Punti cardinali #81
La ricerca accademica internazionale è il luogo dove nascono i concetti che definiscono il nostro tempo e dove vengono forgiati gli strumenti per leggere la realtà. Eppure, l’accesso a questa fonte strategica è bloccato da barriere strutturali: la complessità delle opere originali, la loro assenza nel mercato italiano e i costi proibitivi dei volumi specialistici.
Punti Cardinali nasce per abbattere queste barriere.
Mettiamo a disposizione degli abbonati schede analitiche rigorose, progettate per estrarre il nucleo teorico delle opere più rilevanti. Per gli abbonati, questo si traduce in un vantaggio intellettuale immediato: significa assimilare modelli e categorie che richiederebbero settimane di studio, aggirando i costi e le barriere linguistiche.
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In questo numero: l’analisi di 3 nuove opere appena pubblicate dalle maggiori case editrici accademiche.
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“Antisocial Media: How Facebook Disconnects Us and Undermines Democracy” di Siva Vaidhyanathan + (Oxford University Press, 2018)
Pubblicato nel 2018 da Oxford University Press, Antisocial Media di Siva Vaidhyanathan parte da una constatazione che suona semplice ma, nel libro, diventa un problema teorico e politico: non è “l’uso scorretto” di Facebook a generare i guasti più seri, bensì la struttura stessa del sistema, il modo in cui è progettato per crescere, trattenere attenzione, ordinare le relazioni e monetizzare i comportamenti. L’autore osserva Facebook come si osserva un’infrastruttura: non come un canale neutro, né come una somma di scelte individuali, ma come un ambiente che orienta pratiche, incentivi e aspettative, e che per questo tende a produrre effetti regolari anche quando gli intenti dichiarati sono benevoli. La domanda che attraversa l’opera non è se Facebook “faccia anche cose buone” nella vita quotidiana (l’autore riconosce che spesso le fa), ma quale prezzo collettivo paghiamo quando una piattaforma privata diventa il principale filtro di visibilità sociale, informativa e politica per una porzione enorme dell’umanità. Da qui un’altra domanda, implicita ma costante: che cosa accade alla democrazia quando la comunicazione pubblica viene riscritta per massimizzare reazione, coinvolgimento e targeting, e quando la deliberazione – lenta, contestuale, conflittuale ma regolata – viene compressa dentro formati e logiche che premiano soprattutto l’urgenza emotiva?
“An Introduction to Continuum Physics” Steven R. Pride (Cambridge University Press, 2025)
Pubblicato nel 2025 da Cambridge University Press, An Introduction to Continuum Physics di Steven R. Pride si propone di chiarire un passaggio concettuale che, nella pratica delle scienze fisiche e dell’ingegneria, viene spesso dato per scontato: come si passa da un mondo fatto di traiettorie atomiche, urti, interazioni tra particelle e campi a una descrizione “macroscopica” fatta di grandezze continue, campi e leggi differenziali. Il libro merita attenzione perché non tratta la fisica dei continui come un insieme di formule da applicare, ma come un sistema di regole da giustificare: perché compaiono certe grandezze (densità, velocità, stress, campi elettrici e magnetici), perché assumono proprio quella forma, e che cosa rappresentano davvero quando diciamo “a ogni punto dello spazio” in un corpo materiale. L’interrogativo di fondo riguarda la legittimità e il significato delle idealizzazioni: in che senso una teoria “continua” può essere considerata esatta se nasce da un’operazione di media su sistemi discreti? E quali costi concettuali si pagano quando, invece, si adotta la tradizionale immagine ottocentesca del “mezzo continuo” come sostituto della molecolarità? Pride costruisce l’intero percorso con un taglio dichiaratamente unificato: meccanica, elettromagnetismo, termodinamica e metodi matematici vengono ricondotti a un’impostazione comune, in cui le leggi di conservazione e le leggi costitutive emergono come due pilastri complementari del ragionamento.
“An Economic History of India: Growth, Income and Inequalities from the Mughals to the 21st Century” Bishnupriya Gupta (Cambridge University Press, 2025)
Nel 2025, per Cambridge University Press, Bishnupriya Gupta pubblica un libro che invita a ripensare una delle storie economiche più discusse del mondo contemporaneo: la lunga traiettoria dello sviluppo indiano, dalle strutture imperiali di età moghul fino alle trasformazioni dell’India integrata nell’economia globale di fine Novecento. L’oggetto non è soltanto “quanto” l’India sia cresciuta, ma “come” e “perché” alcune forme di crescita siano state possibili e altre no, quali eredità istituzionali abbiano continuato a pesare, e quali scelte politiche abbiano cambiato davvero la direzione di marcia. Il punto di partenza, qui, non è l’adesione a una narrazione morale o identitaria della colonizzazione, ma l’esigenza di chiarire con strumenti analitici e dati comparabili che cosa si intenda per prosperità, stagnazione, modernizzazione, diseguaglianza. In gioco ci sono domande che toccano la qualità stessa delle interpretazioni: la colonizzazione ha impoverito l’India o ha inciso in modo selettivo, con effetti diversi tra settori e regioni? La “grande divergenza” tra Europa e Asia è un evento tardivo, legato all’età industriale e al dominio britannico, oppure comincia prima, dentro dinamiche più profonde? E, soprattutto, che cosa significa guardare l’economia indiana con un “orizzonte lungo”, capace di connettere agricoltura, industria, istruzione, istituzioni e distribuzione del reddito in un unico quadro coerente?
“An Artificial History of Natural Intelligence: Thinking with Machines from Descartes to the Digital Age” di David W. Bates (The University of Chicago Press, 2024)
In un’epoca in cui “intelligenza” è diventata una parola-chiave che sembra spiegare tutto e autorizzare quasi tutto, il libro di David W. Bates invita a sospendere le evidenze e a chiedersi che cosa stiamo davvero nominando quando parliamo di mente, decisione, autonomia, automatismo. Il punto di partenza non è l’ennesima storia dell’AI come sequenza di innovazioni, né una difesa nostalgica del “fattore umano”, ma un problema concettuale: come si è costituita, nella lunga durata della modernità, l’idea che il pensare sia un processo in qualche modo costruibile, addestrabile, protesico, e quindi sempre già legato a dispositivi, modelli, tecniche? Bates suggerisce che le domande decisive non riguardano soltanto ciò che le macchine possono fare, ma ciò che noi abbiamo imparato a considerare “pensiero” proprio attraverso le macchine, gli automi, le metafore ingegneristiche e, più tardi, i linguaggi della fisiologia e dell’informazione. In questa prospettiva, la posta in gioco è insieme filosofica e storica: capire perché oggi l’autonomia appare minacciata dall’automaticità, e come questa tensione sia stata preparata da secoli di riflessioni sull’organizzazione del corpo, sulle regole della ragione, sulla plasticità e sui limiti della coscienza. Pubblicato nel 2024 da The University of Chicago Press, il volume si presenta così come un tentativo rigoroso di rimettere a fuoco il problema dell’intelligenza non come essenza naturale, ma come costrutto storico-tecnico che merita di essere ricostruito nelle sue stratificazioni.





