Complexity-as-a-service
Stroncature è una piattaforma per la disseminazione scientifica, culturale e tecnologica e fa due cose: 1) produce strumenti (Punti cardinali, Global Opinions, Bollettino dei Libri) e approfondimenti (Analisi & Ricerche) che hanno come metodo l’analisi delle conseguenze non intenzionali delle azioni umane intenzionali e delle caratteristiche emergenti di sistemi complessi, con l’obiettivo di offrire un’alternativa alla semplificazione (riduzionismo) che domina il discorso pubblico, dove tutto è retto dalla logica dell’intrattenimento e della polarizzazione. ; 2) promuove la diffusione della conoscenza scientifica in partnership con Università e dai centri di ricerca, contribuendo alla Terza Missione (public engagement, valorizzazione della ricerca, disseminazione, trasferimento tecnologico…), con l’obiettivo di creare cinghie di trasmissione che connettano il motore della Ricerca con il sistema produttivo e la società civile.
L’Irlanda dopo il 12,5%: perché le multinazionali restano
La minimum tax riduce il vantaggio fiscale, ma competenze, investimenti e concentrazione del gettito raccontano un modello che sta cambiando, non scomparendo.
Apple ha versato in Irlanda 17,1 miliardi di dollari di imposte sul reddito nell’ultimo esercizio, circa il 40 per cento del totale mondiale, ma gran parte di quella cifra deriva dalla chiusura della lunga controversia europea sugli aiuti di Stato. Il dato più interessante è un altro: anche escludendo quell’effetto straordinario, nel 2025 la corporation tax irlandese è salita a 32,9 miliardi di euro, l’87 per cento versato da multinazionali estere e il 56 per cento concentrato nei primi dieci contribuenti. La global minimum tax ha ridotto il vantaggio dell’aliquota del 12,5 per cento, ma non ha dissolto l’ecosistema costruito in decenni. La questione diventa quindi più profonda: che cosa trattiene oggi le multinazionali in Irlanda, e quanto è diventata rischiosa per lo Stato la dipendenza dai profitti di pochissimi gruppi globali?
Nel cinema con l’AI, generare immagini è solo l’inizio
Il vero collo di bottiglia si sposta verso continuità, versioni, attribuzione, provenienza e diritti.
Sul set di Touch Grass un’attrice può essere ripresa davanti a un fondale neutro e apparire quasi immediatamente dentro un ambiente prodotto da un modello generativo. Netflix afferma intanto di aver utilizzato workflow di GenAI in circa 300 titoli nel 2026. Ma produrre rapidamente un’immagine plausibile non significa ancora produrre un film distribuibile. Occorre mantenere personaggi e scene coerenti, sapere quale versione è definitiva, documentare gli interventi umani e algoritmici, ricostruire la catena dei diritti e soddisfare produttori, sindacati, assicuratori e distributori. È qui che sistemi come MUSE di Promise indicano una possibile trasformazione industriale: se generare immagini diventa progressivamente più economico, il valore potrebbe spostarsi verso l’infrastruttura capace di trasformarle in asset produttivi controllabili e giuridicamente utilizzabili.
Chi è responsabile della sicurezza dell’intelligenza artificiale?
I rischi dell’AI non si governano soltanto con modelli migliori: richiedono imprese, ricerca, istituzioni e controlli capaci di vedere ciò che la tecnologia da sola non vede.
Privacy, discriminazione, cybersecurity, disinformazione e hate speech mostrano perché la sicurezza dell’intelligenza artificiale non possa essere affidata esclusivamente agli sviluppatori dei modelli. Una ricerca sulle pratiche di OpenAI, Google, Meta e Microsoft evidenzia che rischi differenti emergono in prodotti, lingue, comunità e contesti sociali differenti. Le aziende possiedono la tecnologia e una responsabilità diretta, ma università, istituzioni pubbliche, società civile e utenti dispongono spesso delle competenze necessarie per individuare effetti che dall’interno di un’organizzazione restano invisibili. La domanda diventa quindi istituzionale prima ancora che tecnica: come distribuire responsabilità, verifica e trasparenza senza rendere nessuno realmente responsabile?
Quanto potere ha davvero il Parlamento europeo?
Lupo e Manzella ricostruiscono un’istituzione molto più decisiva di quanto suggerisca la persistente retorica sul deficit democratico dell’Unione.
Il Parlamento europeo continua spesso a essere descritto come un’assemblea incompleta, subordinata ai governi e alla Commissione. Nicola Lupo e Andrea Manzella mostrano invece quanto questa rappresentazione sia rimasta indietro rispetto all’evoluzione istituzionale dell’Unione: revisione dopo revisione dei trattati, il Parlamento ha acquisito poteri legislativi, di indirizzo e di controllo sempre più incisivi, fino a entrare nel rapporto politico che determina la stessa formazione della Commissione. La questione acquista un significato ulteriore mentre l’Europa discute di difesa, debito comune e capacità di decisione geopolitica. Se l’Unione assume poteri sempre più vicini alle funzioni fondamentali dello Stato, quale istituzione deve garantire il controllo democratico di quelle decisioni?
Prima di capire l’AI, dobbiamo capire che cosa siamo
Vittorio Gallese e Ugo Morelli rimettono corpo, relazione e cooperazione al centro della domanda sull’intelligenza umana.
L’esplosione dell’intelligenza artificiale sta rendendo inevitabile una domanda che per molto tempo abbiamo potuto lasciare sullo sfondo: che cosa significa essere intelligenti prima ancora di costruire macchine che definiamo tali? Nel dialogo su Umani, Vittorio Gallese e Ugo Morelli partono dalle neuroscienze, dall’embodied cognition e dalla natura cooperativa della nostra specie per contestare l’immagine dell’individuo autosufficiente che domina molta cultura contemporanea. La relazione, in questa prospettiva, non è un’aggiunta all’identità personale: contribuisce a costituirla. E il corpo non è il contenitore della mente, ma una parte del modo in cui comprendiamo il mondo. L’AI diventa così uno specchio inatteso: per stabilire che cosa possa fare una macchina, siamo costretti prima a ridefinire che cosa sappiamo fare noi.
Quando il passato diventa un copione politico
La Francia del 1848 mostra come le analogie storiche possano orientare le decisioni fino a contribuire a produrre gli eventi che pretendono soltanto di prevedere.
Nel 1848 i protagonisti della rivoluzione francese cercavano continuamente nel 1789, nel Terrore e nell’esperienza napoleonica le categorie con cui interpretare ciò che stava accadendo. Ma quei precedenti non funzionavano soltanto come strumenti retorici: contribuivano a delimitare ciò che gli attori consideravano possibile, probabile o inevitabile. Daniele Di Bartolomeo ricostruisce così un meccanismo che supera la storia della Seconda Repubblica: il passato può diventare una riserva di scenari attraverso cui il presente anticipa il proprio futuro. Il problema è particolarmente attuale quando guerre, crisi internazionali e leader contemporanei vengono letti continuamente attraverso Monaco, Hitler, Napoleone o la Guerra fredda. La storia non deve necessariamente ripetersi: talvolta sono gli uomini, convinti di riconoscerla, a contribuire a ripeterne il copione.
Rileggere Il capitale per capire il presente
Il 4 settembre Roberto Fineschi presenta una guida al testo di Marx tra crisi, monopoli, lavoro e trasformazioni del capitalismo.
Il capitale è uno dei testi che hanno maggiormente modificato il modo in cui il mondo moderno ha pensato produzione, lavoro, profitto e conflitto sociale, ma è anche un’opera la cui complessità ne rende difficile una lettura diretta. In A tu per tu con «Il capitale», Roberto Fineschi propone un percorso dentro l’architettura teorica di Marx senza ridurla a slogan né trasformarla in un oggetto esclusivamente storico. Il 4 settembre alle 16:00 Stroncature ne discuterà con l’autore, Paolo Barrucci e Iside Gjergji. L’interesse dell’incontro sta precisamente nella distanza dal dibattito ideologico immediato: che cosa resta analiticamente utile di Marx quando lo si torna a leggere nel testo, anziché attraverso ciò che nel tempo gli è stato attribuito?
Le donne che fecero la guerra nel Rinascimento
David Salomoni ricostruisce una tradizione militare femminile rimasta a lungo ai margini della memoria storica.
Feudatarie, capitane di ventura, donne cavaliere e popolane impegnate direttamente nei conflitti appartengono molto meno all’immaginario del Rinascimento delle cortigiane, delle mecenati o delle protagoniste delle lotte dinastiche. Leonesse di David Salomoni ricostruisce invece un repertorio che va da Caterina Sforza e Cia Ordelaffi fino alle donne impegnate nella difesa di Siena nel 1555, mostrando che la partecipazione femminile alla guerra non può essere sempre liquidata come una successione di eccezioni individuali. L’11 settembre Stroncature discuterà il volume con l’autore, Francesca Roversi Monaco e Vincenzo Lagioia. La questione storica è più ampia delle singole biografie: quanto della nostra immagine del passato dipende da ciò che le categorie storiografiche ci hanno abituato a non vedere?






