Complexity-as-a-service
Stroncature è una piattaforma per la disseminazione scientifica, culturale e tecnologica e fa due cose: 1) produce strumenti (Punti cardinali, Global Opinions, Bollettino dei Libri) e approfondimenti (Analisi & Ricerche) che hanno come metodo l’analisi delle conseguenze non intenzionali delle azioni umane intenzionali e delle caratteristiche emergenti di sistemi complessi, con l’obiettivo di offrire un’alternativa alla semplificazione (riduzionismo) che domina il discorso pubblico, dove tutto è retto dalla logica dell’intrattenimento e della polarizzazione. ; 2) promuove la diffusione della conoscenza scientifica in partnership con Università e dai centri di ricerca, contribuendo alla Terza Missione (public engagement, valorizzazione della ricerca, disseminazione, trasferimento tecnologico…), con l’obiettivo di creare cinghie di trasmissione che connettano il motore della Ricerca con il sistema produttivo e la società civile.
Le cose nuove arrivano prima che riusciamo a dare loro un nome
Robot che devono dimostrare di saper lavorare, sale cinematografiche che diventano beni scarsi, paradigmi politici che tornano a spiegare il presente, e una scienza che acquista un significato diverso quando la si osserva attraverso strumenti, istituzioni e risorse.
Molti cambiamenti diventano visibili soltanto quando smettiamo di guardarli attraverso le categorie abituali. Un robot che corre più velocemente non è necessariamente un robot più utile. Un film disponibile ovunque può produrre nuove forme di scarsità. Una teoria considerata superata può tornare improvvisamente necessaria per interpretare il presente. E una scoperta scientifica appare molto diversa quando, invece di isolarla nella mente di uno scienziato, la si ricolloca dentro laboratori, finanziamenti, strumenti e rapporti di potere. Questo numero di Stroncature parte da qui: dai punti nei quali le categorie consuete e diventa necessario costruirne di nuove.
Come si misura se un robot sa davvero lavorare
Un robot umanoide può correre i cento metri in meno di nove secondi. Ma questo dice pochissimo sulla sua capacità di lavorare per otto ore in una fabbrica, preparare un pasto senza errori o adattarsi a un oggetto leggermente diverso da quello incontrato durante l’addestramento. È precisamente questa distanza che le nuove competizioni robotiche stanno cercando di trasformare in qualcosa di misurabile. Appena si passa dal record atletico alla mansione reale, però, il problema cambia completamente: bisogna decidere che cosa significhi “successo”, quanta autonomia sia necessaria, quali errori siano tollerabili e quanta variabilità ambientale un sistema debba assorbire prima di poter essere considerato realmente utile. È qui che il benchmark smette di essere una semplice misura e comincia a influenzare la direzione stessa dello sviluppo tecnologico. La questione decisiva viene dopo: quanto di ciò che un robot dimostra in una prova standardizzata sopravvive quando entra nel lavoro reale?
The Odyssey trasforma la sala cinematografica in un bene scarso
Per vent’anni la digitalizzazione ha reso il cinema sempre più replicabile. Oggi l’industria sta imparando a creare valore facendo esattamente il contrario: rendendo rara una particolare modalità di visione. The Odyssey può essere proiettato in migliaia di cinema, ma la versione IMAX 70mm è disponibile soltanto in poche decine di auditorium nel mondo. Il film non è scarso; lo sono il luogo, la tecnologia, il supporto e il momento nel quale quella particolare esperienza può essere acquistata. Da qui nasce una conseguenza meno evidente: la sala torna a differenziarsi non soltanto rispetto allo streaming domestico, ma rispetto alle altre sale. Il pubblico viene progressivamente educato a riconoscere una gerarchia delle esperienze cinematografiche. Se questa tendenza continua, il vero prodotto premium del cinema potrebbe non essere più il film, ma l’accesso al luogo considerato corretto per vederlo.
Dalla fine della storia allo scontro delle civiltà
“Fine della storia” e “scontro delle civiltà” sono diventate formule talmente note da aver quasi cancellato i testi da cui provengono. Fukuyama viene ricordato come il teorico ingenuo della vittoria definitiva della democrazia liberale; Huntington come il profeta inevitabile di uno scontro permanente fra Occidente e Islam. Entrambe le letture sono più semplici degli autori che pretendono di riassumere. Nel dialogo dedicato al libro di Luisa Borghesi emerge invece una genealogia molto più complessa, che attraversa eccezionalismo americano, realismo politico, universalismo democratico e critica dell’interventismo. È una ricostruzione che acquista un significato particolare oggi, quando non è più soltanto l’ordine internazionale ad apparire instabile: sono le stesse democrazie occidentali a interrogarsi sulla propria capacità di restare liberali. Forse il problema non è stabilire chi, tra Fukuyama e Huntington, avesse ragione. È capire perché continuiamo a tornare a entrambi ogni volta che il mondo cambia struttura.
Il fascismo e noi di Roberto Esposito
Condannare il fascismo è semplice. Capire perché abbia potuto generare consenso, desiderio, identificazione e obbedienza è molto più difficile. È da questa difficoltà che parte Roberto Esposito. Il fascismo viene interrogato non soltanto come fenomeno storico, ma come dispositivo capace di agire su mito, corpo, pulsioni e desiderio di potere. La domanda diventa allora deliberatamente scomoda: che cosa perdiamo quando trattiamo il fascismo esclusivamente come qualcosa che appartiene agli altri, a un passato definitivamente chiuso e a soggetti moralmente estranei a noi? Esposito non propone equivalenze fra presente e fascismo storico, e rifiuta esplicitamente l’idea di un fascismo eterno indistinto. Ma proprio questa distinzione rende più radicale il problema: se il fascismo non è sempre presente, quali condizioni permettono a determinate pulsioni autoritarie di tornare a organizzarsi politicamente?
Storia materiale della scienza di Marco Beretta
Siamo abituati a raccontare la scienza attraverso grandi nomi e grandi scoperte. Ma Newton senza strumenti, laboratori, finanziamenti, istituzioni, guerre, industrie e problemi concreti sarebbe ancora lo stesso Newton che compare nei manuali? La Storia materiale della scienza di Marco Beretta parte precisamente da questa frattura. Sposta il fuoco dalle sole idee alle condizioni che rendono possibile produrle, verificarle e trasformarle in conoscenza socialmente efficace. In questa prospettiva, laboratori, musei, tecniche, immagini, industrie e apparati politici non costituiscono lo sfondo della scienza: diventano parte della spiegazione. La conseguenza riguarda direttamente il presente. Se la scienza dipende anche da istituzioni, capitale, legittimazione sociale e capacità organizzativa, allora comprendere perché alcune società producano innovazione e altre la perdano richiede molto più che contare ricercatori o pubblicazioni.
Quando l’irrigazione diventa intelligente
L’agricoltura usa ancora enormi quantità di acqua prendendo decisioni che, in molti casi, vengono stabilite prima di sapere ciò che sta realmente accadendo nel terreno. Sensori, dati e modelli previsionali permettono di rovesciare questa logica: non irrigare perché il calendario lo prevede, ma perché una determinata parte del campo ne ha effettivamente bisogno. La ricerca sviluppata nell’ambito delle attività di Terza Missione con l’Università di Bari mostra che questo passaggio può produrre effetti misurabili: nei test condotti in serra, il sistema ha consentito una riduzione del consumo d’acqua del 30 per cento rispetto all’approccio tradizionale. Ma il dato più interessante non è soltanto il risparmio. È il cambiamento del processo decisionale: quando la tecnologia rende osservabile in tempo reale ciò che prima veniva stimato, cambia il modo stesso in cui una risorsa viene governata.
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