Punti cardinali #151
La ricerca accademica internazionale è il luogo dove nascono i concetti che definiscono il nostro tempo e dove vengono forgiati gli strumenti per leggere la realtà e le sue evoluzioni. Eppure, l’accesso a questa fonte strategica è bloccato da barriere strutturali: la complessità delle opere originali, la loro assenza nel mercato italiano e i costi spesso proibitivi delle opere accademici e specialistiche.
Punti Cardinali nasce per abbattere queste barriere.
Ogni numero mette a disposizione degli abbonati schede analitiche sulle opere più rilevanti: sintesi ragionate che restituiscono il nucleo teorico di ciascun volume, senza sacrificarne la profondità. Il risultato è un vantaggio concreto — assimilare in poco tempo strumenti di analisi che altrimenti richiederebbero settimane — e un accesso diretto al meglio del pensiero globale, indipendentemente dalla lingua o dal prezzo dell’originale.
L’intero catalogo, con migliaia di titoli, è disponibile per gli abbonati.
“Theory of Strangers. Science of People, Democracy, Non-Psychoanalysis” François Laruelle (Edinburgh University Press, 2026)
Theory of Strangers. Science of People, Democracy, Non-Psychoanalysis, pubblicato in traduzione inglese da Edinburgh University Press nel 2026, a partire dall’originale francese del 1995 uscito presso Éditions Kimé, affronta una questione tanto teorica quanto politica: come pensare l’uomo senza ridurlo alle immagini che la filosofia, le scienze umane, la politica e la psicoanalisi hanno costruito attorno a lui. Il libro non si presenta come un trattato sulla figura sociale dello straniero, né come un’analisi empirica delle migrazioni, dell’alterità culturale o dell’esclusione politica. Il suo problema è più radicale: capire se lo straniero possa diventare il nome di una nuova comprensione dell’umano, sottratta alla logica dell’opposizione tra io e altro, soggetto e oggetto, individuo e comunità, identità e differenza. Laruelle parte da una difficoltà molto ampia: ogni volta che la filosofia parla dell’uomo, tende anche a dividerlo, a interpretarlo attraverso categorie che gli sono anteriori o superiori, come l’essere, il soggetto, la coscienza, il linguaggio, il desiderio, la storia, la legge. Le scienze umane, da parte loro, sembrano studiare l’uomo, ma lo fanno spesso attraverso frammenti, proprietà, funzioni o campi particolari. Il libro merita attenzione perché tenta di spostare il terreno stesso della domanda: non più “che cos’è l’uomo?” secondo le categorie già disponibili, ma quali condizioni permettono di pensare l’uomo senza farne subito l’effetto di una decisione teorica che lo divide. In questo senso, lo “straniero” non è semplicemente l’altro che incontriamo fuori di noi, ma una figura concettuale attraverso cui Laruelle prova a ridefinire l’identità umana, la democrazia e persino l’inconscio.
“American Bacon: The History of a Food Phenomenon”, Mark A. Johnson (The University of Georgia Press, 2026)
American Bacon: The History of a Food Phenomenon di Mark A. Johnson, pubblicato nel 2026 da The University of Georgia Press, prende come oggetto un alimento apparentemente semplice e lo trasforma in una chiave di lettura della storia sociale americana. Il bacon non è trattato come una curiosità gastronomica, né come un prodotto da celebrare o condannare, ma come un osservatorio attraverso cui seguire trasformazioni profonde: il rapporto tra gusto e gerarchia sociale, tra nutrizione e morale pubblica, tra industria alimentare e identità nazionale, tra piacere e colpa. Il libro merita attenzione perché parte da una domanda solo in apparenza marginale: come ha potuto un cibo per lungo tempo associato alla povertà, alla rozzezza, alla fatica fisica, alla malattia e alla cattiva alimentazione diventare, nel giro di pochi decenni, un’icona culturale, gastronomica e commerciale? Johnson mostra che il gusto non è mai soltanto una faccenda di palato. Ciò che una società considera desiderabile, disgustoso, sano, volgare, virile, raffinato o autentico dipende da rapporti di potere, da codici morali e da trasformazioni economiche. Per questo il bacon diventa un oggetto storico particolarmente rivelatore: attraversa la vita quotidiana, le guerre, la schiavitù, la medicina, la pubblicità, la cultura popolare e le battaglie simboliche dell’America contemporanea.
“Business Models of the Future. How AI and Advanced Digital Transformation are Reshaping Industries” Rim El Khoury (Springer Nature Switzerland AG, 2026)
Business Models of the Future. How AI and Advanced Digital Transformation are Reshaping Industries, curato da Rim El Khoury e pubblicato da Springer Nature Switzerland AG nel 2026, affronta una questione che attraversa ormai ogni settore economico e istituzionale: in che modo le organizzazioni cambiano quando tecnologie digitali, intelligenza artificiale, automazione, nuovi modelli finanziari e nuove forme di relazione con il mercato entrano nei processi decisionali, produttivi e gestionali. L’interesse dell’opera non sta soltanto nel tema dell’innovazione, ormai centrale nel dibattito contemporaneo, ma nel modo in cui questa innovazione viene osservata: non come semplice introduzione di strumenti tecnici, bensì come trasformazione dei rapporti tra imprese, lavoratori, consumatori, istituzioni, comunità e sistemi regolativi. Il libro invita a leggere il futuro dei modelli di business come un campo composito, nel quale efficienza, sostenibilità, inclusione, capacità organizzativa, gestione del rischio e uso dei dati diventano dimensioni inseparabili. La domanda di fondo non è quindi se le tecnologie digitali modifichino le industrie, ma quali condizioni permettano a questa modifica di produrre valore stabile, controllabile e socialmente sostenibile. In questo senso, l’opera merita attenzione perché mostra che la trasformazione digitale non è mai neutra: essa richiede leadership, infrastrutture, competenze, regole, fiducia e capacità di adattamento, e apre interrogativi decisivi sul modo in cui le organizzazioni potranno restare competitive senza perdere coerenza interna e responsabilità verso l’ambiente sociale in cui operano.
Geostrategia
È una pubblicazione di Stroncature dedicata alla sicurezza internazionale e alle questioni strategiche.
Dal mare alla terra: l’Impero britannico e il controllo delle coste
Uno stretto è una linea d’acqua tra due rive. È questa la sua natura, ed è qui la chiave di tutta la sua politica. Una flotta può attraversare un passaggio, può anche sorvegliarlo per un certo tempo, ma non può tenerlo: prima o poi deve rifornirsi, ripararsi, ancorarsi da qualche parte. Per controllare davvero uno stretto, in modo stabile e permanente, occorre possederne le sponde, disporre di una base sulla terraferma vicina e, spesso, dominarne il retroterra. Il controllo di un passaggio marittimo, in altre parole, non è soltanto un’impresa navale. È per questo che l’impero britannico, che si reggeva sul controllo dei grandi stretti del mondo, fu costretto a occupare, una dopo l’altra, le terre che li circondavano.
Le fonti sull’impero britannico documentano questo meccanismo in modo esplicito. Paul Kennedy elenca le acquisizioni d’oltremare proprio in funzione dei varchi che ciascuna presidiava; John Darwin classifica i possedimenti imperiali per funzione strategica, distinguendo «fortezze navali e militari (come Gibilterra e Malta)» e «”occupazioni” (come Egitto e Cipro)».[1] Questo articolo analizza, caso per caso, come Londra abbia occupato i territori attorno a ogni stretto, e mostra che la logica fu sempre la stessa: per chiudere o tenere aperto un passaggio bisognava prima impadronirsi delle sue rive.





