Punti cardinali #99
La ricerca accademica internazionale è il luogo dove nascono i concetti che definiscono il nostro tempo e dove vengono forgiati gli strumenti per leggere la realtà e le sue evoluzioni. Eppure, l’accesso a questa fonte strategica è bloccato da barriere strutturali: la complessità delle opere originali, la loro assenza nel mercato italiano e i costi spesso proibitivi delle opere accademici e specialistiche.
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“Einstein’s Entanglement” W. M. Stuckey, Michael Silberstein, Timothy McDevitt (Oxford University Press, 2024)
Pubblicato nel 2024 da Oxford University Press, Einstein’s Entanglement di W. M. Stuckey, Michael Silberstein e Timothy McDevitt prende di petto una situazione singolare: la fisica contemporanea dispone di una teoria – la meccanica quantistica – che funziona in modo straordinariamente efficace, ma che continua a lasciare molti studiosi insoddisfatti sul piano della comprensione concettuale, soprattutto quando entra in scena l’entanglement e la violazione delle disuguaglianze di Bell. Il libro parte da una constatazione che attraversa tanto la comunità dei fisici quanto quella dei filosofi: l’esito sperimentale premiato dal Nobel 2022, invece di “chiudere” il problema, ha intensificato la domanda su che cosa significhi davvero quel tipo di correlazione tra eventi lontani. Gli autori non si propongono di aggiungere una nuova “interpretazione” tra le tante, né di modificare la teoria; vogliono piuttosto cambiare la forma stessa della domanda, chiedendo al lettore di mettere temporaneamente tra parentesi l’aspettativa – profondamente radicata – che spiegare significhi sempre ricostruire un meccanismo causale dinamico “dietro le quinte”. Il nodo, per loro, è capire se l’entanglement sia davvero un messaggio di incompatibilità tra meccanica quantistica e relatività, o se l’apparente conflitto nasca da un pregiudizio metodologico: l’idea che una spiegazione degna di questo nome debba essere per forza “costruttiva”, cioè fatta di cause locali, segnali, e catene di produzione degli eventi nel tempo.
“Empire of AI. Dreams and Nightmares in Sam Altman’s OpenAI” Karen Hao (Penguin Press, 2025)
Pubblicato da Penguin Press nel 2025, Empire of AI. Dreams and Nightmares in Sam Altman’s OpenAI di Karen Hao prende sul serio una domanda che spesso resta sullo sfondo del racconto entusiasta dell’intelligenza artificiale: chi decide davvero la forma che questa tecnologia assume, e a quale prezzo collettivo? Il libro non invita a scegliere tra apocalisse e utopia, ma a osservare come ambizioni scientifiche, incentivi economici, ideologie della Silicon Valley e asimmetrie globali si intreccino fino a produrre una nuova architettura di potere. L’oggetto non è “l’AI” in astratto: è l’insieme di scelte, conflitti e compromessi che trasformano un programma di ricerca in un’infrastruttura sociale e geopolitica. Hao suggerisce che, quando una tecnologia viene descritta come inevitabile e salvifica, proprio quella retorica diventa una leva per sospendere controlli, accelerare decisioni e normalizzare costi altrimenti inaccettabili. Da qui l’interesse del volume: non per raccontare un’azienda di successo, ma per ricostruire come un progetto nato con promesse di apertura e beneficio universale possa diventare il prisma attraverso cui leggere la governance del futuro prossimo: competizione tra élite, opacità strategica, e una ridefinizione di cosa significhi “progresso” quando è finanziato, industrializzato e gestito come una corsa al primato.
“Empire of Labor: How the East India Company Colonized Hired Work” Titas Chakraborty (University of California Press, 2025)
In Empire of Labor: How the East India Company Colonized Hired Work (University of California Press, 2025), Titas Chakraborty prende sul serio un problema che spesso resta sullo sfondo quando si parla di colonialismo: non soltanto chi governa e chi obbedisce, ma come si lavora, con quali margini di scelta, e quali poteri intervengono a trasformare un mestiere in una condizione. Il libro nasce dall’idea che la “modernità” del lavoro in India non sia un semplice riflesso dell’industrializzazione ottocentesca, ma l’esito di un lungo processo in cui l’East India Company (EIC) costruisce strumenti politici e giuridici per disciplinare la forza-lavoro. La posta in gioco è concreta: la possibilità, per uomini e donne che vivono di salario, di rifiutare un ingaggio, di cambiare padrone, di negoziare tempi e paghe secondo regole consuetudinarie, e di usare la mobilità come risorsa. Chakraborty mostra perché questa libertà relativa meriti attenzione: non come mito di un “prima” idilliaco, ma come campo di conflitto, in cui l’EIC impara a governare riducendo l’autonomia dei lavoratori e trasformando la fuga dal lavoro in un illecito. Il punto di osservazione è netto e non celebrativo: seguire il lavoro “a giornata” e “a contratto” come luogo in cui si forma la sovranità coloniale, e in cui prende forma una cultura del lavoro fondata sulla sorveglianza e sulla punizione.
“The Last Human Job. The Work of Connecting in a Disconnected World” di Allison J. Pugh (Princeton University Press, 2024)
Il volume The Last Human Job. The Work of Connecting in a Disconnected World di Allison J. Pugh, pubblicato nel 2024 da Princeton University Press, affronta una delle questioni più delicate dell’epoca dell’automazione e dell’intelligenza artificiale: che cosa accade al lavoro quando il suo valore principale non è produrre beni o informazioni, ma costruire legami tra persone. L’autrice, sociologa del lavoro e delle relazioni sociali, parte dall’esperienza concreta di cappellani ospedalieri, medici di base, insegnanti, terapisti, parrucchieri, assistenti sociali, manager e venditori, per interrogarsi su come funziona il lavoro che fa sentire “visti” gli altri e su come questo lavoro venga trasformato da protocolli, metriche, algoritmi e sistemi di intelligenza artificiale. Il libro merita attenzione perché non discute solo di “posti di lavoro a rischio” o di sostituibilità tecnologica, ma mette al centro la qualità delle relazioni quotidiane che rendono possibile la cura, l’apprendimento, la fiducia e, in ultima analisi, il senso di appartenenza. Pugh mostra come la questione non riguardi solo i singoli lavoratori minacciati dall’automazione, ma la tenuta di quel tessuto connettivo che sostiene le comunità: la possibilità di essere riconosciuti da un altro essere umano e non soltanto classificati, misurati o profilati da sistemi digitali. In questo quadro, il volume si colloca nel dibattito sui limiti dell’“economia della sensazione” e sulle conseguenze sociali della digitalizzazione spinta dei servizi, ponendo al lettore una domanda di fondo: quale tipo di lavoro umano vogliamo preservare quando gran parte delle attività materiali e cognitive può essere affidata alle macchine.
“The Science of Virtue: A Framework for Research” di Blaine J. Fowers, Bradford Cokelet e Frank D. Leonhardt (Cambridge University Press, 2024)
Il volume The Science of Virtue: A Framework for Research si propone di fondare un approccio scientifico alla virtù, elaborando un quadro teorico sistematico per l’indagine empirica e concettuale di ciò che tradizionalmente è stato dominio della filosofia morale. Pubblicato da Cambridge University Press nel 2024, il libro rappresenta il tentativo congiunto di tre studiosi di psicologia e filosofia morale di colmare il divario tra le scienze sociali contemporanee e l’etica delle virtù, reinterpretando la nozione di “virtù” come categoria empiricamente indagabile e teoricamente operativa. Gli autori partono dal presupposto che la psicologia moderna, fondata sull’individualismo e su modelli di comportamento meccanicistici, abbia progressivamente perduto il riferimento normativo al bene umano e alla fioritura personale, riducendo l’indagine morale a processi cognitivi o disposizioni comportamentali. Il libro intende quindi restituire alla ricerca psicologica un fondamento teleologico, riconnettendo la scienza della mente e del comportamento a una concezione sostantiva del vivere bene. Gli autori combinano analisi filosofiche aristoteliche con metodologie psicologiche contemporanee, delineando un modello scientifico delle virtù che possa guidare la ricerca empirica e, insieme, chiarire i principi normativi del benessere umano. L’opera non è un trattato di filosofia morale né un manuale di psicologia positiva, ma un tentativo di costruire un linguaggio comune tra discipline, in cui la virtù sia considerata una realtà descrivibile, misurabile e migliorabile.






