Punti cardinali #168
La ricerca accademica internazionale è il luogo dove nascono i concetti che definiscono il nostro tempo e dove vengono forgiati gli strumenti per leggere la realtà e le sue evoluzioni. Eppure, l’accesso a questa fonte strategica è bloccato da barriere strutturali: la complessità delle opere originali, la loro assenza nel mercato italiano e i costi spesso proibitivi delle opere accademici e specialistiche.
Punti Cardinali nasce per abbattere queste barriere.
Ogni numero mette a disposizione degli abbonati schede analitiche sulle opere più rilevanti: sintesi ragionate che restituiscono il nucleo teorico di ciascun volume, senza sacrificarne la profondità. Il risultato è un vantaggio concreto — assimilare in poco tempo strumenti di analisi che altrimenti richiederebbero settimane — e un accesso diretto al meglio del pensiero globale, indipendentemente dalla lingua o dal prezzo dell’originale.
L’intero catalogo, con migliaia di titoli, è disponibile per gli abbonati.
“Calendar, Cult, and Law in Rome to the Age of Augustus”, Daniel J. Gargola (Cambridge University Press, 2026)
Pubblicato nel 2026 da Cambridge University Press, Calendar, Cult, and Law in Rome to the Age of Augustus di Daniel J. Gargola affronta una questione essenziale per comprendere la civiltà romana: in che modo una comunità politica definisce, ordina e governa il proprio tempo? Il calendario potrebbe apparire un semplice strumento di misurazione, destinato a registrare il succedersi dei giorni, dei mesi e degli anni. Nell’antichità, tuttavia, esso era molto di più. Stabilire l’inizio dell’anno, distinguere i giorni adatti alle assemblee da quelli riservati alle cerimonie religiose, determinare la durata delle magistrature o decidere quando aggiungere un periodo intercalare significava intervenire direttamente nell’organizzazione della città. Gargola mostra che il tempo romano non costituiva uno sfondo neutro delle istituzioni, ma uno dei mezzi attraverso i quali la comunità definiva il proprio rapporto con gli dèi, con l’ordine celeste e con le norme che regolavano la vita pubblica. Il problema centrale riguarda quindi la relazione tra fenomeni naturali, pratiche religiose e decisioni umane. Il movimento del Sole, le fasi della Luna e l’alternarsi delle stagioni offrivano punti di riferimento visibili, ma la loro trasformazione in un calendario richiedeva interpretazioni, convenzioni e autorità incaricate di applicarle. Ne derivava una tensione permanente fra la ricerca di regolarità e la necessità di adattare il computo del tempo alle circostanze politiche, militari e rituali. Il libro invita così a non proiettare sul mondo romano l’idea moderna di un calendario uniforme, automatico e indipendente dalle istituzioni. La sua prospettiva permette invece di osservare la società romana attraverso uno strumento che collegava il cielo e la città, il rito e il diritto, la memoria del passato e la programmazione dell’azione futura. Studiare il calendario significa pertanto interrogarsi su chi avesse il potere di definire il tempo pubblico, su quali conoscenze sostenessero tale potere e su come i Romani tentassero di trasformare una pluralità di usanze in un ordine riconoscibile e condiviso.
“The Warhead: The Quest to Build the Perfect Weapon in the Age of Modern Warfare”, Jeffrey E. Stern (Dutton, 2026)
Pubblicato nel 2026 da The University of Chicago Press, Phantom Byzantium: Europe, Empire, and Identity from Late Antiquity to World War II di Anthony Kaldellis affronta una questione che riguarda non soltanto la conoscenza dell’Impero romano d’Oriente, ma anche il modo in cui l’Europa occidentale ha costruito la propria identità storica. Al centro della ricerca vi è la distanza tra una civiltà realmente esistita, che per oltre un millennio si definì romana e chiamò il proprio paese Romanía, e l’immagine di “Bisanzio” elaborata in Occidente. Il titolo rinvia alla tragedia Elena di Euripide, nella quale la vera Elena rimane estranea alla guerra combattuta in suo nome, mentre a Troia agisce un suo doppio spettrale. Allo stesso modo, secondo Kaldellis, l’entità comunemente chiamata Bisanzio costituisce un’immagine artificiale che ha finito per oscurare la società storica da cui pretendeva di derivare. Questa costruzione ha attribuito all’Oriente romano qualità come dispotismo, decadenza, superstizione, effeminatezza, sterilità culturale e inclinazione all’intrigo. Il problema non consiste soltanto nell’inesattezza di tali rappresentazioni, ma nelle funzioni che esse hanno esercitato: indicare che cosa l’Europa non voleva essere e, per contrasto, confermare ciò che riteneva di essere. L’opera si interroga quindi sui rapporti tra sapere storico e identità collettiva, tra appropriazione culturale e denigrazione, tra classificazioni accademiche e conflitti politici. Ricostruire la genesi del “fantasma bizantino” significa riconoscere che le grandi genealogie dell’Europa – romana, cristiana e greca – non furono ereditate in modo lineare, ma vennero ridefinite attraverso una lunga contesa con l’impero che aveva custodito congiuntamente quelle tre tradizioni.
“Humans of AI: Understanding the People Behind the Machines”, Joseph Wilson (Aevo UTP, 2025)
Pubblicato nel 2025 da Aevo UTP, marchio della University of Toronto Press, Humans of AI: Understanding the People Behind the Machines affronta l’intelligenza artificiale partendo da una domanda meno consueta di quelle che dominano il dibattito pubblico: non tanto che cosa sia l’IA, quanto chi la renda possibile. Joseph Wilson sposta così l’attenzione dalle prestazioni apparentemente autonome delle macchine alle persone, alle istituzioni e alle forme di lavoro che ne costituiscono l’infrastruttura reale. La questione è rilevante perché l’intelligenza artificiale viene spesso presentata come una forza impersonale, inevitabile e quasi naturale, mentre è il risultato di decisioni umane compiute in circostanze storiche determinate. Dietro un testo generato, un’immagine sintetica o un sistema di riconoscimento si trovano concezioni dell’intelligenza, modelli economici, gerarchie professionali e scelte relative a quali lingue, conoscenze e comportamenti debbano essere rappresentati. L’autore osserva questo mondo attraverso l’antropologia socioculturale e linguistica, sulla base di un’attività sul campo condotta dal 2021 al 2024 in laboratori, imprese, conferenze e progetti di ricerca open source. Il suo sguardo permette di rendere visibili pratiche che l’immagine pubblica dell’IA tende a cancellare: il lavoro quotidiano degli sviluppatori, le mediazioni tra gruppi professionali, le operazioni di classificazione dei dati e le credenze che orientano la ricerca. Il libro invita pertanto a interrogarsi su ciò che viene nascosto quando una tecnologia è descritta come intelligente. Se i sistemi artificiali appaiono umani perché producono linguaggio, immagini e decisioni, occorre domandarsi quali esseri umani abbiano fornito i materiali, le categorie e i criteri di valutazione da cui quelle capacità dipendono. L’IA diviene così uno spazio nel quale la società proietta speranze, paure e idee sulla natura umana, ma anche uno strumento attraverso cui interessi economici e rapporti di potere possono essere presentati come semplici effetti del progresso tecnico.
Licosia: ogni libro è un luogo
Licosia ha un nuovo sito. La casa editrice del circuito Stroncature — indipendente, di ispirazione liberale e laica — si presenta oggi con una veste completamente rinnovata, all’indirizzo di sempre: www.licosia.com. Pubblichiamo ricerca scientifica e accademica in collane con direttori e comitati scientifici, per una convinzione che ci accompagna da sempre e che anima anche Stroncature: sono la ricerca scientifica, culturale e tecnologica a muovere il mondo, e i libri ne sono il carburante. Da qui l’idea che dà forma al nuovo sito: ogni libro è un luogo. Un luogo dove si va per discuterne, dove si ritorna, di cui si può avere nostalgia o l’ansia di arrivare. Per questo, accanto al catalogo, alle collane, al processo di peer review e all’impegno per l’open access, ogni volume vive come una piattaforma — presentazioni video, dibattiti, incontri del circuito.
Ma la novità vera sono due sezioni pensate per chi la ricerca la fa e la deve pubblicare. La prima riguarda i fondi di ateneo e di dipartimento: la maggior parte dei docenti ha diritto a risorse per la pubblicazione che restano inutilizzate perché nessuno spiega come si chiedono. Il sito raccoglie le schede dei principali atenei italiani, verificate sui regolamenti vigenti, con l’indicazione di chi delibera, quali documenti servono, in quali finestre temporali si presenta la domanda. C’è un vademecum in cinque passi che accompagna dalla verifica della capienza del fondo alla rendicontazione finale, e c’è un modulo per chiedere una verifica gratuita: entro quarantotto ore si riceve la risposta su quale fondo è utilizzabile per il proprio volume e con quale procedura. La burocrazia la fa la casa editrice, non l’autore.
La seconda è lo screening dei finanziamenti esterni: oltre quaranta canali fra bandi ministeriali, europei, regionali e fondazioni private, ciascuno con l’importo, la scadenza e i requisiti di ammissibilità. Lo stato aperto o chiuso si aggiorna da solo, e ogni scheda porta la data dell’ultima verifica, così non capita di lavorare su un bando scaduto tre mesi fa.





