Stroncature Digest #139
Complexity-as-a-service
Stroncature è una piattaforma per la disseminazione scientifica, culturale e tecnologica e fa due cose: 1) produce strumenti (Punti cardinali, Global Opinions, Bollettino dei Libri) e approfondimenti (Analisi & Ricerche) che hanno come metodo l’analisi delle conseguenze non intenzionali delle azioni umane intenzionali e delle caratteristiche emergenti di sistemi complessi, con l’obiettivo di offrire un’alternativa alla semplificazione (riduzionismo) che domina il discorso pubblico, dove tutto è retto dalla logica dell’intrattenimento e della polarizzazione. ; 2) promuove la diffusione della conoscenza scientifica in partnership con Università e dai centri di ricerca, contribuendo alla Terza Missione (public engagement, valorizzazione della ricerca, disseminazione, trasferimento tecnologico…), con l’obiettivo di creare cinghie di trasmissione che connettano il motore della Ricerca con il sistema produttivo e la società civile.
Il materiale che ritorna visibile
L’idea che il capitalismo contemporaneo si stia smaterializzando è uno dei luoghi comuni più consolidati dell’ultimo trentennio. La promettevano gli economisti negli anni Novanta — l’economia “senza peso” — e l’hanno ripetuta i tecnologi delle generazioni successive: cloud, lavoro cognitivo, denaro come informazione, valore staccato dal supporto fisico. Una rivoluzione che avrebbe sostituito l’industria pesante con i bit, la geografia con la rete, il corpo con l’astrazione. Eppure, simultaneamente in ambiti che non si parlano tra loro, sta accadendo qualcosa che dice il contrario. La materia ritorna — al centro dell’arte, dell’economia del denaro, delle infrastrutture digitali, del mercato del lavoro. Non come reazione conservatrice né come nostalgia, ma come riconoscimento di un equivoco. La smaterializzazione, a guardarla da vicino, non era mai stata la sparizione della materia: era stata la sua rimozione dal campo visivo.
“Tra le carte di Carlo Levi. Ritratti e digressioni” di Luca Beltrami
Si può leggere un’opera già nota da un’angolatura nuova partendo non dai libri pubblicati, ma dalle carte private che li hanno preceduti: appunti, agende, taccuini, corrispondenze, bozze, persino soggetti per dipinti e per il cinema. È quello che fa Luca Beltrami in questo libro uscito per ETS, frutto di un lavoro decennale negli archivi leviani — da quello alassino della Biblioteca De Aglio al Fondo Manoscritti di Pavia, fino agli archivi degli editori americani — per ricostruire una “geografia obliqua” delle tre opere maggiori di Levi, Cristo si è fermato a Eboli, Paura della libertà e L’orologio. Ne emerge il rapporto tra l’officina della scrittura e quella della pittura, il nodo dell’”indistinto originario” che accomuna la Liguria edenica dell’infanzia e la Lucania immobile del confino, e soprattutto la rete di amicizie decisive — Scotellaro e l’amore della somiglianza, Calvino ritratto estate dopo estate sulla collina di Alassio, Saba, Bassani — con le polemiche che ne seguirono, fino alla “nuova resistenza” come coscienza civile mai conclusa. Ne discutono con l’autore Alberto Beniscelli (Università di Genova) e Carmela Biscaglia, studiosa di storia del Mezzogiorno e archivistica.
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“Federico II” di Fulvio Delle Donne
Cosa rende grande un personaggio storico, fino a consegnarlo a una memoria destinata a durare? Federico II, che Dante definì l’«ultimo imperadore delli Romani», appartiene a quella ristrettissima categoria di figure che hanno vissuto due vite, una reale e una mitica — celebrato alla nascita come nuovo Cristo e nuovo Augusto, più tardi assimilato all’anticristo. Fulvio Delle Donne, che studia questa figura da trentacinque anni sulle fonti di prima mano, sceglie di non aggiungere un altro racconto ma di proporre una lettura interpretativa forte: dietro il sovrano carismatico c’è soprattutto il costruttore di un sistema, di uno Stato. La cancelleria, il Liber Augustalis, l’amministrazione della giustizia e delle finanze, l’Università di Napoli fondata nel 1224 come prima università statale e pubblica della storia, una nobiltà fondata non sul sangue ma sulla virtù acquisita con lo studio, la crociata ottenuta con la diplomazia anziché con le armi: tutto converge verso un unico progetto politico e culturale che parla ancora al presente. Con l’autore dialogano Marino Zabbia (Università di Torino), che affronta la difficoltà delle fonti e il loro rapporto con il mito, e Guido Cappelli (Università L’Orientale di Napoli), che ne discute l’attualità attraverso il nesso tra sapere e potere.
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“Il dovere dello storico. A chi appartiene la storia?”
A chi appartiene la storia? La domanda non è retorica in un’epoca segnata dalla crescente delegittimazione del sapere scientifico, quando il confine tra ricostruzione storica e narrazione del passato si fa sempre più incerto. È il secondo appuntamento del nuovo filone delle Tertulias dedicato alla storia come disciplina rigorosa — con regole, metodi e una deontologia propria, senza i quali la storia non è più storia ma diventa altro. La conversazione, condotta in prospettiva americana e multidisciplinare, affronta la questione di chi abbia titolo a raccontare il passato e con quali strumenti, in un contesto culturale in cui la competenza è messa quotidianamente in discussione. Introduce e dirige Chiara Vangelista, già ordinaria di Storia e istituzioni delle Americhe all’Università di Genova; intervengono Paulo Butti de Lima (Università di Bari), Angela Di Matteo (Università di Roma Tre), Luisa Faldini (già Università di Genova) e Chiara Pagnotta (Università di Barcellona).
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“Spiegabilità XAI: aprire la scatola nera dell’intelligenza artificiale”
Quando un modello di intelligenza artificiale ci dà una risposta, possiamo davvero sapere come ci è arrivato? Il problema diventa serio nel momento in cui questi sistemi escono dai laboratori ed entrano in ambiti dove le conseguenze pesano — la medicina, il diritto, l’economia, la cyber security — e chiedere allo stesso strumento di spiegarsi non basta, perché anche la spiegazione viene generata parola dopo parola, senza garanzia che corrisponda al ragionamento reale. Questo webinar, promosso da Stroncature con il Dipartimento di Informatica dell’Università di Bari nel quadro del progetto UNIBA 2030 “Intelligenza Artificiale e Sostenibilità”, affronta la spiegabilità non come lusso accademico ma come strumento di gestione del rischio e requisito normativo: dalla distinzione tra trasparenza, interpretabilità e spiegabilità vera e propria, al nodo delle allucinazioni, fino all’idea di una IA “certificabile” che si possa verificare, tracciare e di cui qualcuno risponda. Stefano Ferilli apre sul rapporto tra pensiero intuitivo e ragionamento controllato e sull’integrazione tra IA neurale e IA simbolica; Giuseppina Andresini mostra applicazioni concrete nella cyber security, dove la spiegabilità è insieme difesa e arma a doppio taglio; Corrado Mencar inquadra il ciclo di entusiasmo e disillusione delle tecnologie emergenti e il ruolo della logica fuzzy; Marianna Cavone (InnovaPuglia) porta l’esperienza del procurement pubblico, dove una scatola nera non è solo un limite metodologico ma un rischio legale e democratico.
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Un algoritmo può spiegare la violenza?
Nel dibattito sull’intelligenza artificiale ci si chiede spesso se una macchina sappia classificare o prevedere; più raramente se sappia spiegare, in modo comprensibile, perché una certa frase esprime controllo o abuso. È la domanda al centro della ricerca “LLaMAntino against Cyber Intimate Partner Violence”, che mette alla prova un modello linguistico non solo nel riconoscere i messaggi tossici nelle relazioni affettive, ma nel chiarire le ragioni della loro tossicità — distinguendo la violenza nella relazione da quella esercitata attraverso strumenti digitali, fatta di password chieste in nome della fiducia, accessi ai dispositivi, controllo della vita privata. Il risultato più netto è che pochi esempi ben costruiti contano più della potenza del modello: guidato da due casi annotati a partire dalle categorie elaborate da esperte psicologhe, LLaMAntino passa da zero risposte corrette su venti a undici su venti, e soprattutto migliora la qualità delle spiegazioni, avvicinandosi al modo in cui un professionista distingue la gelosia dalla violazione della privacy, la tensione dall’intento di sorveglianza. La ricerca non presenta però l’IA come sostituto del giudizio umano: le spiegazioni migliori del modello restano inferiori a quelle degli psicologi, e il suo valore sta nel supporto — segnalare, chiarire, orientare l’attenzione su dinamiche che altrimenti passerebbero per normali. La lezione è proprio questa: un algoritmo può aiutare a spiegare la violenza, ma solo se qualcuno, prima, gli ha indicato dove guardare. L’articolo nasce nell’ambito delle attività di Terza Missione promosse da Stroncature con l’Università degli Studi di Bari Aldo Moro, nel quadro del progetto “Sistema Universitario Pugliese”.



