere.
Ogni numero mette a disposizione degli abbonati schede analitiche sulle opere più rilevanti: sintesi ragionate che restituiscono il nucleo teorico di ciascun volume, senza sacrificarne la profondità. Il risultato è un vantaggio concreto — assimilare in poco tempo strumenti di analisi che altrimenti richiederebbero settimane — e un accesso diretto al meglio del pensiero globale, indipendentemente dalla lingua o dal prezzo dell’originale.
L’intero catalogo, con migliaia di titoli, è disponibile per gli abbonati.
“How Sanctions Work: Iran and the Impact of Economic Warfare” Narges Bajoghli, Vali Nasr, Djavad Salehi-Isfahani, Ali Vaez (Stanford University Press, 2024)
In “How Sanctions Work: Iran and the Impact of Economic Warfare” (Stanford University Press, 2024) gli autori chiedono al lettore di guardare alle sanzioni non come a un dettaglio tecnico della diplomazia, ma come a una forma di conflitto che si dispiega nel tempo, senza bombe ma con effetti sociali comparabili a quelli di una guerra prolungata. Il libro prende sul serio l’idea, spesso ripetuta nei dibattiti pubblici occidentali, che le sanzioni siano una “via di mezzo” tra l’inazione e l’intervento militare: uno strumento duro, ma pulito; coercitivo, ma più “umano”; efficace, ma a basso costo per chi lo impone. Proprio questa rappresentazione, sostengono gli autori, merita di essere smontata con pazienza analitica, perché tende a nascondere la sostanza dei processi messi in moto: che cosa accade a una società quando l’economia diventa terreno di scontro, quando l’incertezza diventa struttura stabile della vita quotidiana, quando la normalità si trasforma in adattamento continuo. Il caso iraniano è scelto non solo per la sua centralità geopolitica, ma perché consente di osservare l’effetto cumulativo di decenni di misure sempre più sofisticate e pervasive: un laboratorio storico in cui la domanda vera non è se le sanzioni “funzionino”, ma che cosa producano, chi colpiscano, chi rafforzino, e quali conseguenze generino nel lungo periodo.
“Islam: A New History from Muhammad to the Present” John Tolan (Princeton University Press, 2025)
Il libro di John Tolan, pubblicato da Princeton University Press nel 2025, parte da una domanda solo in apparenza semplice: che cos’è “l’Islam”? La risposta, fin dalle prime pagine, non viene cercata in una definizione unica, ma nel movimento della storia: ciò che gli uomini e le donne hanno chiamato “Islam” in quattordici secoli, in contesti sociali, linguistici e politici diversissimi, non coincide mai pienamente con un’essenza immobile. Tolan insiste su un punto che orienta l’intera opera: la stessa parola “Islam” designa, nelle lingue europee, insieme una religione e una civiltà, e questa ambiguità crea malintesi, stereotipi e semplificazioni. Per sottrarsi alle caricature contemporanee (l’Islam come religione “violenta” o, per contro, “naturalmente pacifica”), l’autore propone di osservare come credenze, pratiche, istituzioni e immaginari si siano costruiti nel tempo, spesso per confronto con ebrei e cristiani, e sempre dentro società concrete. Il suo sguardo dichiaratamente storico, non teologico, cerca quindi non “verità eterne”, ma trasformazioni: l’Islam dei primi califfi non è quello dei giuristi di Baghdad, dei maestri sufi, dei riformatori ottocenteschi o dei musulmani del XXI secolo. L’immagine di copertina dedicata a Rabia al-Adawiyya, mistica dell’VIII secolo raffigurata però secondo canoni artistici indo-mughal del Settecento, diventa così un emblema: unità di riferimenti comuni, ma pluralità delle forme storiche che li incarnano.
“Medicine on a Larger Scale: Global Histories of Social Medicine” Anne Kveim Lie, Jeremy A. Greene, Warwick Anderson (Cambridge University Press & Assessment, 2025)
In un tempo in cui le disuguaglianze sanitarie si allargano e l’ingiustizia ecologica ridisegna, spesso in modo brutale, le condizioni della vita collettiva, parlare di “medicina” come se fosse soltanto un insieme di tecniche e competenze cliniche non basta più. “Medicine on a Larger Scale. Global Histories of Social Medicine” (Cambridge University Press & Assessment, 2025) si colloca esattamente in questo punto di attrito: tra ciò che la medicina sa fare sul corpo individuale e ciò che resta invisibile se non si considera la trama sociale, economica e politica che produce malattia, cura e vulnerabilità. Il libro non propone una definizione rassicurante, né una genealogia lineare: mette in scena piuttosto una costellazione di esperienze, linguaggi e lotte in cui la “medicina sociale” appare, di volta in volta, come disciplina, progetto istituzionale, etica professionale, pratica di governo, oppure come critica radicale dell’ordine esistente. Ciò che rende l’opera rilevante non è soltanto l’ampiezza geografica, ma l’idea che una storia globale della medicina sociale possa offrire un passato “utilizzabile” per pensare politiche della salute più adeguate alle crisi contemporanee.




